I devastanti effetti dell’ottimizzazione del tempo

La volta che ho messo un tantino in prospettiva il valore del mio diploma di laurea ero all’Università di Harvard, a Boston.

Bandiera USA, Boston
Un po’ di sano patriottismo.

Boston era la terza tappa di un viaggio della speranza che era cominciato a Washington DC ed era proseguito a Philadelphia, prima di concludersi nel Massachusetts.

In uno slancio di voglia di ottimizzare il tempo a nostra disposizione, io e i miei compagni di viaggio avevamo deciso di viaggiare di notte per raggiungere Boston. Il nostro autobus era infatti partito da Philadelphia poche ore prima di mezzanotte e sarebbe dovuto arrivare a destinazione all’alba del giorno dopo. Solo che evidentemente abbiamo trovato poco traffico o l’autista aveva particolarmente fretta, perché a Boston ci siamo arrivati un’ora prima del previsto.

Erano le quattro del mattino, il cielo era nero e la città fuori dalla stazione era addormentata e fredda. E noi non eravamo ancora del tutto usciti da quell’ombra di fase R.E.M. che avevamo faticosamente conquistato incastrati nei sedili del bus.

Boston all'alba
Boston all’alba.

Era troppo presto per fare qualsiasi cosa, persino per uscire dalla stazione e avventurarsi in città. L’unica opzione per il momento era restare al chiuso in attesa di tempi migliori, o almeno del sorgere del sole e della prima corsa della metropolitana. Poi saremmo usciti.

Abbiamo quindi atteso, e quando stava per giungere l’alba ci siamo incamminati fuori. Fuori era ancora praticamente notte, nonostante tutto, ma se non altro le cime dei grattacieli cominciavano a schiarirsi. Abbiamo quindi mosso i nostri primi passi a Boston sul filo sospeso dell’aurora, a metà strada tra il giorno degli ultimi piani dei grattacieli e la notte dei marciapiedi. Gli unici a muoversi in questo paesaggio assonnato eravamo noi.

Col primo treno della metro abbiamo raggiunto il nostro albergo, dove naturalmente era troppo presto per fare il check-in; ci siamo quindi limitati a lasciare i bagagli e a cercare di resuscitarci con una sosta al bagno. Dopodiché ci siamo rimessi in marcia alla volta del centro città.

Boston Common
Il parco di Boston.

Era domenica mattina. Se un qualsiasi abitante di Boston quella mattina fosse uscito di casa molto presto e fosse passato davanti al Dunkin Donuts di fronte al parco, avrebbe assistito al miracolo della caffeina sui volti grigi e assopiti di tre ragazzi seduti al bancone in vetrina e immersi nei vapori dei loro bicchieroni di caffè.

Dunkin Donuts, unica cosa aperta a quell’ora incivile, è stato la nostra salvezza, perché ci ha dato una colazione e un luogo dove aspettare che tutto il resto aprisse i battenti. Se ripenso a quel momento di disagio e incredibile sonno, mi viene da chiedermi come avessi potuto pensare che viaggiare di notte e arrivare in città la domenica mattina prima dell’alba fosse una buona idea.

Non era certamente la peggiore delle idee che io abbia mai avuto (vedi la volta che ho largamente sopravvalutato la mia forma fisica e sottovalutato la grandezza di un’isola; ma anche la volta che ho pensato che andare a fare sandboarding al tramonto fosse una buona idea; o ancora la volta che ho guidato trenta chilometri su una strada sterrata in mezzo al nulla perché dalla mappa sembrava che fosse solo un po’ più piccola dell’autostrada; ok basta), però non era neanche da Nobel, ecco.

North End, Boston
North End, il quartiere italiano.

Boston era nella mia lista dei desideri da tempo, ma uno dei motivi principali per i quali io e i miei compagni di viaggio ci eravamo spinti fino a lì era andare a trovare un nostro amico. La piccola reunion doveva però aspettare qualche ora, che avremmo riempito con un tour storico della città e una buona dose di chilometri (a piedi).

Boston è, una volta tanto, sia capitale che città più grande e importante del Massachusetts, lo stato più popoloso della regione del New England.

Fondata nel 1630 da coloni puritani inglesi con talmente tanta fantasia da voler battezzare la nuova colonia come una città del Lincolnshire, Boston è una delle città più vecchie degli Stati Uniti. È stata palcoscenico di più di un evento cruciale durante la Guerra d’Indipendenza Americana, dal Massacro di Boston del 1770 (cinque civili uccisi dalle truppe inglesi, poi le cose sono un po’ scappate di mano ed è scoppiata la Guerra d’Indipendenza) al Boston Tea Party del 1773 (protesta politica contraria al Tea Act, con il quale gli inglesi volevano contrastare il mercato nero di tè nelle colonie nordamericane; un gruppo di coloni ha attaccato tre navi cariche di dritto dalle Indie e ha buttato tutto il tè nel porto della città, facendo arrabbiare parecchio gli inglesi e creando l’infuso più grande della storia).

Boston Freedom Trail
Il Freedom Trail, segnalato da una linea di mattoni rossi incastrati nel marciapiede.

Nell’800 la popolazione della città di Boston è cresciuta grazie anche ai flussi migratori (principalmente irlandesi in fuga dalla carestia, ma anche tedeschi, libanesi, siriani, russi, polacchi, canadesi e gli immancabili italiani). Come in molte altre città, i vari gruppi di immigrati hanno dato vita a quartieri e piccole città nella città: è il caso di North End, il quartiere italiano di Boston e una delle sue principali attrazioni turistiche (perchè è la parte più storica della città, non solo per le salumerie e le pizzere; anche se…).

È a North End che mi sono commossa davanti a un calzone ripieno di mozzarella e pomodoro. Seguendo il Freedom Trail, un percorso di circa 4km che attraversa la città di Boston e tocca i siti più significativi della sua storia, io e i miei compagni di viaggio siamo arrivati al quartiere italiano e, tra una salumeria e un panettiere, qualcosa dentro di noi si è svegliato dal torpore. Lo stomaco.

Boston Quincy Market
Boston Quincy Market, mercato coperto storico della città.

Non era ancora ora di pranzo, e non volevamo certo rovinarci l’appetito, quindi abbiamo promesso a tutti quei profumini invitanti che saremmo tornati presto e abbiamo proseguito il nostro tour storico della città, che ci avrebbe portati ad attraversare cimiteri (dei quali la sottoscritta è una grande fan) e ad arrampicarci su Bunker Hill, termine del percorso, per ammirare il suo monumento ai caduti, ma più che altro per poterci sedere su una panchina e riposare (uno dei miei compagni di viaggio è entrato in fase R.E.M. non appena le sue spalle si sono appoggiate allo schienale).

Era aprile, quindi io mi trovavo negli Stati Uniti da quasi un anno. Erano ormai almeno tre mesi che avevo perso quasi totalmente il senso del gusto, e ormai non ricordavo più il sapore che dovrebbe avere una pizza. Le mie papille gustative si erano tristemente abituate ai tranci di pizza secca che vendevano nella breakroom al lavoro: dei triangoli che sembravano fatti di cartone e che molto probabilmente erano fatti di cartone, visto il sapore molto più vicino al cartone che alla pizza.

Insegna a North End, Boston
North End. Si capisce che è il quartiere italiano?

Non voglio essere fraintesa: io adoro il junk food americano, stravedo per il burro di arachidi, gli Oreo e i cinnamon roll. Non apprezzo in egual misura i tentativi americani di imitazione del cibo italiano (mettiamo una croce su Olive Garden, bolliamolo come esperimento clamorosamente fallito e riproviamoci, ok?). Perché c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel mettere il ketchup sulla pizza e sulla pasta e chiamarlo salsa di pomodoro.

La pizza mi mancava, ma a giudicare da quanto ho apprezzato il calzone ripieno preso in una pizzeria di North End, dovevo aver sottovalutato di molto il mio grado di malinconia verso il cibo italiano. Il silenzio religioso nel quale io e i miei compagni di viaggio abbiamo pranzato era indicativo di quanto stessimo gradendo il nostro pasto.

Dopo un pranzo così era impellente la necessità di un pisolino, e il resto della giornata è stato molto rilassante: check-in, riposo, reunion strappalacrime col quarto componente del gruppo, birretta serale. Ore di sonno recuperate: un numero quasi soddisfaciente.

L’indomani eravamo quindi svegli, scattanti e pronti per un’altra giornata all’insegna della cultura. Ci sentivamo talmente intelligenti che abbiamo deciso di andare ad Harvard e dare così il colpo di grazia alla nostra autostima.

Harvard University, Boston
Il campus dell’Università di Harvard. Mica male, no?

La Harvard University, assieme al Massachusetts Institute of Technology (per gli amici MIT), è tra le migliori università degli Stati Uniti d’America e del mondo. Entrambi gli istituti offrono un livello di istruzione superiore senza pari e si trovano poco distanti l’uno dall’altro, in un’area chiamata Cambridge (come la città inglese, sì) a ovest della città di Boston.

Le due università sono diverse non solo per i corsi che offrono e per lo stile che contraddistingue gli studenti di uno o dell’altro ateneo (molto pettinati gli studenti di Harvard, decisamente più sportivi e tecnologici quelli del MIT), ma anche per l’atmosfera che si respira all’interno dei rispettivi campus. Mentre Harvard è ordinata, pulita, dal sapore un po’ britannico, il MIT mi ha ricordato di più le università italiane (con una leggera differenza di infrastrutture). Una cosa però accomuna entrambe le università: il mutuo da accendere per potersi permettere le tasse universitarie.

Dopo aver percorso chilometri immersi nella conoscenza (altrui) e dopo aver rivalutato un attimo i nostri rispettivi pezzi di carta che rispondono al nome di Laurea, io e i miei compagni di viaggio abbiamo concluso il nostro giro culturale con una serata all’insegna dei tentativi di ingresso nei pub del centro storico, dove non sempre la nostra patente italiana veniva accettata come documento valido ad accertare la nostra maggiore età (l’età legale per bere alcol negli USA è 21 anni).

Harvard University, Boston
Ci sono pure gli alberi in fiore.

Il giorno dopo abbiamo permesso alla stanchezza accumulata durante i giorni di viaggio di prendere il sopravvento e abbiamo vagato per Boston Common, il parco pubblico che si trova nel centro della città di Boston, finché non è venuto il momento di andare in aeroporto a prendere l’aereo di ritorno verso Orlando. Mentre riposavo lo sguardo lasciandolo vagare sui verdi prati e sugli alberi in fiore del parco di Boston e meditavo sui massimi sistemi, cercavo di fare ordine tra tutte le cose che avevo visto negli ultimi giorni. Washington DC, Philadelphia, Boston.

Tralasciando Philadelphia, che nonostante la sua storia non è riuscita a fare breccia nel mio cuore (che generalmente si entusiasma per ogni sasso, quindi è un brutto segno), sia Washington DC che Boston sono valse tutte le ore di sonno sacrificate in favore dell’ottimizzazione dei tempi. Washington DC mi ha piacevolmente sorpresa, lasciandomi una sensazione di pace e ordine (dopotutto la bicromia del Mall con il suo prato verde e i suoi memorial bianchi è parecchio rilassante).

Boston, dal canto suo, ha velocemente scalato la mia personalissima classifica di città statunitensi e si è comodamente sistemata in cima, accanto a perle come San Francisco e New Orleans. Non ha senso fare paragoni, le tre città sono molto diverse tra loro per struttura, storia e atmosfera; la cosa che le accomuna è la loro unicità.

Boston Old State House
Boston Old State House, l’edificio statale più antico della città.

Passeggiare per le strade di North End a Boston è stato un po’ come tornare a casa: gli odori delle salumerie e delle panetterie, lo stile stesso dei negozi, i ristoranti e le pizzerie… tutto ricordava l’Italia. Allo stesso tempo la città è molto inglese, con i suoi edifici in mattoni rossi e la sua chiara discendenza coloniale. Il financial district è moderno ma di dimensioni contenute, a misura d’uomo si potrebbe dire.

Tornare a Orlando dopo essere stata a Boston è stato traumatico quasi quanto lasciare New York. Al termine di questo viaggio della speranza durato la bellezza di sei giorni sentivo di avere il disperato bisogno di una vacanza per riprendermi dalla vacanza.


Se non vuoi perderti neanche un articolo, iscriviti alla newsletter! Non dimenticare di seguirmi anche su Facebook e su Instagram! E se ti è piaciuto questo articolo, perché non condividerlo?

Cosa ne pensi?