Il Cerchio della Vita (e il Canguro Invisibile)

La volta che ho spezzato la magia di un’alba e disturbato il religioso silenzio del pubblico cantando non proprio a bassa voce la canzone iniziale del Re Leone ero di fronte a Uluru, in Australia.

Alba su Uluru
Come restistere?

Era il terzo giorno del famoso tour nell’Outback partito da Alice Springs e diretto al grosso sasso rosso che c’è sempre nelle cartoline australiane.

Ci eravamo alzati che era ancora buio. Naturalmente, visto che dovevamo vedere l’alba. Faceva freschino e avevamo sonno. Ma non eravamo gli unici a essersi svegliati sotto le stelle quella mattina: il punto panoramico dal quale avremmo visto il sole sorgere era affollato da turisti assonnati e armati di macchine fotografiche, cellulari e videocamere.

Tutti in attesa.

Silenzio. Poi, l’alba.

NAAAAAAAAAAAAACIUENGAAAAAAAAAA

BABAGHITZIBABA

ZUTUWUUUNG

WENGYAOWEEE

O meglio:

Nants ingonyama bagithi Baba

Sithi uhm ingonyama

[ Fonte: www.thelionking.org ]

Comunque.

Gli altri turisti, quelli che sono stati brutalmente svegliati dalla nostra esibizione canora non richiesta, hanno sicuramente gradito la nostra arte. Qualcuno l’ho visto pure sghignazzare.

Alba su Kata Tjuta.
Le dolci montagne di Kata Tjuta illuminate dall’alba.

Ma lo scopo di quella giornata non era coprirci di ridicolo ed epicità cantando un brano tratto da un film Disney, bensì vedere l’alba (check!) e Kata Tjuta.

Nel lontano 1872, tale Ernest Giles, esploratore, esplorando l’Outback assieme al suo compagno di avventure, il Barone Ferdinand von Mueller, trovò uno strano conglomerato di bizzarre montagnole tondeggianti e decise che avrebbe soprannominato la cima più alta Mt Mueller, per far piacere all’amico. Ferdinand invece preferì dedicare la montagna alla Regina Olga di Württemberg, per ringraziarla di avergli dato la carica di Barone. Così fecero, e l’intero gruppo montuoso prese il nome di Mount Olga, o colloquialmente The Olgas. Non so la Regina Olga come l’abbia presa.

Solo verso la fine del XX secolo si è deciso di restituire al sito il suo nome aborigeno, ovvero Kata Tjuta.

A differenza di Uluru, le 36 gobbette che compongono Kata Tjuta non sono solo in arenaria, ma contengono un mix di vari materiali, tra cui il granito e il basalto, tenuti assieme da un pastone di arenaria.

Il colore che prevale a Kata Tjuta è sempre il rosso Outback, e le forme dolci e morbide dei fianchi delle montagne ricordano molto quelle di Uluru. I due siti sono anche molto vicini tra loro, ad appena una trentina di chilometri l’uno dall’altro, e la più alta delle vette di Kata Tjuta supera Uluru di quasi 200 metri. Se le somiglianze sono tante, così anche le differenze. Per cominciare, Kata Tjuta è formata da più domes, più cupole: tante montagnole una accanto all’altra. I sentieri si intrufolano quindi tra una montagnola e l’altra, districandosi, salendo e scendendo; ce ne sono diversi, di differenti livelli di difficoltà. Uluru è invece un blocco unico, gli unici sentieri sono quello che lo abbraccia e quello per la vetta.

Stagno e alberi a Kata Tjuta
Bucolicità.

L’atmosfera è molto simile a quella che circonda Uluru. Potrà non essere un luogo altrettanto sacro (anche se esistono molte leggende aborigene che ne parlano), ma la sensazione di pace che si percepisce alle pendici delle cupole di Kata Tjuta è la stessa.

Al momento della mia visita la vegetazione era rigogliosa e verdeggiante, i corsi d’acqua gorgoglianti, le pozze colme. Un paesaggio davvero bucolico.

Passeggiare tra le cupolone dall’aria budinosa (qualcuno scriva all’Accademia della Crusca!) di Kata Tjuta è piacevole, il sentiero che le attraversa non è per niente scosceso, e la vegetazione (quando c’è) offre ombra e ristoro. In confronto alle scarpinate dei giorni precedenti, questa escursione sembrava un’allegra scampagnata!

Mentre ci facevamo strada tra le purtroppo numerose mosche, la nostra simpaticissima guida ha a un certo punto scorto tra l’erba un canguro rosso, tipico dell’Outback.

“Silenzio!”, ci ha detto, indicando un punto a pochi metri da noi. “Guardate! Un canguro!”

Noi ormai eravamo scafati in fatto di canguri. Ne avevamo visti a bizzeffe e uno più, uno meno, non ci faceva differenza. Quindi l’interesse che abbiamo mostrato per la creatura era dettato più dall’educazione che da altro.

Ma la nostra guida aveva in serbo per noi una vera chicca: un’informazione tutta nuova che personalmente ha confermato i miei dubbi sulla brillantezza del marsupiale più famoso del mondo.

“Stiamo in silenzio,” ha detto la guida. “Vedete come sta fermo? È convinto che noi non possiamo vederlo, crede di essere perfettamente mimetizzato! Sta aspettando che ce ne andiamo, poi si muoverà.”

E quindi noi eravamo lì, a fissare un canguro rosso nell’erba verde, un canguro convinto di essere invisibile.

Alberi a Kata Tjuta
Il contrasto.

A sua discolpa, il canguro in questione molto probabilmente non era in grado di distinguere tra il rosso e il verde, dato che la maggior parte dei canguri ha una visione in scala di grigi, e solo alcune specie di wallaby vedono i colori, anche se non tutti. Il poveretto sapeva di essere dello stesso colore della terra dell’Outback, ma non poteva vedere che l’erba nella quale stava zompettando non era esattamente della stessa tonalità dell’arenaria ossidata. Quindi stava lì e aspettava che ce ne andassimo.

Se avessimo voluto essere veramente infami avremmo atteso qualche ora, giusto per vedere quanto resisteva; però non sarebbe stato affatto carino, quindi ci siamo mossi con calma e abbiamo proseguito la nostra escursione.

Al termine della passeggiata è venuto il momento di tornare al nostro minibus e metterci in strada, direzione Alice Springs.

Il tour era finito, e con lui le scarpinate sotto il sole cocente avvolti da un nugolo di mosche e moscerini. Era stato breve ma decisamente intenso.

Soprattutto per il canguro.


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