Fauna spiaccicata e nuvole vanitose

La volta che ho guidato trenta chilometri su una strada sterrata in mezzo al nulla perché dalla mappa sembrava che fosse solo un po’ più piccola dell’autostrada ero in Tasmania.

Lake Leake, Tasmania
Lake Leake, Tasmania.

Sul serio, dalla mappa che ci avevano dato all’autonoleggio non si capiva che quella era tutta strada sterrata in mezzo alla foresta disabitata tasmana. E noi che volevamo solo prendere una scorciatoia.

“Quindi adesso per andare a nord torniamo a ovest, prendiamo l’autostrada e poi torniamo a est, verso la costa.”

“Ma questa qui nel mezzo che taglia dentro? Ci dimezza la strada!”

“Vero! E poi, se è segnata pure su questa mappetta scrausa…”

Come non detto. All’inizio avevamo pure creduto che il pezzo non asfaltato sarebbe durato solo pochi metri. Illuse.

Il paesaggio però era senza ombra di dubbio stupendo. Certo, non c’era in giro nessuno e certo, non c’erano segni di vita umana neanche a piangere, ma se non altro era giorno e il serbatoio era abbastanza pieno. Non avremmo rischiato davvero la vita. Per quello c’era tempo.

Più o meno a metà strada tra il momento in cui avevamo imboccato la nostra scorciatoia e quello in cui ci saremmo reimmesse sull’autostrada era segnato sulla mappa un paesino dallo strano nome.

“Ehi, tra poco dovremmo raggiungere Nugent. Magari c’è un benzinaio. E della vita.”

“Sì, guarda, un cartello! Benvenuti a Nugent.”

“E una curva. E un altro cartello. Arrivederci a Nugent.”

“Già finito?”

Faccio notare che Nugent è talmente piccola che nemmeno Wikipedia sa quanta gente ci viva.

Strada sterrata, Tasmania.
Quaranta chilometri così.

In quei tempi io e mia cugina avevamo preso l’impegno di tenere una specie di diario di bordo: un semplice quaderno a righe dove ogni sera annotavamo i chilometri percorsi, le località visitate, qualche commento sparso e, cosa fondamentale, tre cose positive della giornata appena trascorsa.

La sera della scorciatoia, sul diario di bordo si poteva leggere:

Anche se era sterrata e in mezzo al nulla, la strada sterrata e in mezzo al nulla mi è piaciuta un casino.

Nei giorni successivi ci siamo dirette a nord, passando per angoli di nulla bellissimi, attraversando villaggi deserti con negozi tematici che vendevano solo decorazioni natalizie, e schivando in media due esponenti della fauna locale morti sulla strada al giorno. Incredibile come riuscissero a farsi investire nonostante il traffico in circolazione fosse praticamente ridotto a noi e a qualche altra anima perduta. La spiegazione era una sola: doveva esserci un traffico di animali pazzesco; e noi trovavamo solo quelli già morti. Che culo.

Lungo la via verso Launceston, la seconda città tasmana per importanza, abbiamo seguito ancora un po’ la costa orientale dell’isola, almeno fino a Bicheno, dove siamo finalmente riuscite a vedere un cielo stellato decente (a Sydney c’è poco da fare, e ancora non avevamo messo piede nell’Outback). Dopo Bicheno abbiamo lasciato la costa e ci siamo addentrate nelle terre selvagge dell’entroterra. Guidando verso nord ci siamo imbattute in Lake Leake, una specie di pagina rubata a una fiaba, dove ci è venuto da chiederci perché le nuvole in Italia non si specchiano così bene come in Tasmania sulle superfici acquose. E facciamo finta che superfici acquose sia una cosa che si dice.

Costa in Tasmania
In equilibrio sulla costa est.

Launceston è poco più piccola di Hobart, quindi si presenta come una ridente cittadina nata sulle sponde del fiume Tamar. Non si affaccia sul mare, ma ci manca poco. Il centro è grazioso, ricco di zone verdi e poco trafficato. Appena fuori dalla città, verso ovest, c’è la Trevallyn Nature Recreation Area, una riserva naturale abbastanza vasta e piena di sentieri e passeggiate per gli amanti del trekking.

Noi avevamo scarpe da ginnastica comprate a $30 da Rubi, il negozio di scarpe più cheap di Sydney CBD (esclusi i mercatini cinesi), dove un paio di sandali lo si arrivava a pagare anche $10, per la felicità delle piante dei piedi che si ritrovavano a camminare sull’asfalto. Il trekking estremo quindi non faceva per noi, anche perché quelle scarpe ci avrebbero dovuto portare su Cradle Mountain, e a Uluru, e in Nuova Zelanda. Era il caso di risparmiare le suole. Oltre a questo, c’era il non trascurabile problema delle nostre articolazioni, ormai fossilizzate nelle posizioni che assumevamo di notte per cercare di dormire con almeno una parvenza di comodità.

E poi non c’era tempo per un’escursione di ore, avevamo un altro mucchio di roba da vedere prima che calasse il sole e fosse troppo tardi per il check-in al camping dove avremmo deciso di passare la notte. Fare i turisti è impegnativo.

Siamo quindi andate a dare giusto un’occhiata alla Cataract Gorge Reserve, riserva naturale un po’ più piccina che confina con la Trevallyn. Lì abbiamo camminato su un ponte sospeso, abbiamo visto dei pavoni senza coda e uno strano roditore che sembrava un sasso (a pensarci bene, poteva essere un cugino della nutria), e ci siamo chieste quale attrattiva potesse mai avere la strana seggiovia coi parasole per la quale tutti sembravano voler fare il biglietto.

Pavone
Un pavone senza coda, che a ben vedere potrebbe anche essere una pavonessa.

Il nostro itinerario proseguiva verso Devonport, cittadina sulla costa settentrionale dell’isola, dove avremmo passato la notte. Tra Launceston e Devonport c’era tempo di fermarsi a vedere un villaggio che si chiamava come un villaggio svizzero che si chiamava come un personaggio della saga di Harry Potter. Avevamo letto qualcosa a riguardo all’Info Point di Launceston, e dalle foto sembrava carino, soprattutto perché chi poteva aver avuto l’idea di costruire un villaggio svizzero in Tasmania?

Pioveva. Faceva pure freddino. E quando siamo arrivate a Grindelwald (che era segnato sulla mappa come se fosse un comune come tutti gli altri) abbiamo scoperto che si trattava di una specie di outlet a cielo aperto con annesso resort, una piccola ricostruzione in stile parco a tema. Sarà stata la pioggia, ma era parecchio triste. Delusione.

Grindelwald, Tasmania
Vendevano pure prodotti tipici svizzeri. Come le mucche.

Perplesse più che mai ci siamo rimesse in viaggio, solo per finire in un camping di Devonport che in estate sarebbe dovuto essere bellissimo, soprattutto per la vista e la posizione (appollaiato su un piccolo promontorio: mare da ogni lato). Però era autunno, e faceva freddo, e piovigginava pure. E la cucina da campo sembrava l’avanzo di una casa portata via da una calamità naturale, o il set di un’opera teatrale splatter: c’erano solo tre pareti, un tavolo appiccicoso, un microonde dall’aria ben poco affidabile, un pavimento in linoleum scrostato e un divano che aveva visto tempi migliori ma anche molte altre cose che avremmo preferito non sapere. Attualmente il divano guardava la TV in olandese assieme a un danese che sembrava ormai un’estensione dei suoi cuscini.

I bagni erano pura poesia, a partire dal cartello che minacciava chiunque osasse caricare il cellulare alle prese. Pena: la confisca. I nostri vicini di prato erano però tanti piccoli wallaby, che si sono fatti vedere solo all’imbrunire per sgranocchiare qualcosa. Ecco cos’erano quelle palline nere che avevamo trovato sull’erba!

Inutile dire che siamo partite all’alba.

Next stop: Cradle Mountain.


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