I social e il viaggio: una storia dell’orrore

C’era una volta un mondo in cui viaggiare era pieno di rischi, costoso e generalmente considerato un lusso per i ricchi che potevano permettersi di non lavorare e di girare l’Europa nei loro Grand Tour alla ricerca dell’arte, della storia e della bellezza.

Poi però venne il progresso, e quatto quatto, zitto zitto, lasciò la porta aperta e fece entrare una trafila innumerevole di cose quasi senza che nessuno se ne accorgesse. In pochissimo tempo ci trovammo tutti turisti armati di Polaroid, o alla peggio armati di quelle macchinette fotografiche usa e getta dalle quali eri fortunato se riuscivi a cavare una foto i cui soggetti fossero riconoscibili. Ci trovammo tutti incastrati in divani e poltrone a casa di amici e parenti sadici; condannati a guardare ore di diapositive sfocate nelle quali a stento si riusciva a indovinare la meta delle vacanze del sadico di turno.

La porta lasciata aperta dal progresso era peggio del vaso di Pandora, perché non entrarono solo foto sfocate, diapositive della morte, marsupi e visiere senza cappello. In pochissimo tempo ci trovammo tutti a essere viaggiatori, non più turisti; a litigare con le assistenti di terra Ryanair per le dimensioni del bagaglio a mano, a scappare da quelle EasyJet per evitare l’imbarco in stiva del bagaglio a mano, e in linea generale a maledire il giorno in cui il bagaglio a mano era stato inventato. Ci trovammo tutti incastrati tra sedili strettissimi, ma per poche ore, giusto il tempo di raggiungere la capitale europea più economica.

E poi arrivarono loro, e anche il progresso ebbe qualche ripensamento su quella sua mossa di lasciare la porta aperta. In pochissimo tempo, in un battito di ciglia praticamente, ci trovammo tutti a scattare foto; non più con la Polaroid o con le macchinette usa e getta, ma con i nostri cellulari, naturali estensioni delle nostre braccia. Ci trovammo tutti a scattare foto e a condividerle su loro, sui social network; ci trovammo a scrivere hashtag, a geolocalizzarci, a mettere like e cuoricini, e a raggranellare like e cuoricini e follower.

Quella tra il viaggio e i social network più che una storia d’amore sembra una storia dell’orrore. Una storia dell’orrore che si compone di tanti e sempre più raccapriccianti capitoli, ai quali ne vengono continuamente aggiunti di nuovi, tanto da far dubitare di poter mai raggiungere l’ultima pagina.

Cestino per turisti
Cestino per turisti in Vietnam. Nel cestino ci va la spazzatura o ci vanno i turisti?

La morte dell’originalità

I social network sono il motivo principale per cui non siamo più costretti a sciropparci decine di atroci diapositive delle vacanze: tutti pubblichiamo le foto e i video delle nostre vacanze direttamente su Facebook e su Instagram e su Twitter e su Snapchat e su WeChat e su Whatsapp! E su tutti gli altri social che ci permettono di inondare la rete con i nostri contenuti originali.

Le foto e i video sono tra i contenuti originali che vanno per la maggiore: sono immediati, richiamano subito l’attenzione, non rischiano di essere noiosi da leggere, non ci vuole niente a farne a milioni e soprattutto non richiedono di saper scrivere né di fatto di essere fotografi o videomaker. Tanto ormai fotografi e videomaker lo siamo tutti, no?

Io che mi credo una fotografa.

Niente più interminabili serate di agonia a cercare di non addormentarsi troppo platealmente dietro un proiettore: tutto è direttamente nel nostro feed e possiamo interagire con un like, un cuoricino, un commento, un nascondi per sempre questa persona. Siamo costantemente partecipi dei viaggi dei nostri amici, e rendiamo costantemente partecipi i nostri amici dei nostri viaggi. Con le nostre foto e i nostri video originali.

Tutta questa partecipazione e tutta questa ricchezza di contenuti originali e tutto questo logorarci i pollici scorrendo il nostro feed di Instagram hanno però un effetto indesiderato: rischiano di convincere il nostro senso della creatività che l’emulazione sia un ottimo modo per essere originali.

È la classica storia del lo faccio anche io!. La voglio scattare anche io quella foto così al Grand Canyon, voglio farlo anche io quel selfie proprio così davanti alla Torre Eiffel, voglio girarlo anche io un video come quello sulla Muraglia Cinese. Dopotutto, si può essere originali anche pubblicando foto ispirate ad altre foto che ci piacciono molto e che piacciono molto anche agli altri, giusto?

Insomma.

Vi prego, visitate questo profilo Instagram: è bellissimo.

In fatto di originalità, Instagram in particolare è una Sfinge. Il suo enigma per noi è tanto semplice quanto insolvibile:

Come distinguersi ed essere originali se i contenuti premiati dall’algoritmo, quelli che piacciono, quelli più Instagrammabili, sono quelli uguali agli altri?

L’apocalisse degli zombie a caccia di selfie

Concentriamoci un momento sui temibili selfie.

Il selfie è un’entità potentissima che ormai tutti conosciamo molto bene: è in grado di assoggettare al proprio volere milioni di menti, milioni di persone il cui unico scopo della giornata è riuscire a immortalarsi nell’autoscatto perfetto. Allo stesso tempo, il selfie riesce a controllare anche i suoi più agguerriti oppositori, coloro i quali lo odiano e lo disprezzano senza accorgersi che la vera ragione del loro astio è l’invidia per non essere in grado di creare l’autoscatto perfetto.

Al cospetto di monumenti di incalcolabile importanza storica e artistica e di luoghi di indescribile bellezza, la nostra sete di ammirazione altrui ha la meglio sul nostro buonsenso e permette al selfie di avere il controllo. È purtroppo così che masse di persone a caccia di selfie si mettono a invadere, calpestare, distruggere luoghi che sarebbero solo da ammirare; è così che persone altrimenti perfettamente pacifiche si prendono a scazzottate per il diritto di occupare il punto ideale per lo scatto perfetto. È così che persone altrimenti ragionevoli si ritrovano a sfidare il proprio istinto di autoconservazione e a dimostrare l’efficacia della selezione naturale, mettendo a rischio non solo se stessi ma anche gli altri; tutto per un selfie.

Ombra su asfalto.
Selfie per timidi: i piedi!

Questo terribile potere, dal quale chiaramente derivano terribili responsabilità, soprattutto quelle nei confronti dei luoghi che decidiamo di visitare e delle persone che ci stanno attorno, è stato dato al selfie dal narcisismo. Il nostro.

Abbiamo consegnato al selfie il potere di farci fare la stessa fine di Narciso.

La maledizione della geolocalizzazione

Dal momento che i social network hanno ucciso definitivamente le diapositive delle vacanze, sono diventati l’unico modo nel quale possiamo far vedere ai nostri amici che ci stiamo divertendo in luoghi esotici, in metropoli futuristiche, in paradisi terrestri. La condivisione delle nostre vacanze è essenziale: gli altri devono vedere che ce la stiamo spassando, e soprattutto devono avere ben chiaro dove ce la stiamo spassando.

Entra in gioco la geolocalizzazione.

Ogni cellulare ormai è munito di GPS, e tutti siamo ormai geolocalizzabili praticamente in qualsiasi momento della giornata. La geolocalizzazione è quella cosa meravigliosa che ci permette di pubblicare una foto o un video su Facebook, su Instagram, dove vogliamo, e di indicare con precisione quasi millimetrica dove ci troviamo.

Stonehenge e il turismo di massa.

Scattiamo una foto a Sydney, davanti all’Opera House? Mettiamo la geolocalizzazione, nel caso in cui qualcuno non conoscesse le celeberrime bianche vele del monumento davanti al quale stiamo posando.

La geolocalizzazione permette agli amici a casa di sapere dove siamo e in quali luoghi lontani e meravigliosi, di gran moda o super nascosti ci siamo recati durante i nostri viaggi. È inevitabile che poi anche gli amici a casa comincino a covare il desiderio di recarsi in quei posti stupendi e abilmente filtrati su Instagram: meglio ancora se sono luoghi remoti e magari nascosti e non ancora toccati dal turismo di massa!

I tentacoli del turismo di massa arrivano però ovunque, soprattutto negli ovunque molto ben pubblicizzati e condivisi sui social e geolocalizzati a dovere.

La geolocalizzazione è una condanna all’invasione.

Molte mete nel mondo condividono questo destino: dal cosiddetto Gateway to Heaven di Bali, al complesso di templi di Angkor Wat in Cambogia, passando per l’Instagrammatissima Trolltunga in Norvegia (800 visitatori nel 2010; 80.000 nel 2016). Per finire con una delle mete più scoperte e invase degli ultimi anni: l’Islanda.

Lo sfruttamento incontrollato delle risorse locali

Abbiamo quindi visto su Instagram foto stupende (forse giusto un tantino ripetitive) di posti spettacolari; grazie alla geolocalizzazione sappiamo dove si trovano questi posti e grazie a Google riusciamo a capire anche come raggiungerli (per poter scattare anche noi quelle foto stupende ma un tantino ripetitive).

Cosa facciamo? Partiamo naturalmente.

Raggiungiamo la nostra meta e scopriamo che un sacco di altre persone hanno avuto la nostra stessa pensata; quindi ci ritroviamo circondati da altri viaggiatori, altri turisti, altri amanti della fotografia e dell’hashtag selvaggio.

Koala.
Il koala è più contento sul suo ramo e non in braccio ai turisti. Questo koala nello specifico era ospite del Bonorong Wildlife Sanctuary, che accoglie e accudisce animali feriti in Tasmania.

Le nostre foto pubblicate sui social e armate di geolocalizzazione invogliano altri a partire. È un ciclo continuo di ispirazione e partenze.

Il turismo locale delle mete più gettonate fiorisce, ma con lui fiorisce anche un numero crescente di trappole per turisti, di sfruttamento delle risorse locali mascherato da esperienza genuina per i forestieri.

La fauna locale, di qualsiasi tipo si tratti, attrae sempre. Nascono quindi amenità quali le passeggiate a dorso di elefante; perché gli elefanti, si sa, amano portare a spasso gli umani. Nascono gli zoo dove è possibile fare un selfie con la tigre, o con il koala, o con il pitone, o con il bradipo, a seconda dell’area geografica; basta pagare e ti mettono in braccio qualsiasi bestia.

Queste trappole per turisti hanno il brutto vizio di mascherare la loro vera natura, quella di trappole per animali.

Un altro tristissimo figlio del turismo di massa e del suo sfruttamento ai danni della popolazione o della fauna locale è il cosiddetto orphanage tourism.

Come suggerisce il nome, si tratta di turismo negli orfanotrofi.

Questo agghiacciante tipo di turismo nasce come un aiuto verso veri e operativi orfanotrofi, i quali ospitano per settimane o mesi interi volontari volenterosi che si improvvisano educatori per i bambini.

La generosità di alcuni ha però risvegliato l’avidità di altri. E i bambini poveri e sfortunati, come sa bene chiunque abbia mai pubblicato una foto scattata assieme a bambini che non hanno nulla ma sono felici lo stesso, attirano un mucchio di like.

E di soldi, a quanto pare, perché nell’arco di pochi anni gli orfanotrofi bisognosi di volenterosi volontari e danarosi donatori si sono moltiplicati. Si è addirittura arrivati al punto in cui scarseggiavano gli orfani ed è diventato necessario farsi vendere dei bambini da genitori che non potevano mantenerli; tutto pur di dare ai turisti quello che volevano: bambini da aiutare.

La mancanza di rispetto e la bestia dell’emulazione

Se basta una foto abilmente filtrata su Instagram per attirare frotte di turisti e viaggiatori, che impatto potranno mai avere foto o video che mostrano qualcuno nell’atto di compiere atti irrispettosi se non addirittura illegali? Ci sono persone che hanno costruito (e distrutto) la propria carriera sulla condivisione di video e foto carichi di adrenalina ma un po’ meno carichi di rispetto per i luoghi visitati.

Dopotutto, è l’emulazione che muove le masse. Purtroppo però, non sempre le masse in movimento sono del tutto consapevoli delle tracce che lasciano, sul territorio e sul web.

Le foto delle vacanze che pubblichiamo su Facebook hanno molto più potere di quanto pensiamo. Più persone vengono raggiunte, più probabilità ci sono che la foto del nostro pic-nic sui gradini di un ponte a Venezia ispiri qualcun altro a fare lo stesso (o peggio). Per la gioia dei veneziani.

Io lo trovo ironico: arrampicarsi su quest’albero verrà vietato (perché tutti i turisti che ci si arrampicano per farci le foto lo stanno distruggendo); proteggetelo; per fare questa foto non è stato fatto alcun male all’albero. Eh?

Il turista cafone è purtroppo una creatura che ormai pascola in qualsiasi meta turistica: non è necessariamente malvagio, ma spesso ignora platealmente gli usi e costumi locali, e il buonsenso. Piaga del turismo di massa, il turista cafone tende a essere irritantemente irrispettoso e comprensibilmente malvisto dalla popolazione locale.

Irrispettoso come è irrispettoso giocare a Pokémon Go mentre si sta visitando il Museo del Genocidio di Phnom Penh, luogo cardine del genocidio cambiogiano. Sembra assurdo, eppure qualcuno evidentemente spera di trovare uno Zapdos nelle stanze dove migliaia di cambogiani sono stati torturati durante il regime di Pol Pot, altrimenti non si spiegherebbe la necessità del cartello che invita al rispetto e che chiede espressamente di non giocare a Pokémon Go.

È irrispettoso anche lasciare la propria spazzatura come ricordo nei luoghi che visitiamo, ma molti di quelli che tentano la scalata all’Everest affidandosi a una delle ormai popolari e non esattamente economiche spedizioni commerciali probabilmente buone maniere le lasciano a valle. Mentre sulla montagna lasciano una crescente quantità di pattumiera; per non parlare delle feci e dei loro effetti sui villaggi a valle durante la stagione delle piogge.

Il lieto fine?

Se la situazione sembra drammatica, è perché lo è. Drammatico non significa però irrecuperabile: è ancora possibile invertire questa agghiacciante rotta dell’orrore.

Come fare? Come raggiungere il lieto fine di questa storia dell’orrore tra i social e il viaggio?

Da turisti e viaggiatori, nel nostro piccolo abbiamo di fatto un potere decisionale enorme, capace di influire sul mercato del turismo di massa.

Scegliendo le nostre mete non solo perché popolari su Instagram; informandoci prima di partire; comportandoci in modo educato e rispettoso dei luoghi che visitiamo; essendo consapevoli delle tracce che lasciamo e responsabili delle azioni che compiamo; stando attenti a evitare le trappole per turisti che sfruttano brutalmente persone, animali e ambiente; spegnendo ogni tanto il cellulare per goderci il presente senza distrazioni.

I social network possono riuscire ad avere un buon rapporto col viaggio, devono solo imparare a lasciargli i suoi spazi.


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7 Commenti

  1. Dario

    Che articolo crudo!
    penso che comunque sia vero, anche perché ai tempi delle diapositive le stampe le pagavi, quindi prestavi attenzione a ciò che fotografavi e, di conseguenza, a ciò che ti circondava.
    oggi invece il costo è zero, quindi ci si sente più che autorizzati a scattare, guardando senza vedere.
    e si scatta senza rispetto, come farsi un selfie a Ground Zero NY senza lasciare nemmeno un pensiero.

    1. Avresti preferito un articolo cotto? 😜
      Sono d’accordo con te: con quello che costavano i rullini e con quello che costava farli sviluppare, ogni foto era misurata e studiata, e con lei si studiava anche il soggetto!
      Purtroppo i book fotografici nei luoghi del ricordo come i memoriali o i siti di stragi sono frequenti… a scapito del rispetto! Il bello è che spesso non ce ne accorgiamo neanche di dove ci troviamo mentre ci scattiamo i selfie.
      Grazie Dario per aver letto il mio articolo e per avermi lasciato un tuo pensiero! 😀

  2. Astrifer

    Questo articolo è davvero molto interessante. Si dovrebbe viaggiare per vedere posti nuovi e conoscere culture, non per vantarsi con amici/parenti e dire “Io c’ero e tu no”. Grazie davvero per questo articolo!

    1. Grazie a te per avermi lasciato un tuo pensiero!
      Nemmeno io vedo molto senso nel viaggiare per vantarsene, ma ho come l’impressione che il mondo dei social ci stia portando in quella direzione, purtroppo.
      Sono contenta che ti sia piaciuto questo articolo, grazie ancora! 😀

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