L’Oceano Svizzero

La volta che ho visto dei cuccioli di otaria giocare in un ruscello a pochi metri da me ero in Nuova Zelanda.

Kaikoura Peninsula, Nuova Zelanda
Mare e montagna nello stesso panorama.

Kaikoura è una cittadina che si trova sulla costa orientale dell’isola sud, un agglomerato di case appollaiato appena a nord della Kaikoura Peninsula. Deve il suo nome, dall’aria vagamente maori, alla sua fiorente industria dell’aragosta, su cui si basa la sua economia; pare infatti che kaikoura in maori significhi mangiatori di aragoste. Poesia.

Io non sono una mangiatrice di aragoste, ma ho adorato Kaikoura prima ancora di metterci piede.

Ero in viaggio con altre tre persone, e arrivavamo da nord. Eravamo in auto, guidavamo sulla strada costiera (che era anche l’unica che potesse condurci dove volevamo andare) e ci dirigevamo verso sud. Il blu dell’Oceano Pacifico era alla nostra sinistra, il verde della Nuova Zelanda alla nostra destra. A un certo punto abbiamo svoltato una curva, e io credo di aver sbattuto il mento sul pavimento della nostra auto. Di fronte a noi, una cartolina: il blu dell’Oceano Pacifico a sinistra, il verde della Nuova Zelanda a destra e il bianco delle vette innevate delle Alpi Neozelandesi Meridionali davanti. Ricordo distintamente di non aver creduto subito ai miei occhi. Cioè, quello era l’oceano e quelle erano montagne e quella era neve che brillava sotto i raggi del sole del pomeriggio… tutto in un solo paesaggio? Avevo trovato il mio paradiso personale.

Costa est dell'isola sud della Nuova Zelanda
Un vero postaccio.

Eravamo talmente sconvolte dalla bellezza del paesaggio che abbiamo dovuto fermarci e spendere qualche minuto ad ammirare il tutto.

Quando siamo risalite in auto e ci siamo rimesse in marcia abbiamo avuto il tempo di percorrere meno di qualche chilometro prima di doverci fermare di nuovo. Otarie. A pochi metri dal ciglio della strada. Prendevano il sole ed erano gigantesche e non ci siamo avvicinate troppo perché non avevano l’aria di voler essere disturbate, naturalmente. Ci siamo limitate a osservarle e a non capacitarci del fatto che fossero lì così, a uno sputo dalla strada, avvolte nelle loro cicce a godersi il tepore del sole.

Ancora incredule siamo risalite in auto e ci siamo rimesse in marcia. Tempo due minuti e c’era da fermarsi di nuovo, perché un parcheggio sospettosamente colmo di vetture proprio a lato della strada ha risvegliato la nostra curiosità. È vero che quando si viaggia i posti migliori sono quelli fuori dalla massa di turisti, ma è anche vero che spesso dove ci sono tanti turisti c’è qualcosa che vale la pena vedere. Era il nostro caso.

Pozza d'acqua con cascata e cuccioli di otaria
Cuccioli di otaria. Decine di cuccioli di otaria. Prego.

Lasciata l’auto accanto alle altre, abbiamo seguito la gente e ci siamo avventurate nel folto della boscaglia che si arrampicava sulla montagna. Il sentiero era tortuoso e accompagnava un ruscello dall’acqua limpida, dove dopo qualche passo abbiamo cominciato a scorgere qualcosa in più oltre alle rocce. Foche! O meglio: cuccioli di foca! O meglio ancora: cuccioli di otaria, che è una cugina della foca (conosciuta anche come leone marino). Le creaturine sguazzavano allegramente nel fiumiciattolo, ma prestavano ben poca attenzione a noi, troppo concentrate a nuotare controcorrente per raggiungere ciò che ci aspettava alla fine del sentiero: una cascatella che si tuffava su una pozza d’acqua. A completare il quadretto bucolico, decine e decine di cuccioli di otaria si beavano della frescura e dell’attenzione dei turisti, che dal canto loro li fissavano a occhi spalancati e fotocamera pronta.

In tutto questo, la faceva da padrone l’otaria che, pinne e tutto, si arrampicava con un’agilità inaudita sulla sponda più ripida del ruscello, raggiungendo il lato della cascata e lasciando me e le mie compagne di viaggio coi menti se possibile ancora più vicini a terra di quanto già non fossero.

Ma cosa ci facevano lì tutte quelle piccole otarie, oltre a posare per le foto e a dimostrare curiosità nei confronti delle persone che le ammiravano? Semplice: quel posto era una specie di nursery per otarie, un asilo.

Momento Quark.

Mamma Otaria, vedendo che il suo Otaria Cucciolo ha ormai raggiunto l’età giusta per cavarsela da solo, lo lascia alla Nursery delle Otarie, un posto ameno e bucolico dove i piccoli possono giocare e socializzare tra di loro stando al sicuro dai predatori. Mamma Otaria si spinge quindi in mare aperto, dove caccerà per se stessa e per il suo piccolo. I cuccioli nel frattempo imparano l’arte della socializzazione e si dilettano ad attirare turisti e posare per le loro foto. Quando Mamma Otaria torna a portare il cibo al suo Otaria Cucciolo, il piccolo è perfettamente in grado di riconoscerla tra tutte le altre.

Dopo esserci quindi mezze sciolte di fronte ai cuccioli di otaria, io e le mie compagne di viaggio abbiamo abbandonato a malincuore quell’oasi di bucolicitá e siamo tornate alla nostra auto. Avevamo ancora qualche chilometro da percorrere prima di arrivare a Kaikoura, nostra meta per quella notte.

Cucciolo di otaria in Nuova Zelanda
Altro che selfie!

La cittadina in sé è piccina e non ha molto da offrire se non la sua semplicità e la sua aria un po’ sospesa tra mare e montagna. Il nostro ostello si trovava nella periferia, chiamiamola così, sulla riva del mare e praticamente in spalla alla Kaikoura Peninsula che avremmo esplorato l’indomani.

Ogni volta che penso a quell’ostello ricordo il panorama mozzafiato che avevamo dalla finestra della nostra camera: il mare tranquillo, qualche occasionale otaria che sguazzava nell’acqua e, perfettamente di fronte, le montagne con le cime innevate. Al tramonto era una cosa spettacolare: la neve delle vette brillava come non mai, e io non riuscivo a finire di stupirmi per la vicinanza dell’oceano a quelle cime bianche.

Il giorno dopo la nostra prima notte a Kaikoura ci siamo alzate prima dell’alba e siamo andate a vedere il sorgere del sole. Era buio pesto, faceva freddo e il fotografo che aveva avuto la nostra stessa pensata ci stava con ogni probabilità odiando per il baccano che facevamo con le nostre lamentele. Ma quando il sole è sorto abbiamo smesso di lamentarci, perché onestamente non c’era da lamentarsi di nulla. Era indescrivibile.

Alba a Kaikoura, Nuova Zelanda
Silenzio religioso.

Durante la giornata ci siamo addentrate nella Kaikoura Peninsula, imboccando la passeggiata che ne percorre la costa. Per tutto il tempo ho avuto l’impressione di camminare sul confine tra due mondi: alla mia sinistra l’Oceano Pacifico con le sue onde, i suoi scogli e le sue colonie di otarie, alla mia destra pascoli verdissimi e montagne innevate sullo sfondo. Non me ne capacitavo: se mi affacciavo sulla scogliera sentivo il rumore dell’oceano e ne respiravo l’aria; appena facevo due passi verso l’entroterra ecco che mi ritrovavo catapultata in un alpeggio svizzero.

Siamo anche rimaste impantanate in un campo fangoso, ma questa è un’altra storia.

Abbiamo camminato fin dove le nostre gambe ci hanno portate, poi siamo tornate indietro, al nostro ostello deserto e con la vista sulle montagne (come se ci fosse qualcosa in quel posto senza la vista su una qualche montagna). Lì abbiamo consumato un banchetto sontuoso a base di zuppa solubile con crostini depressi e TimTam, biscottini australiani che meriterebbero un articolo a parte e che noi compravamo ogni tanto per poi centellinarli, concedendocene al massimo uno al giorno. Si cercava di risparmiare su tutto pur di poterci permettere escursioni ed eventuali sport estremi!

Kaikoura Peninsula, Nuova Zelanda
Questo è il panorama indescrivibile della Kaikoura Peninsula: il mare in salita da un lato e le montagne in salita dall’altro.

L’indomani saremmo partite di buon ora per intraprendere il lungo viaggio in auto che ci avrebbe portate sulla costa ovest dell’isola, a Franz Josef. Avevamo un numero imprecisato di paesaggi vuoti di civiltà e ricchi di natura selvaggia da attraversare, e solo la colonna sonora di Frozen da cantare per passare il tempo. Sarebbe stata una giornata impegnativa.


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