Di scale e facce scolpite nella roccia che ti fissano

La volta che ho quasi mangiato insetti fritti stavo visitando Siem Reap e i templi di Angkor Wat, in Cambogia.

La mattina della partenza per Siem Reap, la terza componente del gruppo ci ha raggiunte nel nostro ostello di Phnom Penh (che consiglio, tra l’altro). Il nostro bus per Siem Reap partiva a mezzogiorno dalla stazione dei bus Mekong Express.

Avevamo un po’ di tempo, che abbiamo impiegato cercando di farci venire la nausea passeggiando per le bancarelle di pesce e carne al Central Market; poi abbiamo preso un tuk tuk perché era più economico del taxi. Non fosse che l’autista ci ha portate nel posto sbagliato, dileguandosi prima che riuscissimo a convincerlo a portarci nel posto giusto.

Abbiamo proseguito a piedi, il che è stata forse una scelta non proprio ottima dettata dalla mia non proprio ottima capacità di valutare le distanze guardando una mappa.

Dritta random: prima di prendere un tuk tuk è meglio farsi dire da un non autista (es: receptionist dell’hotel/ostello) il prezzo del tratto di strada che dobbiamo fare; gli autisti tendono a far pagare di più i turisti, ma avendo un’idea di quanto dovrebbe costare il viaggio è possibile contrattare.

Per strada abbiamo suscitato gioia e ilarità in molte persone, riuscendo addirittura a far scoppiare a ridere un gruppo di ragazzine in divisa scolastica. Belle cose.

Al bus comunque ci siamo arrivate in tempo. Sudando copiosamente ma in tempo. Il bus era molto caratteristico, con graziose tendine, inquietanti fiori finti e colorate lucine dell’albero di Natale. Kitsch è la parola esatta. Ma la hostess era molto gentile e ha distribuito scatoline con dei dolcetti e bottigliette d’acqua, ed era la prima volta che mi veniva dato da mangiare su un bus, quindi ero contenta.

Albero su un tempio di Angkor
La natura si riprende i suoi spazi ad Angkor.

Il viaggio è durato sei ore circa, con uno stop nel mezzo per mangiare. A regola è stato meno traumatico del previsto. Una buona parte del tempo l’ho trascorsa cercando di capire cosa fossero le stringhe arancioni che il signore cinese nella fila davanti alla nostra si infilava in bocca. Resterò per sempre col dubbio.

Sulla strada per Siem Reap abbiamo avuto modo di studiare lo sconfinato panorama fuori dal finestrino. La Cambogia, come diceva l’audio guida di Tuol Sleng, è uscita traumatizzata dagli anni dei Khmer Rossi, e il trauma è ancora evidente.

Ai lati della strada si aggrappano nugoli di casette, spesso di legno e su palafitte, semplici, a volte molto più elaborate ed eleganti, dipinte di colori chiari. Tutto attorno il verde degli alberi, e dietro campi a non finire, e chissà quante mine inesplose e in attesa di strappare le braccia a qualcuno. Qua e là l’occasionale piccola mandria di vacche piuttosto magre. Onnipresenti il rosso degli striscioni pubblicitari e il bianco dei denti e della pelle chiarissima dei testimonial, mai cambogiani e spesso occidentali.

A Siem Reap ci attendeva una città ben diversa dalla Phnom Penh che avevamo visto: più… turistica? Così sembrava, a vederla sfrecciare accanto a noi dal tuk tuk di Mr Sulu, che si era appostato assieme ad altri autisti alla fermata del Mekong Express per poter offrire passaggi ai turisti e pubblicizzare il suo servizio di taxi giornaliero per la visita ai templi di Angkor.

Interno del tempio buddhista di Preah Khan
Interno del tempio buddhista di Preah Khan.

L’ostello che avevamo prenotato, Oasis Capsules Hostel, era molto centrale, a due passi dal Night Market pieno di bancarelle di souvenir e cibo di strada (tra cui il gelato fritto e gli insetti, fritti anche loro). Ottima la posizione, un po’ meno ottima la camera, ancora meno ottimo il piccolo bagno (che però era in camera!). Facciamola breve: figata il concetto delle capsule per dare a ognuno la sua privacy, ma infilare dieci persone in una camera che conterrebbe al massimo tre letti a castello con la scusa che tanto ci sono i pannelli di legno tra un letto e l’altro… insomma, aggiungi l’assenza di una finestra e un condizionatore non proprio reattivo (ma poi prontamente sistemato dallo staff) e hai la ricetta per un attacco di claustrofobia. Più che capsule parevano loculi. Siamo comunque sopravvissute (dopotutto ho visto di peggio). Anche se durante il breve black-out della prima notte ho provato terrore puro nel sentire il triste rumore del condizionatore che moriva.

Avevamo deciso di vedere l’alba ad Angkor Wat (un classico!) e ci eravamo già accordate con Mr Sulu: sarebbe venuto a prenderci alle cinque, per poi scarrozzarci in lungo e in largo per tutta Angkor alla modica cifra di $6 a testa. Sì, $, dollari americani, perché in Cambogia la moneta ufficiale è il Riel ma tutti i prezzi sono in dollari e preferiscono che paghi con quelli.

Anche il biglietto di ingresso ad Angkor era in dollari. $62 per tre giorni, $37 per uno, per la precisione. Cash only. E al nostro dubbio: “Ma sulla Lonely Planet (ultima edizione, solitamente super aggiornata su tutto) c’è scritto che costa $20 al giorno…” la ragazza al banco della biglietteria ufficiale ha risposto con uno sbrigativo: “Abbiamo alzato i prezzi il mese scorso.”

Bene ma non benissimo.

Siamo uscite dalla biglietteria con le nostre facce perplesse stampate sui nostri biglietti da tre giorni (“Ad Angkor bisogna passare almeno due giorni, come minimo!”) e abbiamo raggiunto Mr Sulu. L’alba sarebbe valsa la pena, no?

Faccia di Avalokiteshvara al Bayon, Angkor
La faccia serena di Avalokiteśvara al Bayon.

Proviamo a immaginare quelle foto di Angkor Wat all’alba, con la sagoma delle torri del tempio scure sullo sfondo infuocato del cielo dipinto dal sole che sorge. Meraviglioso.

Quando siamo arrivate ad Angkor Wat aveva da poco finito di piovere e il cielo era velato dalle nuvole. Il sole però, quando è sbucato da dietro di una delle torri, era tondissimo, grandissimo e rossissimo. E carissimo, ha aggiunto il nostro biglietto.

Sfiga meteorologica a parte, visitare il tempio è stato abbastanza incredibile. Enorme, impossibilmente intricato e ricco, un dedalo di stanze e corridoi e porticati e scale, infinite scale. E pur essendoci un percorso consigliato, ed essendoci delle aree alle quali non era possibile accedere, in pratica potevamo vagare come meglio volevamo e al passo che volevamo. C’erano molti turisti, ma probabilmente meno del solito, grazie all’ora (incivilmente presto) e forse alla minaccia di pioggia.

Angkor Wat è un complesso di templi enorme, e il monumento religioso più grande al mondo. È stato costruito all’inizio del XII secolo per volere del re khmer Suryavarman II come capitale dell’Impero Khmer, tempio e mausoleo. Nasce come tempio indù dedicato a Vishnu, ma verso la fine del XII secolo si trasforma gradualmente in un tempio buddhista. Di tutto il sito di Angkor, Angkor Wat è l’unico tempio a essere ancora attivo come centro religioso, da quasi mille anni.

Tempio buddhista di Preah Neak Poan ad Angkor
Preah Neak Poan e le sue piscine.

Inizialmente l’idea era di visitarlo il primo giorno in tuk tuk, per farci un’idea delle distanze, e noleggiare una bici il secondo giorno. Abbiamo capito subito che sotto quel sole e con quel caldo e per tutti quei chilometri non era fattibile. Gli spostamenti in tuk tuk tra un tempio e l’altro si sono rivelati particolarmente ristoratori, complice l’arietta.

Per visitare i templi è richiesto l’abbigliamento giusto: gambe e spalle coperte. In più di un’occasione mi è stato detto che la sciarpa che mi ero portata per questa evenienza non andava bene per coprirmi le spalle, quindi ho visitato la torre centrale di Angkor Wat e parte di un altro tempio morendo lentamente nella mia felpa.

Dritta non del tutto random: indossare pantaloni lunghi leggeri (le bancarelle del Night Market ne sono piene) o al ginocchio e una maglia che copra almeno le spalle; munirsi di acqua, crema solare, antizanzare e qualcosa per coprirsi il capo dal sole.

Dopo l’alba ad Angkor Wat, e dopo aver esplorato corridoi a volte occupati da monaci buddhisti vestiti di arancione, il nostro fedele Mr Sulu, da me subito soprannominato Occhi di Falco perché ci vedeva subito da lontano non appena uscivamo da un tempio, ci ha portate ad Angkor Thom, un po’ più a nord, per visitare il tempio di Bayon.

Angkor Thom è stata l’ultima capitale dell’Impero Khmer, e il Bayon era il suo cuore, il suo tempio. Tempio che mi è piaciuto ancora più di Angkor Wat, a partire dal cancello di ingresso ad Angkor Thom: monumentale, con un ponte sul fossato rettangolare che circonda la città. Il Bayon in sé è meno immenso di Angkor Wat, ma l’ho trovato di un fascino tutto particolare. Saranno state le 216 gigantesche facce del mio bodhisattva preferito, il mitico e impronunciabile Avalokiteśvara? Pare che queste facce di Avalokiteśvara assomiglino a Suryavarman II, pensa la modestia.

A pochi passi dal Bayon c’è tutta una serie di templi e siti storici. Nell’ordine abbiamo visto: il tempio indù di Baphuon, che rappresenta il Monte Meru, dove vivono gli dèi (una specie di Monte Olimpo); le rovine di quello che era il Palazzo Reale; la Terrazza degli Elefanti (tanti elefanti); la Terrazza del Re Lebbroso. A fine giro ci si poteva raccogliere con un cucchiaino.

Mr Sulu aveva però in programma di portarci anche a vedere prima il ripidissimo tempio di Ta Keo (mai dimenticherò quelle scale), e poi il famigerato tempio di Tomb Raider, quello dove è stato girato il film con Angelina Jolie. In realtà il povero tempio si chiamerebbe Ta Prohm, ma ormai tutti lo conoscono come il tempio di Tomb Raider. Che vitaccia: attraversi i secoli sfidando le intemperie e diventi famoso per essere il tempio avvolto dalle radici di un albero in un film.

Gelato fritto
Gelato fritto al Night Market.

Era ormai l’una passata quando abbiamo deciso di dichiarare la giornata come conclusa. Giravamo sotto il sole, preda delle zanzare, da ore, senza sosta se non per bere o sgranocchiare qualcosa di veloce. Ci eravamo meritate un po’ di riposo.

L’indomani il nostro vecchio Occhi di Falco ci avrebbe riportate ad Angkor, a un orario un po’ più civile dell’alba, e avremmo visto qualcun altro delle centinaia di templi a nostra disposizione. Ed è così che siamo capitate, tra gli altri di cui non ho sempre carpito il nome, a Preah Khan, tempio buddhista e induista contemporaneamente, e a Preah Neak Poan, piccolo e appollaiato su un isolotto artificiale piazzato in una piscina quadrata contornata da altre quattro piscine, il tutto gettato nel mezzo di un gigantesco lago. Acqua dappertutto.

Diciamolo: tra templi, scale e statue decapitate del Buddha (opera spesso e volentieri del tempo), abbiamo sfruttato quasi fino in fondo il nostro biglietto. La sera, dopo esserci quasi sciolte durante il giorno, abbiamo cercato ristoro (e cibo) tra le strade del centro di Siem Reap, che pullulano di locali, bancarelle, cibo di strada, turisti e tuk tuk.

La nostra permanenza a Siem Riep doveva però volgere al termine. Ieri mattina ci siamo alzate di buon ora, abbiamo salutato i nostri loculi e ci siamo fatte accompagnare da Mr Sulu a prendere il Mekong Express per Ho Chi Minh, Vietnam. Ci aspettavano 13 ore di bus.


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