Guide turistiche che litigano coi minibus

La volta che ho dormito all’aperto sotto un cielo stellato da paura ero nell’Outback australiano e stavo andando a vedere un grosso sasso rosso.

Dalla città australiana di Alice Springs, Northern Territory, partono tantissimi tour per andare a vedere quella che una volta veniva chiamata Ayers Rock ma che oggi tutti conoscono come Uluru.

Io ero in uno di quei tour, per la precisione quello più economico e da backpacker di tutti.

Il prezzo minimo per un tour di tre giorni e due notti si aggira attorno i 330$. Nel prezzo è generalmente compresa la seguente esperienza:

Kings Canyon, Australia.
Una pozza d’acqua a King’s Canyon.
  • alzataccia per partire all’alba muniti di uno zaino con l’essenziale (cioè una bottiglia d’acqua, il cambio e la roba per il bagno, tra cui categorica la crema solare);
  • viaggio su un bus da Outback che si incaglierà alla prima prodezza da rally della guida (è successo);
  • primo giorno con visita a Kings Canyon e scarpinata su roccia estremamente friabile;
  • prima e seconda notte sotto il cielo stellato;
  • secondo giorno con visita a Uluru e giro a piedi del sassone;
  • vista del tramonto a Uluru e anche dell’alba (quindi alzataccia ancora peggiore della prima);
  • terzo giorno con visita a Kata Tjuta;
  • pranzi e cene a base di barbecue (bistecche e hamburger di canguro e cammello, tra gli altri);
  • ritorno nella serata del terzo giorno con sabbia rossa in ogni dove e una stanchezza colossale;
  • epicità assicurata.

Qualsiasi tipo di tour si scelga di fare e qualsiasi sia il prezzo, una cosa è certa: ne varrà assolutamente la pena. Io stessa ero scettica. Tutti quei chilometri per vedere un sasso nel deserto, insomma… Sì, sono tanti chilometri, e no, non è esattamente economico. Ma quello è il sasso più bello che io abbia mai visto.

Ma andiamo con ordine.

Kings Canyon, Australia
Kings Canyon.

La partenza era all’alba dal nostro ostello nella periferia di Alice Springs. I miei assonnati compagni di viaggio erano una ventina, tutti giovani e backpacker come me. La guida era un certo Jason e non era esattamente lo stereotipo dell’australiano biondo e abbronzato che abbiamo in Italia. Il suo sarcasmo non veniva sempre colto, ma venivano colte le continue minacce di morte che indirizzava al gruppetto di italiani. Eravamo in cinque ma facevamo più casino noi di tutti gli altri messi assieme. Jason ci amava e odiava con foga, contemporaneamente. La cosa buffa è che durante un altro tour (in seguito, nel Western Australia) ho incontrato una guida che lo conosceva e non riusciva a smettere di ridere all’idea.

La prima mattina abbiamo macinato chilometri di Outback per raggiungere Kings Canyon. A detta di Jason, Kings Canyon sì che è un vero e proprio canyon, geologicamente parlando; mica come quel Grand Canyon che gli americani si ostinano a definire tale.

Ora, io ho studiato geologia al liceo, ma ricordo solo calcari, gessi e dolomie a concodon. Ho visto il Grand Canyon negli Stati Uniti e mi è piaciuto. Ho visto Kings Canyon in Australia e mi è piaciuto. Sono diversi, chiaro, ma entrambi meritevoli di stupore e valanghe di fotografie. E quello che mi ha colpito di entrambi sono i colori. La roccia a Kings Canyon, come nel resto dell’Outback, è molto rossa. È anche molto friabile e delicata, infatti è altamente consigliato evitare di camminare sul bordo del canyon, se non si vuole finire nel vuoto. In certi punti, dove la roccia è franata, è possibile vedere il suo colore originale: bianco. La superficie della roccia è rossa perché la roccia stessa è ricca di ferro, che a contatto con l’aria ossida.

Al ritorno da Kings Canyon ci siamo fermati a raccogliere un po’ di legna per il falò che avremmo acceso la sera. A quanto pare lo fanno tutti i tour, infatti abbiamo incrociato un bus come il nostro carico di rami secchi e fascine. Peccato che il nostro, di bus, è rimasto simpaticamente incastrato tra la strada e il fuoristrada. E il sole stava tramontando. E la strada era piatta, infinita e, cosa più importante, deserta. Dopo qualche inutile tentativo della nostra guida di disincagliare il bus dalla sua situazione di preoccupante incastro, abbiamo cominciato a spingere. Stavamo allestendo un set fotografico in mezzo alla carreggiata quando un altro bus è apparso all’orizzonte. Lo abbiamo fermato, ci siamo fatti aiutare, il nostro bus si è disincagliato. Salvi! Per questo motivo è importante essere prudenti nell’Outback: se non fosse passato quel bus saremmo rimasti lì probabilmente ore.

Uluru al tramonto, Australia.
Uluru, che si pronuncia Ulurù.

La prima notte l’abbiamo passata in un camping tra Kings Canyon e Uluru. Penso di aver imprecato con decisamente poca grazia quando sono uscita dalla tenda nella quale mangiavamo e ho visto il cielo stellato prima che sorgesse la luna. Era semplicemente indescrivibile. E io ho uno strano senso dell’indescrivibile se sento il bisogno di imprecare di fronte a tanta bellezza. Le stelle da sole illuminavano lo spiazzo dove avremmo dormito di una luce fredda ma forte.

I nostri swag e i nostri sacchi a pelo erano già pronti (perché li avevamo preparati prima di cena, mica per altro). Lo swag è una specie di grosso sacco a pelo spesso e con un sottile materassino nel quale infilare il sacco a pelo vero e proprio e successivamente se stessi. Si usa per dormire all’aperto nell’Outback. Tiene caldo ed è anche abbastanza comodo. Quando non è già abitato da creaturine invisibili che ti mordono le braccia lasciandoti segni rossi e fastidiosi per settimane. Cosa che in genere succede all’elemento più sfigato del gruppo.

La mattina del secondo giorno ci siamo messi in marcia verso l’agognato sasso rosso. Non sapevamo cosa aspettarci, ma qualsiasi aspettativa sarebbe stata sorpassata dall’incredibile magnificenza di Uluru. Chi pensava che un sasso potesse sorprendere così?


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