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La volta che ho dovuto aspettare quasi quattro mesi per avere l’esito di un colloquio di lavoro è stato quando ho fatto le selezioni per Expo Milano 2015.

Albero della Vita di giorno, Expo 2015
L’Albero della Vita.

Nell’estate 2014 sono tornata dall’Australia con l’idea ben precisa di candidarmi per lavorare a Expo Milano 2015, l’Esposizione Universale. Non sapevo cosa avrei potuto o voluto fare, sapevo solo che dovevo lavorarci. Un evento unico e irripetibile, tutte quelle culture assieme, un tema interessante… non potevo non esserci.

La Manpower, nota agenzia interinale diffusa in tutto il mondo, si occupava delle selezioni del personale e aveva creato un sito dove venivano pubblicate le posizioni alle quali era possibile candidarsi. Grazie alla mia comprovata esperienza in agenzie interinali e annunci di lavoro sono riuscita a crearmi un account e a capire come caricare il mio curriculum e inviare la mia candidatura.

A settembre gli annunci online erano nove, di cui sei tirocini o stage che promettevano di essere poco remunerativi. Degli altri tre annunci, uno sembrava cercare solo ingegneri, mentre gli altri due parevano proporre la stessa posizione ma con due nomi diversi. I testi degli annunci non erano particolarmente chiari, ma erano ricchi di parole interessanti e dall’aria responsabile, come gestione o criticità, quindi sembrava quasi roba da gente di un certo livello. Ho perciò mandato due candidature, senza avere la più pallida idea del tipo di lavoro per il quale mi stavo proponendo.

Volantino Padiglio Corea, Expo 2015
Simpatico volantino di un chioschetto di cibo coreano fuori dalla stazione Cadorna.

Nei mesi di ottobre e novembre la Manpower mi ha fatto completare qualche questionario online come parte del processo di selezione. C’erano quesiti di logica con strane sequenze di figure da completare e test di lingua inglese con delle terrificanti spiegazioni in inglese italianizzato. Non so quali studi di psicologia del lavoro si celassero dietro quei questionari, so solo che da qualche parte ci ho preso e ho ottenuto un colloquio per il 2 dicembre. La posizione per la quale stavo cercando di farmi assumere era Operatore Grandi Eventi. Continuavo a non sapere quale sarebbe stato il mio ruolo.

Il colloquio in realtà è stato interessante. Eravamo un gruppo di otto candidati e l’inizio è andato più o meno così:

Ragazza Manpower: “Ragazzi, che ne dite di presentarci? Già conosciamo i vostri curriculum, diteci qualcosa di più di voi!”
Silenzio imbarazzante.
La sottoscritta: “Vabè. Ciao a tutti, mi chiamo Marta e sono appena tornata dall’Australia, dopo nove mesi a zonzo, quindi sto un attimo cercando di riprendermi.”
Gli altri: “Ciao, io ho un master dell’università di Barcellona e uno di quella di Monaco di Baviera.”
“Io ho fatto l’Erasmus alla Sorbona di Parigi e ho preso contemporaneamente due lauree, quella italiana e quella francese.”
“Io mi sono appena laureata in Relazioni Internazionali con 110 e lode e dignità di stampa.”
“Io ho fatto uno stage a Londra, a Buckingham Palace.”
“Io sono madrelingua italiana, spagnola e francese e parlo correntemente anche l’inglese e il russo.”
“Io mi sto laureando in ingegneria.”

Alcune affermazioni potrebbero essere un po’ gonfiate, ma è a puro scopo esplicativo del mio disagio nel trovarmi circondata da gente super qualificata alla quale l’unica cosa sensata che ero riuscita a dire era che ero un’ex backpacker. Livello di inadeguatezza percepita: over 9000.

Albero della Vita di notte, Expo 2015
Bello lui!

Flashforwarderemo ora l’attività di gruppo, che meriterebbe un capitolo a parte per quanto ha saputo tirar fuori il meglio o il peggio di ognuno dei candidati; e io naturalmente ero la più mattacchiona e incompresa di tutti, dal momento che tendevo a sciogliere l’agitazione nell’umorismo quando tutti gli altri erano reattivi quanto un cespo di insalata, oltre che super seriosi e concentrati.

Passiamo quindi al colloquio singolo, che è durato cinque minuti netti se è tanto e che mi ha dato la drammatica impressione di essere una pura formalità, come se avessero in realtà già deciso chi aveva passato la selezione e chi no. Ho comunque cercato di riscattarmi precisando che dopo aver lavorato un anno in quella specie di universo parallelo e caramellato che è Walt Disney World avevo sangue freddo da vendere. Sviolinata finale: “Io voglio lavorare all’Expo perché voglio contribuire a dare al resto del mondo la migliore immagine possibile dell’Italia e degli italiani.”

Se avessi aggiunto che il mio più grande desiderio era la pace nel mondo mi avrebbero dato la coroncina di Miss Italia, l’action figure di Giuseppe Sala e una laurea ad honorem in Relazioni Internazionali.

Non potevano non assumermi.

Infatti l’hanno fatto, ma ci hanno messo tre mesi e passa a decidersi.

Tesserino Expo 2015
Il mio tesserino!

Era il giorno del mio compleanno e stavo facendo la spesa quando la Manpower mi ha chiamata per chiedermi se ero ancora interessata a lavorare all’Expo. Certo che lo ero. Ero quindi disponibile per la visita medica pre-firma contratto? Certo che lo ero. Visita fissata allora. Ok, grazie e arrivederci.

Il seguito è in realtà avvenuto molto in fretta, se paragonato alle tempistiche viste in precedenza. A una settimana circa dalla visita medica (“Sei in buona salute?” “Sì.” “Hai disturbi del sonno?” “No.” “Idonea!”) sono stata nuovamente chiamata dalla Manpower per la firma del contratto, che sarebbe avvenuta a due giorni dall’inizio dello stesso. Il tutto con 72 ore di anticipo. Il che poteva anche andare bene per me che vivo vicino a Milano, ma meno di una settimana di tempo per trovare casa in città e trasferirsi non era il massimo per chi veniva da fuori. E quando dico fuori intendo dire da tutta Italia e oltre: alla firma del contratto la sede Manpower di Milano parlava tutti i dialetti dello stivale, più qualche lingua straniera.

L’appuntamento era alle 16, il contratto l’ho firmato verso le 22 dopo ore di accampamento in un corridoio. Probabilmente un rito di iniziazione per abituarci alle code del padiglione giapponese. Dopo due giorni, il primo aprile, l’inizio del mese di formazione che ci avrebbe portati a saper fare il nostro lavoro. Ancora ignoravamo quale sarebbe stato di preciso, ma saremmo presto stati in grado di farlo. Qualunque cosa fosse.

E se ho cominciato a parlare al plurale non è un caso, perché il primo aprile ha avuto inizio la mia avventura come parte integrante di un gruppo di disagiati sociali mai visto prima.


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