L’incommensurabile amore dei vietnamiti per le motorbike

La volta che ho strisciato in un tunnel sotterraneo ampio mezzo metro per mezzo metro ero in uno dei tunnel di Cu Chi vicino a Ho Chi Minh, in Vietnam.

Io e le mie compagne di viaggio siamo arrivate in Vietnam in bus, dopo un viaggio di tredici ore da Siem Reap.

Passare il confine a piedi è stata un’esperienza nuova: da un lato della dogana abbiamo dovuto mostrare il passaporto e il visto all’ufficiale cambogiano; dall’altro lato abbiamo dovuto aspettare in fila che l’ufficiale vietnamita esaminasse uno per volta i passaporti dei passeggeri del bus. Era sera e la dogana sembrava un edificio mezzo abbandonato a se stesso.

Ho Chi Minh di giorno
La finta calma del mattino.

Ho Chi Minh distava le ultime due ore di viaggio: ormai eravamo arrivati.

Già i primi metri di Vietnam sembravano diversi dalla Cambogia che avevamo visto scorrere dal bus. Le palafitte erano scomparse, e con loro i famosi tuk tuk. Solo il caos nelle strade era sempre lo stesso, e non faceva che crescere man mano che ci avvicinavamo a Ho Chi Minh City.

Il nostro ostello si trovava nel District 1, centro cittadino e zona dei backpacker, degli ostelli e della movida vietnamita. Movida nella quale ci siamo subito immerse dopo aver lasciato gli zaini nella nostra camera meravigliosamente dotata di finestra. Alla reception una carinissima ragazza dai capelli lunghissimi e un po’ di confusione riguardo le differenze tra italiano e spagnolo ci ha dato qualche dritta: meglio pagare in dong vietnamiti, perché se si usano i dollari americani si finisce per spendere di più. Ottimo, visto che a Siem Reap avevamo prelevato abbastanza dollari da bastarci per tutto il viaggio.

La prima sera a Ho Chi Minh eravamo troppo devastate dalle tredici ore di viaggio per spingerci oltre i confini della via dove si trovava l’ostello; non che l’area non offrisse un’ampia scelta culinaria, anzi. Prese dall’ispirazione, ci siamo sedute sulle minuscole seggioline di plastica di un locale che sembrava andare un casino tra i vietnamiti. Abbiamo ordinato degli spiedini di carne e pesce e abbiamo aspettato il nostro cibo cercando di non notare l’assenza di igiene nella cucina.

In Cina ho imparato che generalmente più sono appiccicosi i tavoli della microscopica bettola dove stai mangiando, più buono è il cibo. Però a volte può essere che i tavoli siano appiccicosissimi e il cibo non di tuo gradimento, specialmente se il pesce che hai ordinato ti fissa con la bocca spalancata sullo spiedino che lo trapassa e i denti da mostro degli abissi in bella mostra. Non ho mangiato molto, ma ammetto di essere molto schizzinosa quando si parla di pesce.

Municipio di Ho Chi Minh
Il Municipio di Ho Chi Minh (la città) con davanti la statua di Ho Chi Minh (la persona).

Il mattino dopo la città ci si è presentata in tutto il suo caos stradale. Se Phnom Penh e Siem Reap ci erano sembrate caotiche e trafficate, coi loro tuk tuk che sfidano le regole di un codice della strada evidentemente non pervenuto, Ho Chi Minh ci ha seriamente fatto paura.

Non ci sono tuk tuk, ma sciami di moto (per i vietnamiti motorbike) che si muovono su ogni superficie agibile (a volte anche su quelle non agibili). Le moto di Ho Chi Minh non si limitano a sfidare le regole del codice della strada; le moto di Ho Chi Minh sfidano le leggi della fisica. I motociclisti non sembrano avere alcun istinto di autoconservazione, a giudicare da come si lanciano nel traffico; non hanno neppure alcuna pietà nei confronti dei pedoni, che rischiano la vita ogni volta che osano scendere dal marciapiede (oltre alle volte in cui rischiano la vita stando sul marciapiede).

Nonostante le avversità e la costante sensazione di essere a un passo dalla morte, io e le mie compagne di viaggio ci siamo fatte strada tra le orde di moto e abbiamo passato la nostra prima mattina vietnamita visitando il centro città a piedi. Abbiamo visto il mercato, Ben Thanh Market, il comune con la statua di Ho Chi Minh (rivoluzionario comunista che ha giocato un ruolo chiave nella fondazione della Repubblica del Vietnam e al quale venne dedicata la città di Saigon), il lungofiume, il Teatro dell’Opera, la basilica di Notte Dame e il Palazzo della Riunificazione. Poi abbiamo attraversato il centro di corsa per poter arrivare in ostello in tempo per la gita pomeridiana.

La nostra gita pomeridiana consisteva nella molto allegra visita ai tunnel di Cu Chi, fitta rete di gallerie sotterranee scavate nel distretto di Cu Chi dai Vietcong durante la guerra contro gli americani. Il sito non è molto distante da Ho Chi Minh, ma tra condizioni stradali e traffico ci sono volute circa due ore per raggiungerlo.

Buco per terra a Cu Chi
In un buco per terra viveva un vietnamita.

Il tour non ha immediatamente suscitato il mio entusiasmo. L’ingresso al sito aveva l’aria di poter condurre in un parco a tema un po’ datato.

La prima cosa che ci hanno mostrato è stato un video di palese propaganda risalente alla guerra contro gli americani: Cu Chi era una località amena prima che gli americani la devastassero con le loro bombe, ma gli abitanti della regione si sono trasformati in abili e tenaci soldati, scavando gallerie e nascondendosi nella boscaglia, seminando morte tra le truppe nemiche… questi sì che sono vietnamiti! Il video li mostrava sorridenti mentre si infilavano in tunnel strettissimi, preparavano trappole mortali o sparavano ai nemici americani. Chissà che spasso vivere sotto terra e uscire solo di notte per tendere imboscate ai nemici; dormire tra i millepiedi velenosi per evitare di essere trucidati, ammalarsi di malaria e soffrire di parassiti intestinali. Sicuramente si divertivano un sacco.

Il resto del tour si è svolto tra alti e bassi: abbiamo visto alcune assurdamente microscopiche e nascostissime botole di accesso alle gallerie (alto); abbiamo ammirato alcune trappole create ad arte per frullare gli americani (medio); ci siamo arenati nell’area di tiro, dove un australiano del nostro gruppo è impazzito di gioia alla possibilità di svuotare il proprio portafogli nella canna di un’arma da fuoco (abisso).

Il momento sicuramente più alto di tutto il tour, pur essendo tecnicamente quello più in basso (ah ah) è stato quando abbiamo avuto la possibilità di sentirci dei veri e tenaci soldati vietnamiti percorrendo un paio di tunnel. Il primo era stato allargato apposta per i turisti, quindi si stringeva al massimo fino a raggiungere le dimensioni di un metro per un metro; il secondo era stato lasciato delle dimensioni originali, o almeno così ci ha detto la guida nel suo inglese pesantemente accentato. Mezzo metro per mezzo metro, ha detto. Dovrò strisciare, ho pensato io, memore di altre gallerie sotterranee percorse in passato. Invece ho scoperto di essere di taglia vietnamita, perché me la sono cavata accovacciandomi e procedendo sui miei piedi.

Se tralasciamo il momento di panico nero in cui mi sono voltata e ho visto il tunnel dietro di me venire inghiottito dal nulla (“Atreiuuuu!”), percorrere questa galleria non è stato poi così traumatico. L’idea di viverci mentre fuori i soldati nemici ti cercano per ucciderti… quella sì che è traumatica.

Ho Chi Minh di sera
Ho Chi Minh by night.

Il rientro in città è stato forse più interessante del giro a Cu Chi: il fiume di motorbike nel traffico del sabato sera scorreva sotto i finestrini del nostro bus, regalando immagini più che suggestive. Intere famiglie a bordo dello stesso mezzo; una moto con quattro ceste ai lati della ruota posteriore cariche di oche starnazzanti (talmente tanti colli da farti chiedere se quei cesti non fossero in reltà magici; o forse le oche si restringono, non saprei); una bambina profondamente addormentata sul suo seggiolino da moto, nel caos del centro di Ho Chi Minh, con il padre che le regge la testa con una mano e guida con l’altra. Il miracolo dell’inspiegabile assenza di incidenti.

Era sabato sera. Eravamo a Ho Chi Minh, cuore pulsante della vita notturna vietnamita. Potevamo forse andare a dormire presto? Certo che sì, il mattino dopo avevamo il volo per Danang.


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