Siamo stati forgiati

La volta che ho lavorato per un’Esposizione Universale ero a Milano Expo 2015. Ed ero vestita da benzinaia.

Divisa FOP, Expo Milano 2015
Disagio. Tanto disagio.

Dopo un processo di selezione infinito e un mese di formazione in aula da brividi, io e i miei compagni di giochi abbiamo ricevuto le nostre armature e le nostre armi. Eravamo pronti per entrare nell’arena. O forse no.

La divisa era molto blu, di molti blu, abbondantemente vasta e marchiatissima Expo. Comprendeva dei pantaloni ai quali mia madre ha dovuto tagliare otto centimetri dal fondo e quattro dall’interno di ogni gamba (fortuna che era una S), una maglia blu a maniche lunghe, una polo blu, un gilet talmente pieno di tasche che avrebbe messo in difficoltà persino l’Ispettore Gadget, un cappellino con visiera e calotta rigida anti-urto in caso dovessimo fendere la folla a testate, un meraviglioso gilet ad alta visibilità, di quelli arancione evidenziatore e con le strisce catarifrangenti, un praticissimo k-way che abbiamo scoperto solo dopo mesi non era un vero k-way perché non proteggeva dalla pioggia, e un paio di comodissime scarpe antinfortunistiche, di quelle da cinque chili l’una e la punta rinforzata, perfette per i concerti heavy metal.

Ogni singolo capo di vestiario, fatta eccezione per le scarpe, aveva il logo Expo bello in vista, perché dovevamo essere riconoscibili.

Questo non ha impedito alla gente che ho incrociato mentre andavo a Rho per il mio primo giorno di lavoro sul sito espositivo di scambiarmi per una parcheggiatrice. O per un parcheggiatore: immersa in tutti quegli strati di blu era difficile discernere qualcosa di più della mia (scarsa) statura.

Qatar Pavilion, Expo Milano 2015
Limitiamo le foto disagio e facciamo un gioco: indovina il padiglione?

Oltre all’armatura blu avevamo in dotazione un’arma imbattibile: il tablet. Il sacro tablet ci sarebbe servito per svolgere il nostro lavoro, ovvero comunicare con la centrale e segnalare eventuali criticità e problematiche. All’occorrenza, era utile anche per prendere a tablettate la gente.

Il mio primo giorno sul sito espositivo è stato una specie di caccia al tesoro. No, sul serio: abbiamo fatto una caccia al tesoro per familiarizzare con la posizione dei padiglioni e con le (non indifferenti) distanze. Ed è stato un sacco divertente e sorprendentemente utile, perché abbiamo avuto un assaggio di come sarebbe stato lavorare in squadra e soprattutto di come sarebbe stato muoversi per quel sito enorme. Giusto per rendere l’idea: il Decumano è (non mi sento ancora pronta a usare il tempo passato, chiedo venia) lungo 1.750m. Un chilometro e settecentocinquanta metri. In quel primo giorno di lavoro abbiamo capito che i nostri polpacci avrebbero raggiungo circonferenze da nazionale di calcio.

Era ancora fine aprile, quindi il sito espositivo era il cantiere di cui tutti volevano sapere: come stanno andando i lavori?; quanto sono indietro?; ce la facciamo per il primo maggio?. La curiosità era tanta, e così pure il casino sul sito, devo ammetterlo. Eppure devono essere riusciti a compiere il miracolo, perché nell’arco di qualche giorno l’intera zona ha cambiato faccia. Sì, c’era ancora qualche padiglione non del tutto finito, e sì, la Turchia ha perso un pezzo nella prima settimana e il Marocco ha iniziato a sciogliersi alla prima pioggia, ma tutto sommato a parte il Nepal non stavano messi così male. Nessuno ha davvero fatto caso al buco dove poi avrebbero aperto il negozio OVS, e nessuno ha davvero notato le piccole cose ancora da sistemare.

Il primo maggio, giorno dell’inaugurazione, tutti erano troppo impegnati a raccogliersi il mento dal Decumano, gli occhi incollati sulle linee morbide degli Emirati, sulla struttura metallica del Regno Unito, sulle catenelle colorate dell’Ecuador, sulle vele bianche del Kuwait, sul paesaggio da Prince of Persia dell’Oman (per chi è riuscito ad arrivare così in fondo).

Frecce Tricolori alla Cerimonia di Apertura Expo Milano 2015
Le Frecce!

E io ero alla Cerimonia di Apertura, il naso all’insù per vedere le Frecce Tricolori e la divisa nello zaino, perché il mio turno sarebbe cominciato nel pomeriggio. Tra una cosa e l’altra sono riuscita a quasi finire in un’intervista a Pisapia (il mio collega non ha avuto la stessa fortuna e la sua aria perplessa resterà  per sempre fissata nel filmato di una qualche TV locale) e a quasi investire un probabilmente importante e schifosamente ricco sceicco. Le gioie di Expo.

Data la natura unica e irripetibile di Expo, era abbastanza difficile prevedere per filo e per segno come sarebbe stato lavorarci e come sarebbe stato gestirlo, soprattutto per quanto riguardava gli aspetti relativi all’organizzazione dell’evento. Le procedure e i ruoli si sarebbero quindi dovuti adattare alle eventuali nuove necessità sorte nel corso dell’esposizione. Bisognava essere flessibili.

I FOP, io e i miei colleghi, oltre alla flessibilità e al proverbiale buonsenso, dovevano mettere in pratica una non indifferente dose di teamwork. Da soli era impossibile domare il temibile mostro chiamato folla, o meglio massa: la squadra era la salvezza. A meno che non fosse composta da esponenti del disagio più puro, ma ora della fine dell’esposizione è stato ben chiaro che si era tutti casi umani, nessuno escluso; e chi non lo era a inizio Expo lo è diventato col passare del tempo.

PEF, Expo Milano 2015
I bei tempi in cui non c’era nessuno…

Manpower ci ha selezionati tra migliaia di candidati. C’è stato chi ci ha etichettati come la crema della gioventù italiana. Tutti (o quasi) laureati, con delle belle esperienze sulle spalle, sia all’estero che in Italia, a contatto con la gente o in ambito dell’organizzazione eventi. Certe volte mi capitava di guardarmi attorno e sentirmi stupida, da tanto era alto il Q.I. medio.

La cosa era però stimolante: parlare con colleghi preparatissimi nei più svariati campi del sapere mi spingeva a saperne di più io stessa. In teoria, eravamo una macchina mortale che una volta messa in moto, a furia di auto-stimolarsi, avrebbe portato a una specie di aumento esponenziale della conoscenza. In realtà, eravamo troppo presi a goderci l’evento per pensare ad accrescere la nostra cultura. Certe volte ci capitava di guardarci negli occhi e chiederci: “Ma se noi siamo quelli che sono stati selezionati… gli altri chi erano?”

A inizio esposizione c’era molto scetticismo e poca gente: tutti avevano dubbi sulla buona riuscita dell’evento e pochi erano veramente interessati a venire a vedere com’era. Avevamo però una grande affluenza di gite scolastiche, code infinite di studenti accompagnati da insegnanti non sempre educati o pronti a dare il buon esempio quando si trattava di seguire le regole. Il numero di studenti in visita e l’accesso da loro prescelto per entrare a Expo (inizialmente Merlata andava di gran moda tra le scuole) determinavano il livello di disagio di chi era in turno. Essere assegnati a Merlata di mattina a metà maggio significava orde di classi, code di insegnanti in biglietteria, tentativi di appello negli angoli più angusti e meno indicati della PEM (Passerella Expo-Merlata).

Col passare delle settimane ci siamo specializzati, abituandoci al numero sempre crescente di visitatori e imparando a muoverci nel caos.

Triulza, Expo Milano 2015.
Triulza il sabato mattina.

Verso gli ultimi mesi del semestre espositivo è scoppiata la Febbre da Expo: tutti hanno deciso che Expo 2015 era assolutamente da vedere e si sono precipitati in massa a Rho (a lamentarsi per le code). Settembre e ottobre sono stati assurdamente affollati e sempre più folli. Si è arrivati al punto in cui capivo che era venerdì quando aprendo Facebook non leggevo altro che preghiere rivolte ad amici e parenti, richieste di restare a casa che i miei colleghi scrivevano nella speranza di riuscire a convincere qualcuno a non andare a Expo l’indomani. Il sabato era infatti il giorno di gran lunga peggiore. Almeno fino a quando tutti i giorni non sono diventati i peggiori. Triulza il sabato mattina è comunque rimasto il peggio del peggio nel nostro personalissimo metro di paragone da FOP.

Una delle cose più difficili del nostro lavoro era avere a che fare con la massa di visitatori. Lo facevamo bene, sia chiaro: se a inizio esposizione ci volevano dieci di noi per gestire un accesso, negli ultimi mesi ne bastava la metà, e quella metà aveva a che fare col doppio dei visitatori. Eravamo dei pro!

Lavorare con le persone non è però mai facile. Figuriamoci lavorare con migliaia di persone tutte assieme. Roba che farebbe sbarellare chiunque. Gli accessi poi erano zone critiche, lì si concentrava il grosso della coda e lì avvenivano gli scambi di opinioni più accesi. Era come se i visitatori avessero dentro un’ansia tremenda di mettere piede in Expo: erano nervosi, ansiosi, esasperati; il tutto prima ancora di entrare!

Io sono fermamente convinta che a Expo si sarebbero potuti fare studi e studi sul comportamento che le persone tendono ad assumere quando si trovano in mezzo alla folla.

Le teorie che ci scambiavamo tra colleghi non erano certo lusinghiere, ma dopo aver passato sei mesi a spiegare che le corsie con lo schermo con scritto STAFF erano per lo staff e non per i visitatori, che Samsung era solo la marca dello schermo e non stava a indicare la marca di cellulari alla quale era riservata la corsia, che se metà gruppo avesse fatto la coda in una corsia e l’altra metà nell’altra poi si sarebbero ritrovati tutti nello stesso sito espositivo; dopo aver passato sei mesi a vedere visitatori entrare a Triulza e uscire da Fiorenza nell’arco degli stessi quindici minuti perché non avevano capito in che direzione erano i padiglioni, visitatori che dopo due ore di coda al Padiglione Zero chiedevano cosa c’era dentro, che dopo due ore di coda al Padiglione Zero e dopo essere entrati da due minuti uscivano dall’ingresso dicendo che le prime sale non erano interessanti e quindi il padiglione non gli piaceva; dopo sei mesi così, qualche dubbio ci veniva.

Perché deve esserci qualcosa di insito, di primordiale, di istintivo, a spingere decine di persone a dire ok, mettiamoci in coda e aspettare pazientemente otto ore per poter entrare al Padiglione del Giappone (SPOILER: non valeva neanche un’ora di attesa; come tutti i padiglioni, del resto).

Sout Korea Pavilion, Expo Milano 2015
Suggerimento: non è il Burundi.

A un certo punto mi sono ritrovata a considerare la massa, come la chiamo io, come una sola entità, una specie di creatura mitologica, un Drago Smaug che aveva fatto di Expo la sua Montagna Solitaria. E io naturalmente ero il piccolo Bilbo Baggins, invisibile in quanto donna (molti uomini di mezza età non mi calcolavano minimamente, probabilmente convinti che fossi lì a puro scopo decorativo) ma comunque fastidioso, soprattutto non appena sono riuscita a mettere le mani su un megafono.

Un po’ comunque li capivo: per molte persone quella era la prima volta in un posto del genere, quindi era totalmente comprensibile essere un po’ spaesati. A volte gliela leggevo in faccia, la meraviglia. Altre volte li vedevo proprio stanchi, stanchi di tutte quelle cose nuove, stanchi di tutta quella gente, di tutta quella roba alla quale fare attenzione. Andavano alla deriva finché non trovavano qualcosa di rilassante su cui riposare gli occhi.

E così te li ritrovavi davanti a una mappa tattile per non vedenti, un rettangolo dolcemente blu e con delle linee bianche e pulite. Non si capiva niente e spesso la mappa non era neppure del tutto aggiornata, ma se non altro era in non più di due colori, e poi tutto quel blu tranquillizzava. Solo che dopo due minuti passati a fissarla uno generalmente cominciava a chiedersi perché non ci stava capendo niente.

In quella arrivavo io: “Alle sue spalle c’è una mappa molto più chiara. Questa è per non vedenti”. Al che la risposta era sempre una: “Ah. Vedo“. E io avrei tanto voluto rispondere: “È proprio questo il punto”, ma mi trattenevo e indicavo una delle enormi mappe che c’erano sul sito espositivo.

Capivo le persone spaesate, quelle un po’ smarrite, quelle con uno scarso senso dell’orientamento. Non capivo né accettavo quelle maleducate, e purtroppo ce n’erano. Tra i tu non sai chi sono io e i dammi il tuo nome che ti faccio licenziare c’erano una valanga di questa organizzazione fa schifo (generalmente dopo avergli spiegato perché non era possibile chiamare un taxi dal centro del Decumano ma fosse necessario uscire dal sito), svariate tonnellate di tu non sai fare il tuo lavoro, una buona dose di mia figlia è stanca, possiamo passare per l’entrata dei disabili?, e naturalmente il classico a me hanno detto che, il quale solitamente precedeva la barzelletta del giorno.

“A me hanno detto che i cani possono entrare.”

“Mi spiace signora, ma non possono.”

“Ma a me hanno detto che possono!”

“Capisco. Però io, dipendente Expo in divisa e accredito, le posso assicurare che nel regolamento Expo è espressamente vietato l’ingresso di animali che non siano cani guida.”

“Che vergogna.”

Nepal Pavilion, Expo Milano 2015

Dai, questo è facile.Io potevo cercare di chiudere un occhio sulla mancanza di rispetto per me e i miei colleghi, capivo che ad alcuni potevamo sembrare un ostacolo, nonostante fossimo tutt’altro. Non riuscivo però a capacitarmi della mancanza di rispetto che molti visitatori avevano tra di loro: tra chi si infilava a metà coda, chi fingeva di stare male, chi si inventava disabilità e malattie, chi si presentava con un bambolotto nel passeggino, gli impostori o mancati impostori erano purtroppo tanti. Alcuni se ne fregavano altamente degli altri, pensavano solo a se stessi, egoisti anche quando gli facevi notare la scorrettezza del proprio comportamento.

Fortunatamente questi restavano comunque una minoranza. Se perdevo fiducia nel genere umano quando avevo a che fare con certe persone, la riguadagnavo non appena avevo a che fare con altre. Tra chi si fermava per due chiacchiere, chi ti vedeva sotto il sole e ti chiedeva se avevi dell’acqua da bere o se te ne serviva, chi insisteva per offrirti qualcosa di caldo sotto la pioggia (cosa che non era possibile accettare, però il pensiero era carino). Il mondo non è del tutto marcio, per fortuna.

Tra gli studi che avrebbero potuto condurre a Expo Milano 2015, almeno uno sarebbe stato da dedicare alle subculture che si sono formate tra i lavoratori. Io e i miei colleghi, per esempio, abbiamo sviluppato un nostro gergo, che era quindi comprensibile solo ai membri del nostro gruppo:

“L’altro giorno sono uscita con Tizia e Caio.”

“Chi è Caio?”

OGE, fisso, Area 4.

Un esterno non avrebbe capito molto dell’ultima frase, un FOP invece avrebbe avuto buona parte delle informazioni necessarie a inquadrare il soggetto in questione, o almeno a capire dove e come trovare le informazioni mancanti.

China Pavilion, Milano Expo 2015
中国 sta chiaramente per…

Il gruppo che si è creato tra i FOP, la grande famiglia con la quale ho avuto l’onore e il piacere di lavorare e condividere tanti lunghi turni in mezzo alla bolgia, ha contribuito a portare avanti un’esposizione universale. E lo ha fatto davvero, non sono parole vuote.

Il senso di appartenenza a qualcosa, un gruppo di amici, una famiglia di colleghi, è stato quello che mi ha motivata e stimolata a essere entusiasta del mio lavoro. Quando mi lanciavo nella folla di Triulza come un gladiatore nella fossa dei leoni ero tranquilla, perché sapevo di avere le spalle coperte da altri gladiatori ai quali io stessa stavo coprendo le spalle. Ho capito davvero cosa significa la parola teamwork: era farsi tutto un lato del Padiglione Zero ballando Uptown Funk a due minuti dall’apertura, ma era anche parcheggiare le classi di adolescenti nel piazzale della biglietteria di Merlata; era uscire tutti vivi da quel carnaio di Fiorenza, ma era anche superare assieme i primi turni di notte senza finire in ipotermia.

Expo Milano 2015 è stato un evento unico e irripetibile, come è stata unica e irripetibile la mia esperienza da FOP.

Sono stati sei mesi lunghi e a volte molto difficili, ma ne sono uscita viva, più forte, più consapevole di me e con una passione smodata per i tendiflex. Tutto questo, soprattutto la passione smodata per i tendiflex, mi accompagnerà per il resto della mia vita.

Quando vado ai colloqui di lavoro e mi chiedono di descrivere il mio ruolo in Expo, la mia risposta naviga sempre attorno a queste righe:

UK Pavilion, Expo Milano 2015
Bzzzz…

“Lei è stato all’esposizione?”

“Sì.”

“In che mesi?”

“Verso settembre, ottobre.”

“Si ricorda quanta gente c’era? Si ricorda la coda per entrare?”

“Sì!”

“Ecco. Io, assieme ai miei colleghi, gestivo quello.”

Fa sempre un certo effetto, calcolando che sono alta un metro e un francobollo rovesciato.

Si potrebbero riempire libri e libri sull’impatto che l’esposizione ha avuto sulla città di Milano, sull’Italia, su chi l’ha visitata, sull’immaginario collettivo, sulla pop culture, sulle vite e sui portafogli di chi ci ha lavorato. E si potrebbero scrivere enciclopedie intere sulla considerevole mole di disagio che ha causato. In particolar modo, un frasario delle domande e richieste più assurde dei visitatori diventerebbe subito un best-seller nazionale, e vincerebbe probabilmente qualche premio in quanto ottimo spaccato della società italiana.

Alla Cerimonia di Chiusura c’erano i rappresentanti di tutti i padiglioni e alcune personalità della politica italiana ed estera. Tutti composti; persino il loro modo di battere le mani era composto.

Io e i miei colleghi siamo stati invitati, naturalmente, ma dopo la seconda esplosione di appausi e incoraggiamenti a Sala (“Grande Beppe!”) abbiamo cominciato a sospettare che qualcuno si stesse già pentendo di non averci lasciati fuori dall’Open Air Theater, dove forse le nostre urla avrebbero turbato un po’ meno la compostezza della cerimonia.

Decumano, Expo Milano 2015
“Il sito espositivo è ora chiuso al pubblico.”

Al termine eravamo comunque quasi tutti in lacrime, e chi non lo era si sarebbe rifatto a breve con l’ultimo spettacolo dell’Albero della Vita, una delle colonne portanti dell’esposizione e parte integrante della colonna sonora della nostra esperienza Expo (assieme ai brani dello spettacolo del Cirque du Soleil, Allavita!, e a una serie di canzoni composte dagli OGE più virtuosi).

Quando è scoccata la mezzanotte ha ufficialmente avuto fine un’avventura incredibile lunga sette mesi.

Dal primo novembre è invece cominciato un programma di recupero per ex-FOP, con lo scopo di aiutarli a rientrare nella società. Gli incontri sono periodici, generalmente almeno una volta al mese se non di più, e servono per ricordare ripetutamente il passato, scambiarsi contatti utili per la ricerca del lavoro, supportarsi a vicenda per superare il trauma da nessuno capisce cosa è stato Expo per me, nessuno sa cosa sia un tendiflex, e infine per assumere periodicamente la giusta e ormai necessaria dose di disagio, o meglio: #disOGE.


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