Piste ciclabili e meleti senza fine

La volta che sono andata a trovare una mia amica dopo sei anni di inviti glissati, lei si è vendicata facendomi pedalare per quaranta chilometri. A Bolzano.

Però almeno era una bella ciclabile.

Pista ciclabile Bolzano-Merano
Una bella ciclabile.

C’è da dire che non aveva tutti i torti: si trasferisce a Bolzano e ogni anno mi invita ad andarla a trovare; e io riesco a finire in altri due continenti prima di capitare in Trentino Alto Adige. Sono una brutta persona.

A Bolzano ci sono arrivata in auto con mia sorella, dopo un inspiegabile detour suggerito non si sa bene perché da Google Maps e da noi fedelmente seguito, perché non si contraddice Google Maps, guai.

Bolzano si trova in una bella e ampia valle che le regala estati tra le più calde in Italia e inverni relativamente miti. Inoltre, valle significa panorami verdi appena fuori dalla finestra e montagne che fanno capolino tra un palazzo e l’altro in città. Una favola.

La mia permanenza a Bolzano è stata piuttosto breve, sono arrivata il venerdì sera e sono ripartita la domenica pomeriggio, una vera toccata e fuga. Questo non mi ha però impedito di macinare un considerevole numero di chilometri.

Il sabato mattina mi ha quindi vista impegnata a inforcare una bicicletta e a ricordarmi come si pedala (per quanto mi piaccia andare in bici, lo faccio piuttosto di rado e non sempre con ottimi risultati). La mia amica, evidentemente fuori di sè dalla gioia di avermi finalmente come ospite nella città che ha scelto come casa, ha organizzato una gita appena fuori Bolzano. Giusto quei 20 km. Da fare in bici.

Ha abilmente camuffato tutto come una scampagnata per festeggiare il suo compleanno, ma io sono troppo scaltra per non capire che era solo una genialmente architettata vendetta nei miei confronti.

Meleto fuori Bolzano
La fine non c’è!

Però non me ne sono accorta subito. Finché eravamo in città ero distratta dai semafori per le biciclette, dalla segnaletica orizzontale per le biciclette, dagli attraversamenti per le biciclette. E poi dal parco che costeggia il fiume Isarco. E poi, appena fuori città, ero troppo impegnata a guardare in su verso Castel Firmiano, arroccato sulla sua montagnola. E poi c’era il panorama e c’erano i meleti a perdita d’occhio.

Così per i primi cinque o sei chilometri, perché poi i meleti finiscono per assomigliarsi un po’ tutti e diventano quasi monotoni.

Quindi ho cominciato a rendermi conto dei chilometri che stavamo macinando e dei primi timidi lamenti delle mie gambe.

“Ma sei veramente sicura di voler pedalare per tutti questi chilometri?”

“Guarda che poi devi anche tornare, io te lo dico.”

Sempre bello ricevere il pieno supporto dalle proprie parti del corpo.

La verità è che io ho un grave problema: sono scoordinata. Non so pedalare decentemente, finisco per metterci troppa forza e pedalare a vuoto, quindi mi ritrovo a fare tre pedalate e poi a vivere di rendita per una manciata di metri prima di dovermi rimettere a pedalare. Potrei dare la colpa alla catena della bici e al cambio, ma la verità è che sono impedita io.

Nonostante questo, mi piace (fingere di saper) andare in bicicletta. Soprattutto se ci sono piste ciclabili pianeggianti e immerse nel verde come quella dove mi ha portata la mia amica.

Paesino vicino a Bolzano
Il tetto spiovente del campanile: meraviglia!

La ciclabile che abbiamo percorso esce da Bolzano a sud-ovest e poi piega verso nord, costeggiando l’Adige e la ferrovia e attraversando paesini dai nomi deliziosi e decisamente fantasy, come Settequerce (e io dietro a immaginarmi colonie di topolini di campagna che preparavano conserve per l’inverno nella pancia di alberi centenari). In lontananza, oltre i meleti, i fianchi delle montagne e i campanili dal tetto spiovente di altri paesini-cartolina.

Il percorso arriva fino a Merano, ma noi ci siamo dovuti fermare prima, con mio sommo dispiacere (SARCASMO!). La nostra meta era infatti una piscina dall’aria lacustre a Gargazzone, dove ho provato l’ebbrezza di nuotare nell’acqua di lago ma in una piscina (esperienza da aggiungere a quella in cui ho nuotato nell’acqua di mare ma in una piscina a Sydney).

Se l’andata era stata piacevole ma anche stancante, la pedalata verso Bolzano è stata stancante ma anche piacevole. Il sole calava sui meleti con una luce dolce e calda, invitandomi a fermarmi per scattare qualche foto (adoro la luce del tramonto). Ovviamente ho cercato di fermarmi il meno possibile per sfruttare al massimo l’inerzia che mi spingeva in avanti dopo le mie furiose pedalate, ma certi panorami non potevano essere ignorati.

Castel Firmiano
Castel Firmiano che si specchia al tramonto.

Sulla via del ritorno, come era successo anche per l’andata, abbiamo incrociato ciclisti di tutte le età in sella a tutti i tipi di bici: c’erano gruppi super attrezzati e super carichi di zaini e borse, signore chiaramente pensionate che mi sorpassavano con leggerezza, famiglie con bambini, famiglie con cani. E poi c’eravamo noi quattro: la mia amica e il suo ragazzo, entrambi dalla pedalata allenata, mia sorella che tutto sommato se la viaggiava, e io che non riuscivo a mantenere una velocità almeno minimamente costante.

Quella sera ho cenato di gran gusto, soprattutto dopo aver attraversato il centro di Bolzano ancora a cavallo del mio fedele mezzo a due ruote. Quello è stato il mio primo incontro con Bolzano, con il cielo che si faceva scuro e le strade illuminate dai lampioni. A un certo punto abbiamo imboccato un viale e mi sono innamorata a prima vista della fila di case color pastello. Il dolore alle gambe era sparito: c’eravamo solo io e quella strada bellissima con quelle case bellissime e quei colori bellissimi che la notte non era ancora riuscita a mangiarsi via del tutto.

Il giorno dopo ho rivisto il centro della città alla luce del sole, e ho riconosciuto gli angoli visti e le viuzze percorse la sera prima. Alla luce del giorno ho confermato la mia idea su Bolzano: molto tedesca e molto fiabesca. E quelle montagne verdissime sullo sfondo tra una casa e l’altra!

Porta a Bolzano
Questa è piaciuta un sacco su Instagram.

Abbiamo vagato alla ricerca di un locale aperto per provare l’aperitivo bolzanino, tale Hugo (a base di prosecco, menta e sciroppo di fiori di sambuco o melissa a seconda della versione), ma alla fine abbiamo dovuto ripiegare su un pranzo a base di piatti locali in un’osteria chiamata Hopfen & Co, dove i camerieri hanno vinto subito la mia simpatia perché nonostante il caldo riuscivano a indossare costumi tirolesi (notoriamente non proprio da spiaggia).

E mentre mi gustavo la mia birra artigianale e le mie mezzelune di patate ripiene di speck e ricotta (una cosa leggera), in un’atmosfera del tutto teutonica, ecco che si è presentato al cospetto degli avventori del locale un gruppo di persone che ha messo subito in imbarazzo i costumi tirolesi dei camerieri. Il gruppetto aveva infatti avuto l’ardire di vagare per la città, a fine luglio, nel primo pomeriggio, vestita di velluto. Velluto. Mi scioglievo solo a vederli.

Convinta che avrebbero suonato qualcosa di medievaleggiante, mi sono ritrovata a dover raccogliere il mento caduto a terra quando li ho sentiti intonare musica decisamente più ispanica. Non erano Mariachi messicani ma ci andavano quasi vicino: gruppo folkloristico spagnolo che decideva di allietare Bolzano suonando e cantando Guantanamera.

Il mio primo incontro con Bolzano sarà anche stato una toccata e fuga, ma di certo ha lasciato il segno (e non parlo solo del livido che mi sono procurata cadendo agilmente dalla bici quando ho cercato di sterzare e frenare contemporaneamente).


Se non vuoi perderti neanche un articolo, iscriviti alla newsletter! Non dimenticare di seguirmi anche su Facebook e su Instagram! E se ti è piaciuto questo articolo, perché non condividerlo?

2 Commenti

Cosa ne pensi?