Guida galattica all’attraversamento pedonale vietnamita

La volta che ho seriamente rischiato la vita per attraversare la strada ero ad Hanoi, in Vietnam.

Non che non l’avessi già rischiata a Napoli o in Cina o a Ho Chi Minh. Ma ad Hanoi ho davvero visto la morte in faccia, sotto le mentite spoglie di un vietnamita dalla guida agguerrita e potenzialmente omicida.

Vecchio Quartiere di Hanoi
Il Vecchio Quartiere.

Dopo aver passato la bellezza di 24 idilliache ore nel relax assoluto della nostra crociera ad Halong Bay, io e le mie fedeli compagne di viaggio ci siamo scontrate con la cruda e brutale realtà della capitale del Vietnam. Hanoi di per sé non è brutale, davvero. Sono i suoi abitanti armati di qualsiasi tipo di mezzo di trasporto a esserlo.

La prima cosa che abbiamo imparato è che sì, quello che dice la Lonely Planet (sempre sia lodata) sui tentativi di truffa che cadono a pioggia su qualsiasi turista è abbastanza vero. Il nostro ostello non si è fatto trovare con facilità, dando ai gestori di guesthouse e alberghi limitrofi la possibilità di cercare di convincerci che era proprio la loro struttura quella che cercavamo. Alla fine siamo riuscite a trovare la via giusta in quel labirinto di strade tutte ugualmente affollate e incasinate. E niente, l’ostello era grande, bello, pulito, la vostra camera è al quarto piano però non abbiamo l’ascensore, da questa parte prego.

Inizialmente avevamo pensato di passare qualche giorno in più ad Hanoi per visitare meglio la città. Poi avevamo accarezzato l’idea di sfruttare tutto quel tempo per una scappata a Sapa, dove ci sono le famigerate risaie e dove un sacco di escursioni di due o tre giorni ti portano a fare trekking e a incontrare gli abitanti del posto. Nel corso del viaggio avevamo però capito che infilare una gita a Sapa negli ultimi tre giorni di permanenza in Vietnam sarebbe stato paragonabile a un suicidio, quindi abbiamo accantonato l’idea e abbiamo deciso di goderci Hanoi in tutto il suo splendore.

E in tutte le sue motorbike. Sì, perché l’impressione è che ci siano più motorbike che vietnamiti (un po’ come in Nuova Zelanda ci sono più pecore che neozelandesi).

Lago di Hoan Kiem e Isola di Giada, Hanoi
Il Lago di Hoan Kiem, l’Isola di Giada e una signora che vende roba da mangiare.

Nel cuore di Hanoi vive e brulica il suo Quartiere Vecchio: un dedalo di strade e case leggermente sgarrupate (parola che mi ha insegnato una delle mie compagne di viaggio e che io ho amato fin da subito) che si fiancheggiano, eternamente percorso da motorbike, auto, motorbike, biciclette, motorbike, persone a piedi e motorbike. La probabilità di attraversare la strada e arrivare dall’altra parte incolumi è talmente bassa che la gente attraversa in massa, avvalendosi della teoria del più siamo più è difficile investire proprio me.

La seconda cosa che io e le mie compagne di viaggio abbiamo imparato ad Hanoi è il Segreto (con la s maiuscola) per l’attraversamento pedonale meno rischioso possibile. Certo, la cosa meno rischiosa sarebbe non attraversare proprio, oppure restare direttamente a casa. Però Hanoi merita davvero di essere vista, quindi tocca uscire.

Zuppa di zucca e involtini
Cibo vietnamita buono: involtini e zuppa di zucca!

Le regole fondamentali del Segreto sono due:

  • accodarsi a un vietnamita e fare tutto quello che fa lui (o lei, o loro);
  • non fare mai, per l’amor del cielo, mai mai mai mai, un passo indietro (sia auto che motorbike ti passano alle spalle perché si aspettano che tu proceda dritto; se fai un passo indietro compi un gesto inaspettato e sei morto).

In questo modo, le probabilità di sopravvivere salgono fino a raggiungere una percentuale addirittura accettabile.

È importante anche studiare il nemico, sia chiaro. Il nemico numero uno del pedone ad Hanoi è la motorbike. C’è poi da dire che una volta che hai intrapreso la traversata, praticamente qualsiasi cosa può investirti: motorbike, appunto, ma anche auto, pulmini carichi di turisti, biciclette, altri pedoni, scarafaggi, tutto. Ma la motorbike resta il nemico numero uno.

Inizialmente le motorbike hanno un che di tipico, la guida spericolata dei loro autisti è quasi affascinante. Sono talmente dappertutto da essere diventate parte dell’aria che si respira ad Hanoi (letteralmente), sono praticamente uno dei simboli del Vietnam. Pittoresche, quasi.

Per me però le motorbike hanno smesso di essere pittoresche quando una ha seriamente rischiato di investirmi. Anche se già avevo cominciato a percepire il serio pericolo quando ho visto il panico sul volto della mia compagna di viaggio napoletana (la stessa che mi ha insegnato la parola sgarrupato); se persino lei era preoccupata per la propria incolumità in quella giungla, dopo aver raggiunto e superato la maggiore età vivendo nella giungla di Napoli, forse era il caso che cominciassi a preoccuparmi davvero.

Ponte di Long Biên, Hanoi
Il super sicuro ponte di Long Biên. E la ragazza che si fa fare il book fotografico sui binari del treno.

Nei giorni di relax ad Hanoi io e le mie compagne di viaggio abbiamo avuto modo di rischiare la vita più e più volte. Quando abbiamo avuto la discutibile idea di andare a vedere il mercato di sabato mattina e siamo quasi annegate nel delirio di gente e merce e motorbike. Quando ci siamo imbarcate nella missione totalmente suicida di attraversare una strada a svariate corsie per raggiungere il ponte di Long Biên, simbolo della resistenza vietnamita durante la guerra con gli Stati Uniti. Quando abbiamo deciso di avventurarci sul suddetto ponte, sfidando la forza di gravità e le tremende vibrazioni che erano tutto fuorché rassicuranti.

C’era però chi amava il brivido più di noi: la ragazza che si metteva in posa e l’intera troupe al suo seguito, per esempio, tutti all’opera per realizzare un book fotografico esattamente sulle rotaie della scalcagnata linea ferroviaria che percorre il già citato ponte di Long Biên. Avrei voluto restare ad aspettare l’arrivo del treno, ma ero troppo terrorizzata dall’aria altamente non solida del ponte, e dalle vibrazioni, e dalle motorbike che sfrecciavano a pochi centrimetri da me. Ho dovuto abbandonare la missione e tornare indietro. Le mie compagne di viaggio sono state ben più impavide di me, avventurandosi per svariati metri prima di decidere anche loro di fare dietrofront.

Tempio della Letteratura, Hanoi
Il Tempio della Letteratura.

Ma rischiare la vita non era l’unica attività che impegnava il nostro tempo. Abbiamo visitato il Tempio della Letteratura, una volta sede della prima università vietnamita fondata nel 1076, e ora dedicato a Confucio e ai suoi discepoli.

Abbiamo cercato di visitare il Mausoleo di Ho Chi Minh, che però era chiuso. Avremmo tanto voluto vedere la salma di Ho Chi Minh, il cui desiderio di una semplice cremazione con sepoltura sobria è stato assolutamente rispettato con la costruzione di una specie di gigantesco tempio squadrato per ospitare il corpo imbalsamato del rivoluzionario. La salma non è però sempre ad Hanoi: da settembre a novembre si fa un viaggio in Russia per farsi restaurare; i russi, si sa, sono esperti di imbalsamazione di rivoluzionari comunisti.

La cosa più rilassante che si possa fare ad Hanoi è gironzolare attorno al Lago di Hoan Kiem passando in rassegna gli innumerevoli caffè per poi sceglierne uno e bersi qualcosa di fresco.

Hanoi è piena zeppa di caffè, bar, posticini dove bere qualcosa. I Vietnamiti hanno il loro caffè e il loro modo di farlo, e uno dei classici della capitale è il Cà Phê Trứng, cioè il caffè con l’uovo. In ostello ci hanno consigliato il luogo più tradizionale e caratteristico dove berlo, il Giang Cafe, che ha un ingresso dall’aria un po’ dubbia, ma che nasconde una terrazza interna molto carina e serve un caffè super cremoso. Per quanto possa sembrare strano, il caffè con l’uovo è davvero delizioso; e in fondo non così strano: una volta a casa, ho deciso di provare a farlo, credendo di stare preparando qualcosa di esotico e mai sentito; mia madre: “Ah, ma è come quello che si faceva anche da noi! Caffè con lo zabaione!”

Lago di Hoan Kiem, Hanoi
Il placido Lago di Hoan Kiem.

Ma il piatto forte della cucina vietnamita, che prima o poi proverò a riprodurre con chissà quali catastrofici risultati, è il Phở: spaghettini di riso in brodo assieme a erbette varie e carne, solitamente manzo o pollo. Dopo gli straccetti di manzo secchi e insapori trovati negli spaghetti cambogiani (dopotutto, in Cambogia le mucche sono magre), la carne che riaffiorava nel brodo del mio Phở sembrava ancora più buona e tenera.

L’ultimo giorno di viaggio potevamo dirci abbastanza rilassate e piene di cibo delizioso. Mancava pochissimo al ritorno a casa: una delle mie compagne di viaggio è partita molto presto la mattina, diretta a Brisbane, in Australia, lasciando l’ostello molto subdolamente e senza svegliarci perché dormivamo così bene che era un peccato farlo. Noi altre due superstiti, sentendoci particolarmente di buon umore, abbiamo deciso di visitare la Prigione di Hỏa Lò.

Prigione di Hoa Lo, Hanoi
Posticino allegro, la Prigione di Hỏa Lò.

La Prigione di Hỏa Lò è in realtà un piccolo rimasuglio di un complesso carcerario molto più ampio costruito dai francesi nel 1896 per rinchiudere i rivoluzionari vietnamiti comunisti. In seguito la prigione è stata riutilizzata dagli stessi rivoluzionari vietnamiti comunisti per rinchiudere i prigionieri americani durante la guerra contro gli Stati Uniti. Gli americani ci si sono trovati così bene che hanno cominciato a chiamare la prigione Hanoi Hilton.

Dopo aver visitato luoghi ameni come il Museo del Genocidio di Tuol Sleng e i Campi della Morte di Choeung Ek a Phnom Penh, la Prigione di Hỏa Lò è stata praticamente una passeggiata, nonostante le sue pareti nere e le celle anguste del suo braccio della morte. La cosa che ho trovato più agghiacciante sono stati i manichini, anche se forse il loro scopo non era quello di terrorizzare i visitatori.

Al termine della visita, sia io che la mia compagna di viaggio eravamo comunque contente di lasciare la prigione e i suoi pannelli illustrativi, i quali sembravano piuttosto intenzionati a osannare il coraggio dei rivoluzionari comunisti che componevano poesie sul partito prima dell’esecuzione.

La nostra avventura volgeva al termine, era ora di tornare a casa. Ma non potevamo certo lasciare il Vietnam e l’Asia senza aver bevuto un’ultima tazza di tè verde e aver svuotato un’ultima scodella di Phở.


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