Alla ricerca della Stanza delle Necessità (che non è il bagno)

La volta che ho prenotato un volo a 48 ore dalla partenza scegliendo la meta più economica sono finita per dieci giorni a Perth, nel Western Australia.

St Mary's Church, Perth
St Mary’s Church a Perth

Ero ad Adelaide, nel South Australia. Ero lì da poco più di un mese, dopo esserci finita quasi per caso dopo il tour a Uluru. Mi ci trovavo anche bene, vivevo in ostello con mia cugina (quella del viaggio in Tasmania), un nostro amico e tutti gli altri ospiti dello Shakespeare.

Dopo i primi giorni di titubanza, l’ostello era diventato come una casa, e gli altri ospiti erano dei simpaciti coinquilini coi quali facevo colazione, pranzavo, uscivo. Eravamo come una grande famiglia.

Però non trovavo lavoro, e dopo aver girato in lungo e in largo la bella ma comunque piccina Adelaide, ho cominciato a chiedermi se non fosse il caso di spostarsi da qualche altra parte. Vedere una fetta di Australia nuova prima del viaggio in Nuova Zelanda programmato da tempo immemore.

Come era già capitato, mi sono ritrovata a scegliere la meta più economica da raggiungere: Perth, nel Western Australia.

Il mio volo partiva in meno di 48 ore: avevo giusto il tempo di infilare tutto in valigia (cosa praticamente già fatta, dal momento che vivevo in ostello con la valigia pronta sotto il letto) e salutare tutti.

In aeroporto si è naturalmente presentata una scenetta simile a quella vissuta andando ad Alice Springs qualche settimana prima, e ho dovuto abbandonare una felpa e un paio di altre cose. Lì mi sono ripromessa che avrei imparato a viaggiare più leggera.

Kings Park, Perth
Vialone alberato a Kings Park.

Ho lasciato Adelaide in autunno e sono arrivata a Perth in estate. Il caldo non era torrido, ma senz’altro piacevole. L’ostello dove avevo prenotato qualche notte, incerta su quanto avrei voluto effettivamente restare in città, era un YHA grande, pulito e vicino alla stazione.

Una delle prime cose che ho visitato della città è stato il suo giardino botanico, Kings Park, una distesa a perdita d’occhio di prati verdi e alberi. Sono piuttosto sicura di non essere riuscita a vederlo tutto. Era troppo grande, c’erano troppe cose, tutto era troppo distante. Mi ci sono persa, affascinata dagli stagni, dai viali alberati, dalla stupenda vista sulla città.

Il mio giro di ricognizione della città includeva anche la cattedrale di St Mary e la Mint, di fronte alla quale ho speso cinque minuti buoni a domandarmi cosa fosse. Poi Google Translate ha avuto la meglio: era la zecca. Più precisamente: la più antica ancora funzionante in Australia. Produce monete da collezione (ne hanno anche con Spiderman e i Ghostbusters!) e lingotti, e qualche anno fa ha pensato bene di battere il record canadese per la moneta d’oro più grande, pesante e preziosa al mondo. 80 centimetri in diametro di moneta. Perfetta per il carrello del supermercato insomma.

Durante il mio primo giro a Perth ho fatto la piacevole scoperta del sistema di bus interno al CBD (Central Business District), il meraviglioso CAT (Central Area Transit). Quattro linee, quattro colori, un gatto come logo; ma la cosa migliore è che è completamente gratuito. Non ci volevo credere: qualcosa di gratuito? In Australia? Inaudito.

The Cloisters, Perth
The Cloisters, costruito dai detenuti spediti a Perth nel 1800; un tempo una scuola, ora parte dell’edificio alle sue spalle.

Inutile dire che ho cercato di usare CAT quanto più possibile, fosse anche solo per l’ebbrezza di viaggiare gratis. Perché per il resto il centro di Perth è tranquillamente percorribile a piedi, e molto piacevole.

Non troppo distante dalla stazione c’è il mall, strada pedonale ricca di negozi immancabile in ogni città australiana (termine registrato nel mio vocabolario personale accanto a mall: centro commerciale americano e a mall: parco bislungo, verde e pieno di memorial di Washington DC). E la CBD, il centro finanziario, è un susseguirsi di grattacieli interrotti qua e là dalle occasionali costruzioni in mattoni rossi risalenti al periodo coloniale.

Sempre in zona stazione c’è l’area museale della città, dove si trova il Western Australian Museum. Da questo museo ho portato a casa il ricordo nitido di una bambola aggiacciante e agghiacciata; ma anche di alcune lettere conservate in una teca, parte di un’ala del museo dedicata all’uso di sottrarre i bambini aborigeni alle famiglie, uso che avevano gli stati australiani a inizio ‘900. Ci si basava principalmente sul colore della pelle: i bambini più chiari, i quasi-bianchi, venivano inseriti nella comunità dei bianchi; per quelli troppo scuri non c’era speranza di integrazione.

Mi sono quindi ritrovata a leggere le parole di una madre aborigena che chiedeva la restituzione del figlio. “So please kind Sir let us have him back as quick as possible and we will be as happy as the days are long“, concludeva.

London Court, Perth
London Court, con quell’aria medievale leggermente fuori posto in Australia.

Dopo i primi due giorni ho deciso che avrei passato a Perth la mia intera permanenza nel Western Australia. Non avevo abbastanza tempo per girare come si deve l’intero stato, quindi mi sarei dovuta accontentare di qualche gita non troppo fuori città: a Penguin Island a vedere i pinguini più adorabili del regno animale, e il giorno immediatamente successivo a girare Rottnest Island in bicicletta, schivando i quokka in cerca di cibo, per poi concludere in bellezza andando a vedere il Pinnacles Desert e facendo sandsurfing.

Tra una gita e l’altra ho trovato comunque il tempo di deambulare senza meta per Perth, capitando per caso al tavolo di un ristorante curiosamente svedese che, tra le altre cose, serviva un piatto tipicamente inglese (la Shepherd’s Pie, da me molto ma molto ma molto amata). Mentre mangiavo, riflettevo sulla mia senzazione di trovarmi in una barzelletta. Ci sono un’italiana, un ristorante svedese e un piatto inglese in una città australiana…

Un giorno, in un momento di grande stanchezza, ho girato un angolo e ho seriamente pensato di avere inavvertitamente messo piede in un portale che mi aveva appena teletrasportata in un altro continente. Di fronte a me, nel cuore di Perth, nel Western Australia, una viuzza colma di negozietti e café dalle insegne in ferro battutto, con edifici tipicamente inglesi e un’aria che urlava Diagon Alley da ogni crepa di ogni mattone. Ho percorso la stradina affollata come se mi trovassi in un sogno, o forse vittima di un’allucinazione. Cosa c’era nella Shepherd’s Pie?

Il giorno successivo ho provato a cercare lo stesso luogo, trovandolo solo quando mi sono arresa all’evidenza: era una specie di Stanza delle Necessità che si sarebbe palesata soltanto in un momento di vero bisogno.

Solo in seguito ho scoperto che si trattava di un centro commerciale a cielo aperto chiamato London Court. Avrei dovuto capirlo, ma al momento ero troppo appannata per farlo.

East Perth Cemetery
Ripetete con me: visitare cimiteri non è macabro né lugubre.

In quei pochi giorni a Perth ho avuto modo di godere appieno della compagnia di me stessa, riuscendo nel fino ad allora impensato intento di non cominciare a parlare con chiunque pur di avere qualcuno a cui raccontare quello che stavo vivendo (emorragia verbale, ecco come si chiama la mia condizione). Ho apprezzato la gioia di decidere da sola dove andare e quando farlo, senza dover spiegare per l’ennesima volta che voler visitare un cimitero non è macabro, né lugubre.

Ho viaggiato da sola e mi è piaciuto un casino.

Poi ho salutato la mia Perth e la mia solitudine e ho preso un volo in direzione Melbourne, da dove sarei partita per un viaggio di tre settimane on the road in Nuova Zelanda, durante il quale di compagnia ne avrei avuta eccome.


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