Ritorni non ritorni e pose plastiche miseramente fallite

La volta che sono tornata in un posto in cui in realtà non ero mai stata prima ero a Disneyland Paris ed ero pronta a vomitare arcobaleni e cercare inutilmente di posare per foto nelle quali sarei uscita malissimo.

Dopo un primo giorno di fuoco, ricco di chilometri e povero di cibo, il sabato mattina mi sono svegliata nel mio letto in ostello a un orario in cui credevo avrei dormito come un sasso. E invece no. Ero sveglia e pimpante e pronta ad affrontare la giornata.

C’era tempo prima dell’appuntamento con la mia amica messicana e le sue compagne di viaggio: avevo qualche ora in cui potevo infilare una visita da qualche parte. Mi sono quindi dedicata a una delle mie attività preferite in viaggio: la visita al cimitero locale.

A Parigi si vince facile coi cimiteri: tutti conoscono Père Lachaise; la tomba di Jim Morrison, quella di Oscar Wilde, i gruppi di turisti. Me ne avevano parlato con toni talmente entusiasti che stavo cominciando a diventare scettica: mi sarebbe piaciuto davvero così tanto, tanto quanto sembrava piacere a tutti?

Risposta breve: sì.

Risposta lunga: ci ho passato un’ora e non mi è sembrata affatto abbastanza.

Il cimitero di Père Lachaise è enorme, immenso, gigantesco. E tutto un su e giù di sentieri, scale, vialetti, zigzag tra gli alberi. Ci sono sepolture più recenti e sepolture antiche, con i nomi consumati e le radici degli alberi che cercano di farsi largo tra il marmo. C’è una moltitudine di piccoli mausolei che sembrano cabine telefoniche londinesi, solo che non sono rossi e hanno vetrate colorate e altari interni al posto del telefono a gettoni.

Sono uscita perché dovevo andare a incontrare le messicane, altrimenti sarei rimasta a oltranza.

Le messicane arrivavano col bus da Bruxelles. Ed erano cariche di bagagli e outfit per ogni occasione. Io, che avevo incastrato tutti i miei averi per il fine settimana nel mio zaino da 24 litri, in quello che almeno per me era un miracolo del backpacking, mi ritrovavo con un paio di jeans, due maglie e dei leggins come pigiama. Il mio outfit urlava turista dalla punta del cappuccio della giacca antipioggia, passando per l’unica cerniera dello zainetto Decathlon super tascabile, fino alle scarpe da ginnastica fluo. Ero pronta a tutto. Tranne che al book fotografico che mi attendeva.

Il pomeriggio del sabato è stato una continua reunion di ex cast member Disney, oltre che una continua camminata tra monumenti e palazzi, oltre che un continuo set fotografico.

Mi piace scattare foto, ma mi trovo molto più a mio agio sul lato di qua dell’obettivo, dove ci sono i comandi e il mirino. Il lato di là mi porta a sorridere nervosamente e a chiudere gli occhi, soprattutto in presenza di una qualsiasi fonte di luce.

È stato quindi fantastico riunirmi con la mia ex-coinquilina messicana e ritrovare le sensazioni di disagio e inappropriatezza che in Florida mi accompagnavano sempre quando mi trovavo a finire nella stessa foto con lei. Perché Paulina ha un sorriso smagliante, è super fotogenica, e soprattutto ha un qualche radar interno che le permette di percepire a distanza di svariate decine di metri quando qualcuno sta per scattare una foto nella sua direzione; e i suoi riflessi, prontissimi e sempre all’erta, le permettono di mettersi immediatamente nella posa plastica adatta all’occasione. In un tentativo di imitarla, non potendo sperare nello stesso radar, in Florida avevo cercato di curare la mia posa per renderla il quanto più possibile simile alla sua. Risultato: lei perfetta e sorridente con la mano sul fianco, io una sottospecie di manichino storto con una gamba alzata e il sorriso surgelato.

Quello che ho scoperto a Parigi è che anche le compagne di viaggio della mia amica Paulina erano fotogeniche quanto lei; e tutte sembravano amare spropositatamente farsi ritrarre davanti a monumenti, chiese e palazzi. Mentre io fuggivo da ogni inquadratura.

Il giro turistico del sabato si è limitato al centro solitamente più visitato di Parigi: Arco di Trionfo, Champs-Élysées, Torre Eiffel, Louvre, Notre Dame, Montmartre, Moulin Rouge. Il tutto camminando un sacco e mangiando pochissimo, giusto per non rompere con la tradizione risalente al giorno precedente.

Chilometri percorsi a piedi: 19.

La domenica mi attendevano la magia e gli arcobaleni di Disneyland Paris.

Non avevo più messo piede in un parco Disney da quando avevo terminato il mio programma a Walt Disney World, in Florida. In gergo: non ero più tornata a Disney. E non potevo che tornarci con Paulina, con la quale condivido una certa dose di Disney freakness; anche se credo di aver perso un po’ del mio fanatismo. Il cerchietto con le orecchie da sorcio ancora non lo metto.

Non ero mai stata a Disneyland Paris. Ma varcare il cancello d’ingresso e trovarsi all’imboccatura della Main Street USA, il viale da cartolina tutto colori pastello che conduce al castello della principessa di turno, è stato maledettamente come tornare a Orlando. Ho potuto finalmente capire quanto i parchi siano uguali tra di loro, eppure diversi. I palazzi, i colori, i dettagli: tutto poteva farmi credere di essere tornata in Florida. Unica quisquilia che poteva tradire l’effettiva località: invece di essere in infradito e pantaloncini, ero in jeans e tre strati di vestiti. E la pioggia era troppo leggera e delicata per potersi spacciare per i diluvi da fine del mondo tipici dell’estate in Florida centrale.

Clima a parte, la seconda grande differenza tra Orlando e Parigi è il castello. Certo, perché mica può essere sempre lo stesso. Una principessa mica può vivere in più città contemporaneamente, no? No, quindi Biancaneve abita nel castello basso e grasso in California; Cenerentola muore di caldo nel suo castello alto e magro in Florida; e Aurora, la Bella Addormentata, si bea del rosa confetto del suo castello in Francia. Sì, rosa; perché se l’avessero fatto grigiolino/azzurro come quello di Cenerentola non l’avrebbe visto nessuno, confuso come sarebbe stato con il cielo tendente al grigio della capitale francese.

Il castello della Bella Addormentata ha una cosa che quello di Cenerentola non ha: una scala per entrare a vedere le vetrate che raccontano la sua tragica infanzia (tratto distintivo per poter essere ammessa tra le principesse Disney; la tragica infanzia, non le vetrate). E, nelle segrete, è possibile vedere i bambini che si spaventano al cospetto del drago pisolante: si tratta chiaramente di Malefica, gli occhi rosso fuoco e le fauci fumanti.

Altra differenza tra i parchi USA e Disneyland Paris è il customer service (per usare uno dei termini più inflazionati nei CV e su LinkedIn). Non c’è storia, Europa e Stati Uniti hanno due idee totalmente diverse del concetto di cura al cliente.

In California e in Florida, il personale Disney subisce un consistente e totalizzante lavaggio del cervello; la cosa è evidente nell’altissimo numero di decibel che i cast member americani (non esistono impiegati, solo membri del cast) raggiungono quando devono salutare un guest (non esistono clienti, solo ospiti), nella percentuale di zucchero contenuta in qualsiasi parola che proferiscono, nelle diottrie perse dai guest di fronte ai loro sorrisi smaglianti.

In Europa siamo burberi, non siamo abituati a un servizio di questo tipo; non ce lo aspettiamo e non siamo così naturalmente predisposti a fornirlo come sembrano esserlo i cittadini USA (anche il Canada non scherza, mi dicono). Siamo maleducati? No: samo europei.

Paracadute a Disneyland Paris
Io comunque mi sono divertita lo stesso, anche se la mia posa plastica tipo è questa.

Disney però non si smentisce mai. Se all’ingresso al parco potevo descrivere il mio entusiasmo come non proprio rasente al suolo ma almeno ad altezza ginocchia, nell’arco di poche ore ero già di tutt’altro umore. Ora dello spettacolo serale al castello cantavo Let It Go come se non ci fosse un domani (anche se di fatto il mio domani era terribilmente vicino perché il bus per l’aeroporto era alle 5.25).

Chilometri percorsi a piedi: 16.

Arcobaleni vomitati: innumerevoli.

Bisogno di una vacanza per riprendermi dalla vacanza: indicibile.


Se non vuoi perderti neanche un articolo, iscriviti alla newsletter! Non dimenticare di seguirmi anche su Facebook e su Instagram! E se ti è piaciuto questo articolo, perché non condividerlo?


Cosa ne pensi?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.