Cibo scozzese leggero, strade sepolte e illusioni ottiche

La volta che ho trovato un pupazzo del batterio della peste in un gift shop ero a Edimburgo, in Scozia.

Era il terzo e ultimo giorno intero a Edimburgo (il giorno dopo ci saremmo spostate a York) e i piani della mattina prevedevano la visita a Mary King’s Close, per la quale avevamo dovuto acquistare il biglietto online con due giorni di anticipo perché il week-end era al completo.

Volendo però cominciare la giornata alla stragrande e non sapendo resistere al richiamo del cream tea, io e mia sorella abbiamo deciso di regalarci una signora colazione al Deacon’s House Cafe, che avevamo adocchiato già il primo giorno. Dubito che avremmo potuto scegliere un luogo migliore per la nostra colazione ad alto apporto colesterolico.

Scottish Cream Tea
La dolcezza.

Abbiamo optato entrambe per lo Scottish Cream Tea: uno scone servito ancora tiepido con della marmellata e un po’ di clotted cream dall’aria spumosissima, il tutto accompagnato da una tazza di tè nero. Non contente, e non riuscendo a trattenerci, abbiamo preso anche dello shortbread. Lo shortbread è un tipo di biscotto tradizionalmente scozzese ma ormai diffuso in tutto il Regno Unito; per fare l’impasto si usano generalmente tre ingredienti: zucchero, farina e naturalmente molto burro. Non serve che lo dica, ma lo dirò lo stesso: lo shortbread è una vera delizia.

Siamo uscite dal Deacon’s House Cafe molto soddisfatte e piene di burro. La clotted cream mi è piaciuta così tanto che ho letteralmente recuperato gli ultimi rimasugli rimasti nel vasetto col mio ditino indice.

Handshake alla Camera Obscur di Edimburgo
Non potendo scattare foto a Mary King’s Close, questo articolo conterrà solo foto di cibo e di illusioni ottiche.

Eravamo pronte per scendere nel sottosuolo a Mary King’s Close.

Io sono una fan delle città sotterranee: sono stata a Napoli Sotterranea, ho visitato uno dei numerosi rifugi antiaerei di Barcellona, i cunicoli dell’acquedotto medievale di Exeter, un paio di bunker antiatomici a Berlino e i tunnel di Cu Chi fuori da Ho Chi Minh. Conoscendo per fama anche la città sotterranea di Edimburgo, Mary King’s Close, non potevo certo non farci almeno un salto.

Immaginiamo tutti assieme la mia delusione nello scoprire che Mary King’s Close non è tecnicamente sottoterra. Andiamo con ordine.

Tunnel Psichedelico alla Camera Obscura di Edimburgo
Tunnel di luci psichedeliche. Quella nel centro sono io e quelli sono i miei denti bianchi come non mai.

Il centro storico Edimburgo si sviluppa su una collina di origine vulcanica. La spina dorsale della città vecchia è il Royal Mile, su cui si sono sempre affacciati gli edifici più importanti, costruiti per adattarsi alla ripidità del terreno. I palazzi del centro storico sembrano quindi più bassi verso il Royal Mile e più alti verso la pianura. In un periodo come il Medioevo, edifici così alti erano dei veri e propri grattacieli.

I vicoletti che si diramano dal Royal Mile e scendono verso la pianura, chiusi tra palazzi tanto alti, venivano infatti chiamati close. Le abitazioni al piano terra e agli ultimi piani di questi edifici erano occupate dai più poveri, mentre i piani a metà ospitavano le eleganti dimore dei ricchi.

Nessuno viveva veramene bene: gli standard d’igiene facevano pena un po’ dappertutto.

Ma chi viveva veramente male erano i poveracci che abitavano gli appartamenti alla base dei palazzi: stanze piccole ospitavano decine di persone, le strade fuori dalla porta venivano invase due volte al giorno (“Gardyloo!”) dagli scarti dei vasi da notte dell’intero vicinato. Il cielo che si vedeva dal close era una strisciolina oltre i tetti.

Labirinto degli specchi alla Camera Obscura di Edimburgo
Il labirinto degli specchi.

Mary King era una donna rimasta vedova e con un seguito di pargoli da sfamare che portò avanti l’attività del marito fino a diventare una personalità abbastanza riconosciuta da meritarsi un close a suo nome: Mary King’s Close, per l’appunto.

I poveracci che abitavano a Mary King’s Close e nei vicoli attorno si ritrovarono a vivere ancora peggio quando nel XVIII secolo venne allargato il palazzo della Royal Exchange. Non è facile allargare un palazzo chiuso tra grattacieli: i close limitrofi vennero demoliti o semplicemente coperti da assi. Si trovavano ora sottoterra.

La legge vietava però ai cittadini di Edimburgo di vivere sottoterra (simpatica, no?), quindi molti si ritrovarono a essere sfrattati. Chi proprio era affezionato al proprio close e non soffriva di claustrofobia mantenne la propria bottega lì dov’era, perché la legge non proibiva di lavorare sottoterra (AH!).

Così fino a quando non decisero di chiudere definitivamente tutto, che rimase lì com’era per decenni prima di diventare un’attrazione turistica con un gift shop che vende pupazzi a forma di batterio della peste.

Sono uscita da Mary King’s Close piuttosto indecisa: mi era piaciuto o no? Era stato interessante, ma non era il tipo di città sotterranea che mi aspettavo.

Camera Obscura Edinburgh
Divertirsi con poco.

Non avevo tempo di rifletterci troppo, perché la tappa pomeridiana era la Camera Obscura and World of Illusions, un museo sulle illusioni ottiche a pochi metri dal Castello di Edimburgo.

La Camera Obscura nasce negli anni ’50 dell’800 a opera di una certa Maria Theresa Short: si tratta di una stanza all’ultimo piano di una torretta, dove è possibile vedere il riflesso di quello che accade in strada e sui tetti della città grazie a un sistema di specchi e lenti. Inizialmente ad accompagnarla c’era un museo di microscopi e telescopi, ora ci sono tre o quattro piani di illusioni ottiche.

Io e mia sorella abbiamo così passato il pomeriggio a fare foto sceme davanti agli specchi deformanti, a giocare nella stanza di Ames, a cercare l’uscita dal labirinto degli specchi.

Il tutto dimenticandoci completamente di mangiare, ma non importava: avevamo già deciso di cenare con un fish and chips, ed era bene preparare lo stomaco alla frittura potente.

La mia gemella alla Camera Obscura di Edimburgo
Il Sopracciglio dello Scetticismo.

All’uscita dalla Camera Obscura abbiamo fatto quei due o trecento passi necessari a raggiungere il punto più basso del Royal Mile, dove si trova il Parlamento scozzese. Poi chiaramente c’era da risalire, perché il pub dove avevamo già deciso di cenare si trovava esattamente sotto il nostro ostello, al Grassmarket.

Il Grassmarket era una volta luogo di mercato ed esecuzioni, motivi per i quali nelle sue vicinanze aprirono molti pub, ristoranti e locande. Ora restano principalmente molti pub inglesi o scozzesi, qualche ristorante (tra cui uno italiano) e il punto perfetto per farsi un selfie con il Castello di Edimburgo, che torreggia sulla piazza.

Dopo aver studiato la situazione dei pub la sera prima, abbiamo dedotto che fosse una buona idea andare a cena incredibilmente presto per evitare di essere rimbalzate all’ingresso causa locale pieno. E praticamente tutti i pub erano già pieni alle sette di sera.

Fish and chips a Edimburgo
Fish and chips e una pinta di Guinness: il paradiso.

Il giorno dopo era Halloween, e nonostante non ci dispiacesse l’idea di passarlo a Edimburgo, dove durante il week-end avevamo incrociato più di una persona in costume e dove ogni locale e persino il nostro ostello era addobbato a tema con valanghe di ragnatele finte e lanterne di zucca, avevamo già deciso che ci saremmo spostate su York per andare a trovare la mia coinquilina inglese di quando ho vissuto in Florida.

Abbiamo quindi salutato Edimburgo, il suo Royal Mile e il suo castello, i suoi negozi di tartan dove non ho trovato una sola mantella che non mi desse l’impressione di stare indossando una tovaglia, i suoi close pieni di maledettissimi gradini, i suoi edifici in sasso e i suoi comignoli alla Mary Poppins, le sue vetrine piene di shortbread e fudge, le stue storie e il suono di cornamuse a ogni angolo di strada. Ma soprattutto: abbiamo salutato Edimburgo e il suo strano ma decisamente distintivo odore.

E come nella migliore delle tradizioni cinematografiche: non è stato un addio, ma sicuramente un arrivederci.


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