Gli inglesi, le rotatorie e la sindrome di Stoccolma

La volta che ho visto una rotatoria con dentro altre rotatorie, in una specie di Rotatoriaception, ero naturalmente nel Regno Unito.

Io amo il Regno Unito. Ci torno sempre più che volentieri e ogni volta che ci rimetto piede cerco di visitarne un pezzettino nuovo, in modo da completare lentamente il puzzle e unire i puntini e riuscire a stabilire dove fanno il clotted cream migliore (per ora Edimburgo è in testa).

Radcliffe Camera, Oxford
La Radcliffe Camera, uno dei luoghi simbolo di Oxford.

La mia mente, annebbiata dall’idea di burro e ancora più burro, non poteva che partorire un itinerario di viaggio con meta Oxford, soprattutto quando mia sorella è saltata su un giorno a parlare di una mostra alla Weston Library, nuova sezione della storica e centenaria Bodleian Library; ma non una mostra qualsiasi: una mostra su Tolkien. Il Tolkien che ha scritto talmente tanto, disegnato talmente tanto, immaginato talmente tanto, creato talmente tanto per poter dare una casa alle lingue da lui inventate – talmente tanto che occasionalmente riesce a pubblicare ancora qualcosa, anche se è morto nel 1973 (grazie, Christopher Tolkien, per l’eterno lavoro che stai facendo sugli appunti di tuo padre).

Quindi come dire no a un week-end a Oxford, a una mostra su Tolkien, all’idea di tutto quel burro? Magari attaccando un paio di giorni da un lato e un giorno dall’altro per avere più tempo, e magari noleggiando un’auto per poter girare meglio?

High Street, Oxford
High Street a Oxford, nel centro cittadino.

Siamo partite in tre: io, la suddetta sorella e un’amica che è praticamente una terza sorella. Siamo atterrate a Londra Stansted prima ancora delle nove del mattino, perché ormai è chiaro che i voli che partono più tardi delle otto non vengono neanche presi in considerazione. Abbiamo recuperato la nostra auto a noleggio (gioendo della possibilità di averla con il cambio automatico) e ci siamo lanciate alla scoperta del magico mondo della viabilità britannica.

Ci abbiamo messo qualche giorno a capire che il vero problema delle strade inglesi non è tanto la guida a sinistra – a quella ci si abitua quasi subito; il problema sono le rotatorie. Pur avendo individuato il problema, l’impressione generale era quella di avere in mano la matassa, ma di non averne ancora trovato il bandolo.

Little Baldon, Oxford
Il nostro appartamento Airbnb si trovava un po’ fuori Oxford, letteralmente in mezzo ai campi.

Nel frattempo, scoprivamo il nostro primo Park & Ride, uno dei tre di Oxford: un parcheggio fuori città con servizio navetta verso il centro; il tutto a un prezzo relativamente economico, per essere il Regno Unito (£2 per il parcheggio, £7.40 per il bus andata e ritorno per tre persone).

Il centro di Oxford è relativamente piccino, si gira tranquillamente a piedi in pochi minuti. E i miei piedi ricordavano ancora abbastanza bene le strade e le distanze. La Weston Library è stata la nostra primissima tappa: la mostra ci attendeva! E non aveva fretta di lasciarci andare, visto che ci abbiamo passato almeno un’ora. Eravamo rapite dalla quantità di materiale che Tolkien era riuscito a produrre e a farsi bocciare dal proprio editore; perché aggiungere le ultime pagine del Libro di Mazarbul (trovato e letto da Gandalf quando la Compagnia dell’Anello attraversa Moria), fare il sole rosso sulla copertina dello Hobbit e includere illustrazioni a colori costava troppo.

Christ Church College Cathedral, Oxford
Christ Church College Cathedral.

Oxford è un paradiso per i fan di Tolkien, ma lo è anche per i fan di altre saghe fantasy: C. S. Lewis, autore delle Cronache di Narnia, era amico del cuore di Tolkien; Philip Pullman ha ambientato a Oxford la sua trilogia Queste Oscure Materie (La Bussola d’Oro, La Lama Sottile e il Cannocchiale d’Ambra); persino l’autore di Alice nel Paese delle Meraviglie e di Alice Oltre lo Specchio, Lewis Carroll, viveva e insegnava (matematica!) a Oxford, al Christ Church College. La Rowling non avrà studiato né insegnato a Oxford, ma sicuramente in città c’è una qualche viuzza che l’ha ispirata a descrivere Diagon Alley; questo secondo la mia solidissima teoria per cui ogni città britannica di almeno medie dimensioni deve dichiarare di avere la Diagon Alley originaria, altrimenti non può dirsi britannica. Ho visto almeno tre strade nel Regno Unito che hanno la fama di aver fatto da ispirazione all’autrice della saga di Harry Potter: una a Londra; Victoria St a Edimburgo; The Shambles a York.

In tutta questa atmosfera letteraria, io e le mie compagne di viaggio non potevamo certo non sentire il bisogno di andare in biblioteca. E non una biblioteca qualsiasi: la Bodleian Library, una delle più antiche in tutta Europa, e una delle prime in Inghilterra ad avere i libri sugli scaffali e non impilati uno sopra l’altro e incatenati al muro per evitare furti. Studiarci prima dell’avvento dell’elettricità doveva essere drammatico, perché era proibito introdurvi qualsiasi tipo di fiamma, per paura che bruciasse tutto. L’idea che per gli studenti della Oxford University sia ancora possibile studiarci e respirare per ore quell’odore di legno, libri e cultura, fa quasi venire voglia di immatricolarsi. Poi però si fanno due conti sulla retta universitaria e la voglia passa subito.

Divinity School, Bodleian Library, Oxford
La sobrietà della Divinity School.

La visita alla Bodleian Library è stato un chiaro esempio di quello che fanno i pensionati in Inghilterra invece di andare a commentare i lavori in corso, e sulle strade ce ne sono tanti (di lavori in corso, non di pensionati): volontariato. La nostra guida era infatti una volontaria, in pensione, che dedica il suo tempo a mostrare le bellezze della biblioteca ai visitatori. Parlando un inglese delizioso e impreziosito dall’occasionale commento in fine ironia tipicamente British.

Dopo aver cercato di assimilare cultura respirando i libri della Bodleian Library, io e le mie compagne di viaggio siamo andate al Christ Church College a tentare di assorbire per osmosi un altro po’ di cultura. Non so se abbia funzionato, ma di certo entrambi i luoghi inducono al torcicollo, perché è impossibile metterci piede senza passare almeno cinque minuti ad ammirare a bocca spalancata un soffitto qualsiasi, che sia quello della Divinity School sotto la biblioteca, o quello della Cattedrale del College. E se i due si assomigliano, è perché sono entrambi opera di tale William Orchard, architetto evidentemente poco fan della sobrietà vissuto alla fine del ‘400.

Christ Church College Cathedral, Oxford
Christ Church College Cathedral: nota le differenze con la Divinity School!

Naturalmente, il cibo per la mente e il cibo per gli occhi non potevano sperare di saziare anche i nostri stomaci. Quindi via di colazione al Covered Market in centro, e naturalmente via di afternoon tea! E dopo l’afternoon tea può starci solo un digestivo, perché riuscire a mangiare i burrosissimi scones spalmati di burrosissima clotted cream e accompagnati da burrosissimi dolcetti, senza sentire a un certo punto il bisogno di una lavanda gastrica è matematicamente impossibile. Neanche i tramezzini salati (i cucumber sandwiches!) riescono a dare tregua da tutto quel dolce. Io sono un’amante delle cose burrose, ma riconoscere nei ripieni delle torte la personificazione del mio colesterolo mi ha portata a tagliare un attimo con il consumo di burro. Almeno per qualche ora, perché evitare di mangiare burro nel Regno Unito equivale a evitare di mangiare.

Tutta quella cultura e tutto quel burro hanno solo rallentato il nostro percorso verso il bandolo della matassa delle rotatorie inglesi. Ma la risposta alla nostra domanda era vicina. E non era 42.

Megaliti in riunione e colonne a disagio

Nei primi due giorni di quasi relax, mentre giravamo per Oxford e compravamo libri, io e le mie compagne di viaggio abbiamo scoperto che Stonehenge era più vicina del previsto. C’è da dire che eravamo partite con piani piuttosto vaghi e l’idea di girare l’Oxfordshire e fare una capatina nelle Costwolds, regione a ovest di Oxford; un giretto nei dintorni, insomma. Stonehenge poteva essere considerata dintorni, no? Si trattava poi di una settantina di miglia, appena un’ora e mezza di strada. E una volta lì, raggiungere Salisbury e andare a vedere se la sua cattedrale è davvero così bella come dicono ci sarebbe costato appena una mezz’oretta di strada. E, già che c’eravamo, perché non allungare la via del ritorno e valicare il confine tra Wiltshire e Somerset per fare una capatina anche a Bath? Avevamo un’auto, potevamo andare dove volevamo.

Christ Church College Cathedral, Oxford
Christ Church College Cathedral.

Al termine del nostro week-end lungo (ma mai abbastanza lungo, come ogni week-end che si rispetti), dopo aver toccato almeno quattro contee diverse e aver visto cattedrali, megaliti e villaggetti da cartolina, io e le mie compagne di viaggio eravamo pronte per due cose: un’altra vacanza, magari più rilassante di quella appena conclusasi, e la scoperta del bandolo della matassa che ci portavamo appresso dall’inizio del viaggio.

Bucolicità, inglesità, burrosità!

Per tornare verso Stansted avevamo infatti scelto di evitare le superstrade e di attraversare invece le cittadine della zona. In questo modo abbiamo potuto studiare più da vicino le rotatorie incontrate sul nostro cammino, percorrere le loro forme spesso e volentieri assurde ed esaminare l’approccio degli inglesi. Così facendo, abbiamo capito. Le rotatorie sono un problema, certo, ma il vero problema è il rapporto che gli inglesi hanno con loro. Non è un rapporto di amore, non è un rapporto di odio, non è un misto delle due cose. Quello che mostrano gli inglesi per le loro rotatorie è chiaramente una sindrome di Stoccolma. Come se le rotatorie li avessero tenuti in ostaggio talmente a lungo da far nascere in loro una sorta di dipendenza psicologica, che si manifesta nell’incredibile numero di rotatorie che fioriscono in ogni angolo abbastanza ampio da accoglierne una.

Rotatoria bislacca in UK
Prova fotografica gentilmente concessa da Google Maps: una rotatoria che contiene altre rotatorie. Rotatoriaception.

Illuminate da questa nuova scoperta, cariche della cultura respirata in terra inglese e delle miglia percorse su stradine tortuose e superstrade bordate di vegetazione, io e le mie compagne di viaggio abbiamo lasciato il Regno Unito per tornare a casa… a pianificare la prossima fuga, naturalmente.


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