Il magico mondo degli accenti inglesi

Il primo inglese che ho incontrato è stato quello americano, per gli amici AmE. Il mio anno e mezzo di età mi impediva di cogliere la r rotica, ma non mi ha fermata dall’imparare la mia prima parola in inglese: grapes, uva.

L’inglese a scuola era quello dei nastri registrati e dei professori che lo masticavano più o meno maccheronicamente. Nel mentre, tornavo a conoscere meglio il mio vecchio amico l’AmE, che le mie orecchie riconoscevano sempre più come familiare.

L’università mi ha finalmente presentato un vero e proprio inglese britannico, il BrE—anche se forse quella che usciva dalle labbra della mia professoressa era più una received pronounciation, perché non c’era alcuna differenza intellegibile con i CD dei manuali Cambridge.

Bandiera degli Stati Uniti a Boston.
Patriottismo a Boston.

Il più familiare è rimasto comunque per molti anni l’AmE: chiaro, semplice, informale e diretto nelle intenzioni, onnipresente nel cinema e nelle serie TV. Certo, non ha l’eleganza innata del BrE e a volte sembra un po’ troppo diretto, ma se non altro non c’è da ricordarsi in quali parole ci vuole la o dopo la u: non ci vuole quasi mai.

Perché l’AmE è fondamentalmente pigro. Posso dirlo in meno lettere? Perché usarne di più allora? Posso dirlo in meno parole? Perché fare troppi giri, diciamolo subito e basta, no?

Il BrE, d’altro canto, di diretto ha solo quel modo tutto suo di mandarti in confusione. Il BrE sa essere molto elegante, ma anche finemente sarcastico, ma anche tremendamente grezzo. Molto spesso contemporaneamente.

Il BrE può parlare per ore del tempo atmosferico intendendo tutt’altro, e l’AmE ne capirebbe solo che piove.

Dopo un anno a stretto contatto con l’AmE, pensavo di parlare inglese. E di capirlo. Grazie alle parentesi di BrE della mia coinquilina di York—it’s not a vacuum cleaner, it’s a Hoover! And it’s not a trash can, it’s a garbage bin; and by the way, it’s not trash, it’s rubbish—mi sentivo sicura di potermela cavare in qualsiasi terra anglofona.

Cartelli stradali australiani.
Belt up, non buckle up.

Ma ho commesso l’errore di andare a trovare il cugino sciallo dell’emisfero australe, l’inglese australiano o AusE. E dopo essermi inutilmente interrogata sul perché di parole come Macca (McDonald’s era troppo lungo?) e goon, dopo aver scoperto con settimane di ritardo la corretta pronuncia del quay di Circular Quay a Sydney (chi mai avrebbe potuto indovinare che si pronuncia esattamente come key?), dopo aver scrutato basita le vetrine che annunciavano saldi sui thongs (tanga, per l’AmE) ma esponevano infradito—insomma, dopo lo scontro con la dura realtà delle cose ho capito di avere ancora molto da imparare.

Se l’AmE è mentalmente pigro, l’AusE lo è ancora di più. Posso dirlo in mezza parola? Allora perché usare la parola intera? Posso inventarmi una parola che richiede ancora meno sforzo per comunicare un concetto? Allora perché dire più di quelle tre lettere? Posso accorciare una frase di senso compiuto in una sequenza di versi articolati tutti assieme per risparmiare fiato ed energie?

Nascono mostri come l’howsitgoin? e il whatreyaupto?, che la prima volta che ti vengono buttati addosso ti viene da schivarli perché hai paura che possano ucciderti come praticamente tutto il resto della fauna locale.

In Inghilterra dici I’ll see you later (senza pronunciare la r, ovviamente), negli USA dici see you; in Australia dici cya. Secco, deciso; minimo sforzo e massima resa. Perfetto.

Dopo un primo impatto un po’ traumatico, sono riuscita a fare amicizia anche con l’AusE. Non credo lo capirò mai del tutto, ma di certo mi ha lasciato qualcosa. Il no worries, sicuramente.

Come girare la Nuova Zelanda in auto
Nuova Zelanda. Kia ora!

Tutto questo prima di prendere un aereo e capitare a casa dell’altro cugino dell’emisfero australe, quello un po’ strano—un po’ più strano: l’inglese neozelandese, o NzE.

Amichevole, questo NzE, ma un po’ confuso con le e e con le i. Perché se mi dici di prendere una penna, pen, ma io penso che ti stia riferendo a una puntina, pin, allora abbiamo qualche problema di comunicazione. Ma quindi devo andare a sinistra o prendere l’ascensore?

Le maltrattatissime infradito cambiano nome di continuo: l’AmE dice flip flops, l’AusE dice thongs (facendo alzare un sopracciglio all’AmE); il NzE le chiama in un altro modo ancora, jandals. Da Japanese sandals, no? Molto intuitivo. Solo per il NzE però.

L’impressione generale è che il NzE abbia ancora una memoria abbastanza fresca della lingua madre, ovvero il BrE. Ogni tanto qualche buco c’è, e da questi buchi occasionali scappano bestie come gumboots, decisamente più intuitivo di jandals ma un tantino distante dall’originale BrE Wellington boots. Forse meglio della variante AmE, che oltre a rubber boots vede galoshes tra le sue versioni dello stivale di gomma.

Il magico mondo degli accenti inglesi è popolato da molte creature spesso diversissime tra loro, ma con una cosa in comune: la totale assenza di regole di pronuncia effettivamente utili e quanto più possibile universali.


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