Andare o non andare a vedere un sasso rosso nel deserto australiano?

Che sbatta, ti dici. Prendere un aereo apposta, e neanche di quelli economici, no. Tutto per andare in mezzo al nulla del deserto rosso australiano a vedere un sasso gigante.

Ma chi te lo fa fare?

Però sei lì, ormai hai già attraversato mezzo globo. Hai fatto trenta, vuoi non fare trentuno? Vuoi non prendere il benedetto volo per andare a vedere il benedetto sasso rosso in mezzo al deserto?

Uluru, Australia.
Uluru.

Prenoti un tour, perché non ti fidi fino in fondo della tua capacità di guidare per ore e ore nel deserto australiano, che poi è l’Outback, cioè un nulla vastissimo; ma talmente vasto che tu prima di arrivarci te lo immagini benissimo, ma poi quando ti ci ritrovi in mezzo, sul pulmino del tour che hai prenotato, con partenza da Alice Springs, resti comunque a bocca aperta per la sua immensità.

Tre giorni nell’Outback a bordo di un pulmino a dirla tutta un po’ sgangherato. Il programma è di vedere diverse tipologie di sassi: con ogni probabilità tutti rossi, come rossa è la terra di quel deserto dall’orizzonte senza fine.

Il primo giorno si parte all’alba, quando fa addirittua freschino perché si sa, nel deserto c’è escursione termica. Ci si muove in linea retta su una strada srotolata nell’Outback in una direzione generale che pare casuale. Ma sai che casuale non è; sai che alla fine di quella linea retta di asfalto impolverato di rosso c’è ad attenderti un gigantesco sasso, un impossibilmente enorme blocco di arenaria. Sabbia. Rossa.

Kings Canyon, Australia.
Kings Canyon.

Prima del sassone ti fermi a vedere un canyon, ma uno di quelli veri, mica come quella gigantesca spaccatura scavata dal Colorado negli Stati Uniti. Quello non è un vero canyon, dice la guida, questo è un vero canyon. Kings Canyon. Gli credi: è la guida, no? Saprà. Ora ci arrampicheremo su per questo sentiero, dice, si chiama Heart Attack Hill ma non preoccupatevi che ce la fate ad arrivare in cima senza morire.

Cammini sul bordo di Kings Canyon, non troppo vicino perché la roccia rossa sdruciola facilmente, mostrandosi bianca dentro; studi i tanti rossi dei tanti strati, appoggiati uno sopra l’altro. Segui il sentiero e trovi un’oasi di frescura e verde. Ha piovuto pochi giorni fa.

Kings Canyon, Australia.
Kings Canyon.

Quella sera si campeggia sotto le stelle, che quando esci dalla tenda dove hai cenato e te le trovi lì, tutte appese, tutte assieme, capisci che non hai mai visto la Via Lattea. Questa è la Via Lattea. Poi sorge la luna, ed è talmente luminosa che le smorza un po’, ma tu hai ancora impresso nelle pupille lo spettacolo di tutte quelle stelle, mai viste così tante tutte assieme, e quando chiudi gli occhi per dormire credi di poterle contare sull’interno delle palpebre.

Il secondo giorno è il giorno. Ci si alza col sorgere del sole e si parte. È il giorno del sassone di arenaria.

Lo scorgi da lontano quando siete ancora distanti; ma lui è talmente grande e il nulla intorno è talmente piatto e vuoto che è impossibile non vederlo.

Uluru, Australia.
Uluru.

Uluru.

La montagna sacra.

Cosa devono aver pensato gli aborigeni la prima volta che l’hanno vista?

Mentre percorri alcuni dei chilometri del suo perimetro non riesci a staccare gli occhi dal suo profilo. È dolce, è morbido, è rosso come il fuoco, e come il fuoco brucia di tante sfumature. La pioggia recente sta ancora scendendo dai fianchi della montagna: rivoli di acqua piovana che vanno a raccogliersi in pozze scure bordate di vegetazione. Cammini e ascolti il silenzio reverenziale che ogni visitatore si ritrova a osservare al cospetto di questo enorme blocco di arenaria. Percepisci l’atmosfera magica di questo luogo sacro da centinaia di anni.

Al tramonto si accende di un rosso ancora più violento. All’alba è un’ombra nera contro il sole che nasce.

È decisamente il sasso più bello che tu abbia mai visto.

Alba su Kata Tjuta.
Kata Tjuta.

Il terzo giorno è la volta di altri sassi.

Cammini lungo un sentiero che si snoda tra i piedi di una serie di collinette rosse, levigate, vestite di un verde che non è destinato a durare. Qui non piove quasi mai. Persino i canguri, rossi pure loro, sono confusi dall’inaspettato tappeto di erba verde e credono di mimetizzarcisi alla perfezione. Non ti hanno mai dato l’impressione di essere particolarmente svegli.

Kata Tjuta è plasmato dal vento.

La roccia è di un morbido e di un liscio diversi da Uluru. C’è anche più verde, più acqua, più occasione di scampare dal bruciante sole dell’Outback. Dalle mosche no, per quelle bisogna rassegnarsi o fare come i giapponesi e bardarsi di zanzariere.

Stagno e alberi a Kata Tjuta.
Kata Tjuta.

Torni al pulmino rigirandoti nella mente le incredibili immagini di tutti gli incredibili sassi che hai visto negli ultimi giorni.

Meraviglia, stupore, magia. Però ora è il momento di lasciare l’Outback.

Che sbatta, ti dici. Adesso quanti chilometri devi percorrere per tornare alla civiltà?


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