Rifugi antiaerei fai-da-te e tapas

La volta che sono entrata in un rifugio antiaereo fai-da-te stavo percorrendo i cunicoli del Refugi 307 di Barcellona, in Spagna.

Barcellona è la patria degli addii al nubilato. Questa è stata una delle prime cose che ho pensato una volta arrivata all’aeroporto El Prat. Le magliette indossate dai gruppi sparsi di ragazze attorno a me parlavano chiaro: “Sarah’s Hen Party”, “Stefy si sposa”, “Bride-to-be” e amenità varie ed eventuali.

Sagrada Familia, Barcelona
L’impossibile e ancora incompiuta Sagrada Familia di Gaudí.

Io non ero lì per un addio al nubilato. Io ero lì per vedere un’amica messicana conosciuta a Walt Disney World e con la quale avevo visitato Cancún e la meravigliosa Tulum. Avevamo quattro anni da raccontarci e solo due giorni striminziti a disposizione, ma ce l’avremmo fatta, a costo di respirare il meno possibile per lasciare più spazio alle parole.

La partenza dal Terminal 2 di Milano Malpensa non è stata esattamente amena. Non sono per niente abituata a viaggiare nel week-end, quindi non ero psicologicamente pronta all’orda di gente al controllo documenti, e poi al controllo bagagli, e poi ai gate. Ho vissuto minuti di fuoco che hanno messo a dura prova la mia pazienza, quasi più di quanto non abbia fatto Expo nel suo periodo peggiore, cioè quando Triulza era paragonabile a una bolgia dell’inferno dantesco (quella dei seminatori di discordia, per la precisione).

Nonostante la mia tremenda prossimità all’insulto libero e indiscriminato, sono riuscita a salire sul mio volo senza dar voce alla mia irritazione interiore (non le avrò dato voce ma l’ho scritta), che ormai stava occupando anche lo spazio originariamente dedicato all’emozione di essere in procinto di partire per una meta nuova e di rivedere un’amica.

Suddetta amica mi ha raggiunta mentre facevo colazione non lontano da Casa Milà, detta anche La Pedrera, inconfondibile e ondeggiante opera di Gaudí.

Lì è cominciato un fiume di parole che ci ha portate fino al lungomare della Barceloneta senza farci neanche accorgere dei chilometri macinati sotto il sole. Faceva caldo, il sole picchiava, ma sul mare c’era una piacevole brezza e si stava benissimo. Per strada, ho visto la città cambiare sotto i miei occhi: dal quel mega vialone alberato che è il Passeig de Gràcia, alla vastità della Plaça de Catalunya, fino alle strette viuzze del Barrio Gótico, per poi finire alla Barceloneta, aperta sul mare.

Barrio Gótico, Barcelona
Nel Barrio Gótico abbiamo trovato danze tradizionali e manichini giganti.

I programmi del pomeriggio erano chiari: un Free Walking Tour, giro turistico gratuito per i vicoli del Barrio Gótico e per le strade di El Born, e poi probabilmente un aperitivo a base di tapas e un giro sulla Rambla in serata.

Il giro turistico gratuito si è rivelato una cascata di informazioni e curiosità sulla storia di Barcellona sciorinate nell’accento irlandese della nostra guida, una ragazza simpatica e decisamente entusiasta di vivere in Catalunya (che è tipo l’unica parola in catalano che sono riuscita a imparare). Io e la mia compagna di viaggio abbiamo seguito il gruppo tra i vicoli del Barrio Gótico, affascinate dalla bellezza delle viuzze, dalla storia raccontata dai muri e dal prezzo irrisorio della birra (in confronto all’Italia).

Il Barrio Gótico sorge sul sito dell’antica città romana di Barcino, della quale restano solo le mura. Nel perimetro di queste stesse mura viveva la nonna medievale di Barcellona, e al Medioevo risalgono alcuni degli edifici più antichi della città. Alcuni di questi edifici sono naturalmente chiese: la chiesa gotica di Santa Maria del Pi, la basilica gotica di Santa Maria del Mar e la cattedrale gotica di Santa Croce o Sant’Eulalia.

Tralasciando l’imperante stile gotico che dà ovviamente il nome al quartiere, parliamo brevemente dell’affascinante storia di Sant’Eulalia.

Tapas a Barcellona
Yum!

Patrona di Barcellona, Eulalia era una ragazzina testarda: non solo non voleva saperne di rinnegare la propria fede cristiana, ma non voleva saperne neppure di farsi martirizzare in pace! L’hanno esposta nuda in piazza: si è messo a nevicare per coprirla anche se era primavera. L’hanno chiusa in un barile pieno di chiodi e pezzi di vetro e l’hanno fatta rotolare giù per una strada: ne è uscita illesa. Le hanno tagliato i seni: non è morta dissanguata. L’hanno crocifissa: non è morta. Alla fine, esasperati dalla sua refrattarietà alla morte, l’hanno decapitata. E una bianca e pura colomba è uscita dal suo collo a simboleggiare la sua bianca e pura anima che volava in cielo.

Amo le storie dei martìri dei martiri, ti fanno proprio capire come l’uomo abbia sempre saputo essere fantasiosamente crudele.

Al termine del nostro tour di quasi tre ore, sia io che la mia compagna di viaggio ci sentivamo pronte per una pausa mangereccia e ci samo quindi dedicate alle tapas, i famosi antipastini spagnoli che chiamarli solo antipastini è riduttivo. Ci siamo dedicate alle tapas, ma anche alle reunion con altre amiche e con la madre della mia compagna di viaggio: un tripudio di gente che parlava spagnolo, e io lì nel mezzo che cercavo disperatamente di pescare qualcosa dalla mia memoria e di articolare versi di senso compiuto.

Quella sera, in ostello, mi sono tolta i sandali e oh guarda, forse mi sarei dovuta mettere la crema solare così forse non sarei rimasta col segno dei sandali tatuato dal sole sul dorso dei piedi.

Refugi 307, Barcelona
L’interno del Refugi 307 a Barcellona.

L’indomani mi sono alzata di buon ora per andare a visitare il pezzo forte del mio week-end a Barcellona: il Refugi 307, uno delle migliaia di rifugi antiaerei costruiti a Barcellona durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939). Ora parte del MUHBA (Museo di Storia di Barcellona), il Refugi 307 è aperto al pubblico tramite visite guidate della durata di poco meno di un’ora.

Nel periodo della Guerra Civile Spagnola gli abitanti di Barcellona non se la passavano tanto bene: venivano occasionalmente bombardati persino da Mussolini, così per simpatia (simpatia che Mussolini aveva per Franco, naturalmente). Il Governo della Catalogna e la città di Barcellona hanno quindi deciso di promuovere la costruzione di alcuni rifugi antiaerei per la popolazione. Non essendoci però abbastanza fondi e abbastanza forza lavoro per costruirne a sufficienza, il Governo ha deciso di mettere a disposizione della popolazione i progetti, gli ingegneri e del materiale da costruzione.

Ogni quartiere si è quindi organizzato, si è rimboccato le maniche e ha cominciato a costruirsi il proprio rifugio. Con gli uomini al fronte, a scavare per i rifugi antiaerei erano rimaste le donne, gli anziani e i bambini. Ridendo e scherzando ne hanno costruiti più di mille.

Il Refugi 307 è uno dei pochi rifugi di Barcellona a trovarsi a livello del suolo, perché gli abitandi del quartiere di Poble Sec hanno deciso di sfruttare la vicina montagna di Montjuïc e hanno cominciato a traforarla, incontrando non poche difficoltà nei diversi tipi di roccia che la compongono.

Park Güell, Barcelona
Park Güell. (Non un debole anche per i punti di fuga, assolutamente no.)

Io ho chiaramente un debole per i cunicoli sotterranei, quindi non potevo che apprezzare la visita al Refugi 307, impreziosita dagli aneddoti raccontati dalla nostra guida.

Dopo la Guerra Civile Spagnola, quasi tutti i rifugi sono stati esaminati dai Franchisti, a volte terminati alla bell’e meglio e utilizzati come magazzini. Al termine del regime sono finiti nel dimenticatoio della popolazione, che preferiva non ricordare un periodo così buio della propria storia.

È così che il Refugi 307 si è ritrovato a fare da fornace per una vetreria, da casa per una famiglia di gitani (che ci hanno pure costruito un forno), da serra per un coltivatore di funghi.

Fino a quando la popolazione di Barcellona non ha cominciato a interessarsi a questi rifugi, chiedendo di poterli visitare, di poterli aprire al pubblico, di poterli mantenere per non dimenticare un periodo così buio della propria storia.

Sono uscita dal Refugi 307 pensando a tutte le persone che avevano collaborato e lavorato alla sua costruzione: donne, anziani, bambini. Persone che molto probabilmente non ci capivano un tubo di ingegneria, ma che invece di stare con le mani in mano hanno deciso di alzarsi e lavorare per se stessi e per la propria città.

Fontana Magica di Montjuïc, Barcelona
La Fontana Magica di Montjuïc. La prima canzone dello spettacolo che ho visto era Barcelona dei Queen ed è stato subito ammmoreh.

Il resto della mia seconda e ultima giornata a Barcellona (AH! La brevità dei fine settimana!) è scivolato tra una scarpinata a Park Güell, dove il bagno di folla e la prospettiva di aspettare quattro ore per vedere la famosa terrazza con le lucertole di Gaudí hanno vaporizzato il mio interesse per i rettili, e una visita all’incompiuta ma comunque stupenda Sagrada Familia (altre quattro ore di attesa previste: facciamo che torno un’altra volta?).

La caldissima e assolatissima giornata si è conclusa nella pioggerellina della Fontana Magica di Montjuïc: un trionfo di luci, musica, getti d’acqua e malefiche folate di vento inspiegabilmente sempre nella mia direzione.

Dopo un week-end così, non potevo che cominciare la settimana con la voglia di prenotare subito un altro volo.


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