Lanterne rosse (e gialle e verdi e blu e probabilmente anche viola)

La volta che ho litigato con una controllora abusiva su un autobus vietnamita stavo cercando di raggiungere Da Nang dopo aver visitato la bellissima Hoi An, la città delle lanterne. In Vietnam, appunto.

Dopo aver cercato di farci uccidere da una delle moto assassine di Ho Chi Minh, io e le mie compagne di viaggio eravamo pronte per addentrarci nel Vietnam meno caotico della provincia, o almeno delle città più piccole. La nostra prima tappa dopo Saigon era Hoi An, famosa per le lanterne colorate della sua Città Vecchia. Non sapevamo cosa aspettarci, ma avevamo letto che c’era un bus da prendere per raggiungere la cittadina dall’aeroporto di Da Nang, terza città vietnamita per popolosità.

Città Vecchia di Hoi An
La Città Vecchia di Hoi An.

Purtroppo per noi, la ragazza all’info point dell’aeroporto di Da Nang, dove era atterrato il nostro volo, non era dello stesso avviso. Il bus si prende alla stazione.

“E dov’è la stazione dei bus?”

“Di là.”

Gesto parecchio generico con la mano rivolta verso una direzione parecchio generica.

“Di là dove?”

“Di là, uscite e andate di là.”

Gesto ancora più generico con la mano rivolta verso una direzione ancora più generica.

“Grazie, immagino?”

Il di là fuori dall’aeroporto si è rivelato essere un paio di chilometri attraverso la terza città vietnamita per popolosità, ma prima per invisibilità di tale popolazione. Della stazione dei bus non c’era manco l’ombra, e così era anche per eventuali indicazioni. Le prime tre, quattro persone alle quali abbiamo chiesto aiuto non parlavano inglese; chi ci capiva era perplesso circa l’ubicazione di tale stazione dei bus, ma ha comunque cercato molto carinamente di darci una mano. Uno degli ultimi ai quali ci siamo rivolte ci ha detto di aspettare accanto a un cassonetto dell’immondizia e che il bus sarebbe passato dopo quindici minuti. Dopo quindici minuti si è presentato un signore dall’inglese sorprendemente fluente che ha cercato di convincerci che l’autobus non sarebbe passato mai e che poteva portarci lui con un taxi (doveva solo recuperarne uno). Alla fine abbiamo abbandonato il cassonetto e abbiamo proseguito la nostra ricerca.

Fiume a Hoi An
Quello che ci aspettava a Hoi An.

Proprio quando stavamo per cedere alla tentazione di gettare la spugna e spendere quei benedetti venti dollari di taxi, ecco che all’orizzonte è spuntata lei: la pensilina. Una ragazza in un negozietto ci ha detto che il bus sarebbe passato dopo cinque minuti, e noi eravamo già preparate a ricevere la prossima offerta di taxi, ma – sorpresa! Dopo cinque minuti un bus giallo con la scritta Hoi An sfrecciava verso di noi a gran velocità. Sempre a gran velocità si è avvicinato alla pensilina, e nel mentre una testa è sbucata dalla porta posteriore. Il resto è avvenuto tutto molto velocemente: l’omino alla porta posteriore ha urlato qualcosa che poteva essere il nome della nostra meta come un insulto; dopodiché, prima ancora di ricevere un feedback convincente, ha allungato le mani e ha afferrato noi e i nostri zaini, caricando tutto a bordo. Tutto ciò senza che l’autobus si fermasse per più di pochi secondi. Stavamo ancora cercando di capire se eravamo davvero salite sul bus o se eravamo vittime di un’allucinazione di massa, quando l’omino della porta posteriore ha letteralmente fatto alzare gente dai sedili anteriori per far accomodare noi. Il bambino che mi ha ceduto il posto per stare in braccio alla mamma deve essersela legata al dito mica da ridere, visto che non ha voluto saperne di accettare i biscotti che gli ho offerto in segno di pace.

Il biglietto si paga a simpatia. Nel senso che se stai simpatico al controllore (lo stesso omino della porta posteriore), allora il prezzo del biglietto si avvicina a quello effettivo; se invece gli stai antipatico può essere che il prezzo sia considerevolmente più alto di quello normalmente pagato dai vietnamiti. Pagando di più finisci per stargli simpatico, ma ormai il biglietto l’hai già pagato.

In attesa del bus a Hoi An
“Motorbike?” is the new “Tuk tuk?”

Quando siamo arrivate a Hoi An, ad attenderci c’era uno stuolo non di ammiratori ma di autisti di moto che cercavano di venderci un passaggio verso la nostra guesthouse (niente ostello questa volta, ma una camera tutta nostra in una pensione!). Purtroppo per loro, la nostra guesthouse era piuttosto vicina e raggiungibile, quindi siamo andate a piedi.

La nostra guesthouse si trovava un po’ fuori dal centro di Hoi An, ma comunque a una distanza tranquillamente percorribile a piedi. Era la nostra prima guesthouse. E tecnicamente non era una guesthouse, ma un homestay. In pratica la nostra camera si trovava in una semplice casa molto grande e adibita a pensioncina. Una specie di bed&breakfast, via. Molto economico. I membri dello staff erano tutti imparentati tra loro in qualche modo e in una stanza al piano terra si tenevano dei corsi di inglese per i bambini della zona. La nostra camera era spaziosa e luminosa; aveva ben due finestre e un balcone. Ero fuori di me dalla gioia.

Anche il ragazzo alla reception era fuori di sè, ma dallo stupore. Era la prima volta che lo spessore delle lenti dei miei occhiali sconvolgeva così qualcuno. Per non parlare di quando mi sono presentata in reception con le lenti a contatto! Se avessi sceso le scale fluttuando a dieci centimetri da terra non avrei riscosso tanto successo.

Lanterne di Hoi An
LANTERNE.

Non c’era però tempo per fermarmi a firmare autografi: il centro di Hoi An ci aspettava, era ora di raggiungerlo. La cittadina sembrava molto tranquilla e poco presa di mira dai turisti. Almeno finché non abbiamo raggiunto la sua famosa Città Vecchia, e allora sì che ci è sembrato di entrare in un parco a tema (con tanto di biglietto e mappina!). Però gli edifici erano così pittoreschi (e originali! La Citta Vecchia di Hoi An è un sito UNESCO per i suoi edifici datati dal XV al XIV secolo) e le lanterne erano così belle… turistico, sì, ma molto affascinante. E l’atmosfera sul lungofiume era di festa e vacanza e relax totale. Mangiare su un balcone senza riuscire a staccare gli occhi dai riflessi colorati delle lanterne che danzano sull’acqua ti mette in pace col mondo. Provare per credere.

Un’altra cosa che ti mette in pace col mondo è la fresh beer, in vietnamita Bia hơi: una birra a bassissima fermentazione, chiara e super dissetante, che viene venduta a prezzi ridicolmente bassi (pochi centesimi di euro al bicchiere) e che viene praticamente prodotta e consumata in giornata o quasi.

Eravamo reduci da un susseguirsi di mezzi di trasporto abbastanza lungo e travagliato, che aveva seguito una giornata di non proprio relax a Ho Chi Minh dopo un viaggio di tredici ore da Siem Reap. Dire che eravamo stanche era un eufemismo. Ma passeggiare per le viuzze della Città Vecchia di Hoi An e respirare quell’atmosfera che, nonostante i negozietti di souvenir e le frotte di turisti, riusciva a essere carica della storia che si portavano dietro le mura di quegli edifici aveva un che di magico. Era facile dimenticarsi totalmente il mal di piedi o i lamenti in aramaico dei muscoli delle gambe.

Vista est dal treno per Hue
Alla vostra destra: il mare.

L’indomani mattina abbiamo deciso di dormire un po’ più a lungo del nostro solito. Avevamo tutto il giorno per raggiungere la nostra tappa successiva, Hue, che si trova qualche decina di chilometri a nord di Da Nang. L’idea era di prendere prima lo stesso bus di linea che avevamo usato per raggiungere Hoi An, e poi un treno che secondo diversi siti Internet viaggia su una delle ferrovie più scenografiche del mondo (e io ho una passione per i treni panoramici).

Prendere il bus per Da Nang è stato facile. Un po’ meno facile è stato intendersi con la controllora vietnamita, che non era del tutto d’accordo con noi sul prezzo del biglietto. Voleva farci pagare di più. naturalmente. Ma noi eravamo preparate e ci eravamo informate a dovere: il prezzo era 20.000 dong; già avevamo pagato più del doppio all’andata, non eravamo in vena di fare lo stesso al ritorno. Lei però insisteva e minacciava di farci scendere o di scaricare i nostri zaini sul bordo della strada a metà tragitto. Ero ormai oltremodo innervosita dai continui tentativi (spesso e volentieri riusciti, perché io turista come posso sapere qual è l’effettivo prezzo di quello che sto pagando, se non è scritto da nessuna parte?) da parte dei vietnamiti di farci pagare di più. Cominciavo a capire come devono sentirsi i turisti stranieri che visitano Roma o Venezia e si ritrovano a pagare sei euro per un caffè. Non so come, ma io e la controllora abbiamo animatamente discusso, con io da un lato che imprecavo metà in inglese e metà in italiano e lei dall’altro che diceva bad bad e giù parole in vietnamita. Il ragazzo che su quel viaggio si occupava della porta posteriore, dal canto suo, sghignazzava senza pudore.

Vista ovest dal treno per Hue
Alla vostra sinistra: la montagna.

Una delle mie amiche, dopo aver passato qualche minuto a studiare la situazione e la dinamica che aveva luogo a ogni fermata (il ragazzo che caricava gente ed eventuali bagagli e la signora che riscuoteva quanto più poteva in biglietti), è giunta a una brillante conclusione: nessuno dei due era effettivamente dipendente della compagnia di trasporti. L’autista avrebbe dovuto raccogliere i soldi dei biglietti, ma lasciava fare ai due perché questo gli velocizzava notevolmente il lavoro, dimezzando i tempi di percorrenza e permettendogli di fare più volte lo stesso tragitto durante la giornata lavorativa. La controllora e il ragazzo della porta posteriore, dal canto loro, guadagnavano tutto quello che riuscivano a spillare in più ai passeggeri. Ecco perché la signora era così agguerrita. Si trattava del suo stipendio.

Questa teoria era affascinante, ma non mi rendeva più bendisposta nei confronti della controllora, che intanto non smetteva di fissarmi male tra una fermata e l’altra.

Una volta arrivate a Da Nang è stato un sollievo raggiungere la stazione e leggere i prezzi fissi dei biglietti del treno accanto al bancone della biglietteria. Certo, i turisti pagavano sempre di più, ma se non altro il costo del biglietto non andava a simpatia. Abbiamo comunque scoperto con sorpresa che i prezzi che avevamo trovato su un sito Internet dall’aria ufficiale erano molto più alti rispetto a quelli effettivi della biglietteria. Misteri vietnamiti.

Il viaggio in treno verso Hue si è rivelato abbastanza scenografico e parecchio affollato, ma tutto sommato piacevole.

Se non altro nessuno ha minacciato di scaricare i nostri zaini alla fermata successiva.


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