A proposito degli Hobbit

La volta che mi sono sentita più Hobbit del solito ero in Nuova Zelanda, naturalmente.

Porta tonda al pub di Hobbiton, Nuova Zelanda
Kia Ora!

Tra le dolci colline dell’isola settentrionale neozelandese c’è un angolino di Terra di Mezzo che ogni fan della trilogia cinematografica dedicata al capolavoro di Tolkien dovrebbe visitare. Matamata è un paesino dal simpatico nome maori nelle cui campagne Peter Jackson ha trovato il posto ideale per costruire il set di Hobbiville (Hobbiton in inglese).

Si racconta che PJ, regista sia della trilogia del Signore degli Anelli che (disgraziatamente) di quella dello Hobbit, abbia avvistato il luogo giusto dall’elicottero durante un volo di perlustrazione. Si dice anche che abbia letteralmente mandato in vacanza per sei mesi la famiglia che viveva nella casa più vicina al set, in modo da potersi trasferire lì e dirigere meglio la costruzione del set stesso e successivamente le riprese.

Una cosa è certa: dopo aver girato le scene nella Contea del Signore degli Anelli, il set di Hobbiton è stato smantellato e la campagna è tornata al suo aspetto originario. Quando poi si è deciso (purtroppo) di girare anche Lo Hobbit, è stato necessario ricostruire lo stesso identico set nello stesso identico luogo. Stavolta sono stati però usati materiali più durevoli e il set è stato mantenuto per poter essere trasformato in un’attrazione turistica che attira fan come api sul miele.

Porta Hobbit gialla, Nuova Zelanda.
La casa di Samwise Gamgee.

Per andare a visitare Hobbiton (non me ne vogliano gli amanti della traduzione italiana, ma userò i termini originali quando possibile) è necessario arrivare a Matamata, varcare la porta tonda dell’Info Point e prenotare la prossima visita al set. Il prezzo è sui 75 dollari neozelandesi, che per intenderci valgono solo un pochino meno di quelli australiani (al cambio attuale).

No, non è economico per niente. Non lo consiglio quindi a chi non ha mai visto il film né letto il libro. Coloro i quali, come la sottoscritta, hanno atteso con trepidazione l’uscita di ognuno dei capitoli delle trilogie cinematografiche, hanno visto i film innumerevoli volte, ascoltato la colonna sonora fino alla nausea, visto le interviste al cast e i retroscena; e naturalmente hanno letto i libri, magari in più lingue, e adesso li considerano una specie di Bibbia… ecco, a queste persone un salto sul set di Hobbiton consiglio di farlo.

Ingresso Hobbiton, Nuova Zelanda
“La via prosegue senza fine…”

Dall’Ufficio Turistico di Matamata un bus ha condotto me e il resto della Compagnia attraverso la campagna verdeggiante. Un autista kiwi (così sono soliti chiamarsi i neozelandesi: kiwi; come l’animale) si è divertito a chiedere quanti dei passeggeri avevano visto il film e a snocciolare nel suo incomprensibile accento una serie di curiosità sulle riprese. Il bus ci ha scaricati all’immancabile gift shop (manco fossimo in un parco Disney!), dove abbiamo avuto modo e tempo di scegliere di non spendere ulteriori capitali sul merchandise dedicato. “Da qui a Wellington c’è tempo per comprarsi l’Unico Anello placcato d’oro,” ci siamo dette io e le mie compagne di viaggio.

Dal gift shop un bus più piccino ci ha condotte alle porte della Contea.

Pioveva. Anzi: diluviava. La nostra guida era una ragazza giovane, simpatica e carina che ci ha subito riforniti di ombrelloni verdi alti almeno quanto me (quindi non poi così grandi, tutto sommato). Aveva un solo difetto: ci ho messo dieci minuti buoni a capire che quando sembrava che dicesse seat o sit in realtà stava parlando del set. A mia discolpa posso dire di non essermi mai scontrata prima con l’accento neozelandese. Ed ero reduce da una full immersion di quello australiano, che già mi aveva dato del filo da torcere. Non ero preparata a tutte quelle e che sembravano i e a tutte quelle vocali chiuse; per non parlare delle consonanti. Dopo un po’ ci ho fatto l’abitudine, ma il primo impatto è stato di confusione generale.

Cancello di Casa Baggins, Nuova Zelanda
“Oddio! Ma quella è la porta di Casa Baggins! Il cancello con l’avviso! Reggimi, credo di stare per svenire.”

Il seat, cioè set di Hobbiton era quindi immerso nella palta. O gaudio. O tripudio. O grazie al cielo ho messo le scarpe da ginnastica da 40$ comprate da Rubi a Sydney e non le Converse di tela con la suola liscia come la pelle di un boa e i buchi su ogni lato.

Nonostante la pioggia, era tutto molto pittoresco e molto emozionante. Non tutta la Compagnia esternava lo stesso entusiasmo che provava la sottoscritta alla vista delle porticine tonde coi loro giardini davanti. A dieci minuti dall’inizio del tour era già chiaro che le uniche ad aver letto il libro eravamo io e mia sorella. E la guida, naturalmente. Quindi mentre io e mia sorella sembravamo due bambine di sei anni abbandonate nel salotto di Babbo Natale, gli altri erano decisamente più moderati nella loro esaltazione.

La cosa che più colpisce del set secondo me è la cura dei dettagli, che sfiora il maniacale. Sembra che l’intero villaggio sia stato abbandonato cinque minuti fa: i giardini sono pieni di piante, frutta e verdura, panni stesi, attrezzi per il giardinaggio. Se PJ voleva trasmettere l’impressione di un luogo abitato, ci è riuscito alla grande. Quando lo si visita pare davvero che un Hobbit in carne, ossa e piedi pelosi debba uscire da dietro la porta tonda della sua casetta da un momento all’altro.

Lampione a Hobbiton, Nuova Zelanda
Siamo a Narnia!

Vale la pena notare che non tutte le porte tonde hanno la stessa dimensione. Alcune sono infatti a misura di Hobbit, piccine, così Gandalf sarebbe sembrato un gigante; altre sono invece a misura d’uomo, per le riprese con gli Hobbit. Ognuna con il suo giardino proporzionato alla porta stessa, e il tutto situato in posizione strategica per aiutare le riprese da lontano a dare l’illusione di un villaggio molto più grande di quello che è in realtà: le porte piccine sembrano infatti più distanti, se viste da determinate angolazioni.

Tra pioggia, palta e porte tonde la Compagnia è giunta infine al cospetto della porta tonda per eccellenza, quella in cima alla collina, col suo cancelletto recante il cartello di divieto d’accesso per lavori in corso (l’organizzazione della festa per il compleanno di Bilbo!). Casa Baggins, o Bag End in inglese, domina il villaggio. La porta è socchiusa, si intravede qualche centimetro di parete, ma la guida precisa che non ci sono case dietro le porte. Solo porte tonde e giardini a Hobbiton, le riprese degli interni sono state fatte tutte in studio.

La fine del tour ci ha portati alla Locanda del Drago Verde, oltre il ponte del mulino. Il pub è a grandezza d’uomo, si può entrare per sedersi cinque minuti accanto al camino mentre si sorseggia un tè caldo o, come nella migliore tradizione Hobbit, una bella pinta di birra.

Finestra tonda del pub di Hobbiton, Nuova Zelanda
Non solo le porte, anche le finestre sono tonde!

Alla fine spiace di doversene andare; tornare alla vita reale dopo aver camminato in un libro ha un che di traumatico.

C’è di buono che la Nuova Zelanda sembra sempre appena saltata fuori da un libro, quindi basta aspettare la prossima curva della strada per ritrovarsi catapultati in un altro paesaggio da letteratura fantasy.


Ho scritto di questa meta anche per SALT Editions, leggi l’articolo qui!


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