Mollare tutto e tornare

La volta che ho trovato qualcosa di più difficile da fare di mollare tutto e partire è stato quando mi sono ritrovata a voler mollare tutto e tornare.

Una sala da tè in stile giapponese a Taipei.

Un anno fa in questo periodo stavo progettando di partire per Taiwan. Ci pensavo da tempo. Il piano era di seguire un corso di cinese mandarino per qualche mese, almeno sei, ma con la possibilità di rimanere anche più a lungo nel caso in cui mi fossi trovata bene.

Avevo trovato la scuola, avevo scelto il corso, avevo trovato un’agenzia che mi facesse le traduzioni asseverate della laurea e dell’estratto conto, necessari per l’iscrizione al corso. Mi stavo informando sul visto per studenti e sulla documentazione necessaria per richiederlo. Stavo dando un’occhiata agli ostelli. Mancavano giusto il test di ingresso per il corso e cominciare a cercare il volo. Solo andata, naturalmente.

Mollare tutto e tornare

Fino a ora mi sono vista mollare tutto e partire, per così dire, quattro volte. La prima volta è stato quando sono partita quasi alla cieca per la Cina, subito dopo la laurea; la seconda volta è stato quando ho preso il volo per andare a lavorare un anno in Florida, a Walt Disney World; la terza volta è stato quando ho fatto il Working Holiday Visa australiano e sono partita alla volta di Sydney; la quarta volta è stato meno di un anno fa, quando ho lasciato il mio lavoro e sono salita su un volo per Taipei, Taiwan.

Mi è capitato solo una volta di trovarmi a voler mollare tutto e tornare. E ho scoperto che mollare tutto e partire non è niente—niente—in confronto a mollare tutto e tornare.

I piani per il futuro e la percezione di sè

“Io da grande vivrò all’estero.”

Per molti anni ho avuto negli occhi e nella mente un’immagine della me del futuro abbastanza chiara, definita e piuttosto brillante: una persona nomade a spasso per il globo; o più probabilmente expat in una qualche metropoli asiatica o del mondo anglosassone. Un sogno tutto sommato abbastanza condiviso da molti miei coetanei.

Ho assaggiato più volte l’esperienza di vita all’estero, con le sue difficoltà e le sue gioie. Il ritorno a casa era spesso problematico, perché mi riportava alla sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. Però mi stava bene così: se non mi fossi sentita un pesce fuor d’acqua, mi sarei adattata a restare; se mi fossi adattata a restare, mi sarei fermata e avrei messo radici—e allora non avrei più voluto ripartire! L’opzione non era contemplata.

Anche quando il lato più sedentario di me ha cominciato a coccolare l’idea di fermarsi proprio nel luogo in cui credevo di non volermi fermare, il mio lato nomade, quell’immagine che avevo della me del futuro, era decisamente più forte. Non vorrai certo vivere per sempre nel luogo in cui sei nata e cresciuta, mi diceva; non ti manca l’aria solo a pensarlo?

ℹ️ Leggi anche: Mollare tutto e partire in 12 fasi

Mollare tutto e partire

“E se volessi cambiare idea ora?”

Il progetto di partire per Taiwan è nato unendo la mia voglia di vita all’estero con il mio rimpianto di non aver continuato a studiare cinese mandarino dopo l’università. Mollare tutto e partire per andare a fare un corso di cinese mandarino sembrava un’ottima idea.

A sei mesi dalla partenza, agli amici intristiti dicevo che l’idea era di fermarmi a Taiwan per un semestre; ma probabilmente anche di più, aggiungeva sottovoce la me nomade. A quattro mesi dalla partenza, agli amici intristiti dicevo che l’idea era di fare un semestre e poi magari tornare per l’estate; però sicuramente cambierò idea una volta che sarà là, aggiungeva sottovoce la me nomade. A due mesi dalla partenza, agli amici intristiti dicevo che sarei stata a Taiwan sei mesi; vediamo, aggiungeva sottovoce la me nomade. Non avevo ancora prenotato il volo.

Il mese prima della partenza è stato strano. Ero stanca e stressata per il lavoro e per i preparativi, triste all’idea di dover salutare amici e famiglia. Ero elettrizzata, ma non tanto quanto mi sarei aspettata. Troppo stanca per essere elettrizzata, mi dicevo.

Il volo partiva un lunedì intorno a mezzogiorno. Un lunedì giunto al termine di un week-end di preparativi e dopo una ultima settimana di fuoco al lavoro. I miei livelli di stress e stanchezza raggiungevano le stelle. La notte prima della partenza ho dormito poco e malissimo. Lo stomaco era chiuso e in subbuglio. Il mio lato sedentario era malinconico, ma ancora troppo debole e tutto sommato non del tutto sicuro di esistere per davvero. Non era mai stato considerato, in fondo.

In auto, sulla strada per l’aeroporto, si è affacciato nella mia mente un pensiero che non mi sarei mai aspettata di avere: e se volessi cambiare idea ora? Ci sarebbe stato ancora tempo. Ma l’idea di non partire e pentirmene era schiacciante.

La me sedentaria è tornata nella sua tana. La me nomade si è concentrata sulle farfalle nello stomaco.

Il quartiere di Dadaocheng a Taipei.

La novità e il jet-lag

“Che ore sono ora a casa?”

Il viaggio verso Taiwan è stato lungo e stancante. In aeroporto a Taipei mi si sarebbe potuta raccogliere con un cucchiaino.

Nonostante la stanchezza, i primi giorni sono stati elettrizzanti: non vedevo l’ora di scoprire, assaggiare, vedere, provare. Era tutto nuovo e quasi tutto meraviglioso. Facevo la turista e mi piaceva un sacco. La me nomade gongolava.

Peccato per il jet-lag. Sapevo come gestirlo, in teoria: a Sydney non avevo avuto problema alcuno—e allora perché non riuscivo a prendere sonno la sera? Perché continuavo a calcolare il fuso orario per capire che ore fossero a casa?

Con l’inizio del corso di cinese ho guadagnato un po’ di normalità. Le giornate erano scandite dalle ore di lezione, tre al giorno dal lunedì al venerdì, e dalle ore di studio e compiti tra una lezione e l’altra. C’erano dettati ogni due giorni e test di fine unità ogni settimana; ogni due settimane circa, proprio perché altrimenti si batteva la fiacca, c’era da preparare una presentazione orale su un dato argomento. Una presentazione orale. In cinese.

Passavo le mattine in biblioteca a studiare per i dettati, i pomeriggi a lezione e le sere a fare i compiti. Una bella routine che mi regolava i ritmi sonno-veglia, ma che aveva uno sgradevole risvolto della medaglia: mi faceva sentire sola.

Non che evitassi i rapporti umani. Non volontariamente almeno. Forse erano loro che evitavano me?

La stanchezza e la mancanza

“Non mi era mai successo così.”

Ho cominciato a sentire la mancanza di casa. Per me era quasi strano, perché non mi era mai successo così presto. Era una novità, ma l’ho accolta positivamente, perché avrebbe reso il ritorno ancora più dolce.

Solo che al ritorno ci pensavo fin troppo spesso. Ci pensavo e ripensavo, mi rigiravo questo pensiero nella testa quando la sera non riuscivo a prendere sonno. Perché ogni tanto facevo fatica a dormire, e spesso mi svegliavo ancora stanca. Non riposavo bene, e davo la colpa al materasso dell’ostello e al cuscino e al fatto di non avere una stanza mia in cui rilassarmi come si deve.

Di certo il materasso e il cuscino dell’ostello ci mettevano del loro, ma se la schiena era incriccata e il collo irrigidito era anche colpa del mio brutto vizio di portarmi i libri di cinese ovunque andassi, in uno zaino che faceva del suo meglio ma i miracoli ancora no.

Ma non erano solo i libri e l’ostello. Non riuscivo a prendere sonno, dormivo male, non riposavo bene per davvero. Mi ci è voluta qualche settimana per accorgermi che di fatto non riposavo veramente bene da prima ancora di arrivare a Taiwan. Non ricordavo da quanto: il periodo prima della partenza era stato concitato e non mi ero rilassata un solo momento.

Avevo bisogno di trovarmi una stanza in affitto per avere finalmente uno spazio mio e poter disfare la valigia. Poi sicuramente sarebbe andato tutto meglio.

Dragone in un tempio a Yilan, sulla costa nord-orientale di Taiwan.

La realizzazione e la difficoltà

“Voglio tornare a casa ma voglio finire ciò che ho iniziato.”

Due giorni prima di Natale mi sono trasferita in una camera in affitto non lontano dall’ostello e dall’università. Sulle scale d’ingresso ho incrociato la ragazza che occupava la camera prima di me, diretta verso l’aeroporto per tornare in Spagna. Ricordo di averla guardata andare via con la stessa malinconia con cui le avevo sorriso una settimana prima durante la visita alla camera, quando mi aveva detto che avrebbe festeggiato il Natale a casa.

In quel momento, la me nomade ha avuto la prima vera scintilla di realizzazione su cosa volevo. Ma ha deciso di lasciarla lì ancora un po’, sopita. In attesa di vedere se le cose sarebbero cambiate. Pensavo che sarebbe bastato aspettare ancora un po’, che le cose si sarebbero sistemate da sole. Che mi sarei adattata, che mi sarei abituata, che mi sarei trovata bene alla fine.

Posso tornare quando voglio, mi dicevo; e questo pensiero mi rincuorava, era caldo e accogliente. Però prima di tornare voglio portare a termine ciò che ho iniziato. Non voglio lasciare le cose a metà: sarebbe un peccato.

Il giorno di Natale ho preso la mia agenda, aperto il calendario sul cellulare e contato i week-end che mi separavano da giugno e dalla fine del secondo trimestre che progettavo di frequentare. Ho immaginato i posti che avrei potuto visitare e fatto una lista. Ho deciso dove sarei andata durante le vacanze per il Capodanno Cinese—Alishan, a vedere le montagne e a percorrere la ferrovia più vecchia e alta di Taiwan. Avrei sfruttato quei sei mesi e poi sarei tornata a casa.

Lo stomaco sempre chiuso e la testa sempre accesa

“So cosa devo fare. Però…”

Nei giorni seguenti, il mio cervello ha cominciato a pensare praticamente in ogni momento di veglia. Aveva un’idea abbastanza chiara di cosa volevo fare, ma non riusciva ad accettarla fino in fondo, e soprattutto non riusciva a non ripetere continuamente queste parole: devi finire quello che hai iniziato.

Volevo finire i due trimestri: le lezioni mi piacevano; e al passo con cui stavamo andando, in sei mesi avrei raggiunto un livello di padronanza della lingua che mai avrei osato sognare. Però era difficile seguire e fare i compiti e studiare con un cervello sempre così concentrato su se stesso.

Mentre il cervello rimuginava, lo stomaco ha iniziato a protestare, chiudendosi e togliendomi ogni granello di appetito. Quando mi trovavo del cibo davanti mi passava la fame; quando non avevo cibo davanti pensavo alla fame che avevo; in ogni momento, l’idea dello stomaco chiuso mi tormentava. Pensavo che sarei svenuta per strada se non mi fossi costretta a mangiare qualcosa, ma una telefonata a casa mi ha tranquillizzata: non sarei morta di fame per qualche giorno di inappetenza; quello di cui dovevo preoccuparmi semmai era la carenza di sonno. Dormire dormivo—però male.

Inutile dire che ero esausta, sia fisicamente sia mentalmente.

A Capodanno avevo già deciso che sarei tornata al termine del primo trimestre, a marzo. Dopo un salto in Giappone, uno in California dai parenti e magari uno in Canada, a Toronto, da amiche. Sarei tornata prima del previsto, ma almeno avrei portato a termine un trimestre di corso. Era quello che volevo, almeno in parte.

Nel Tempio di Longshan a Taipei.

La decisione e la leggerezza

“Posso lasciare le cose a metà, se voglio.”

Il piano era quindi cambiato: sarei tornata a casa prima di giugno, sarei tornata a casa a marzo. La decisione era stata presa, eppure perché lo stomaco non si rilassava? Perché il cervello non la smetteva di pensare e rimuginare? La me nomade conosceva la risposta, ma non aveva il coraggio di dirla a voce alta; la me sedentaria invece il coraggio l’aveva. Non volevo restare, nemmeno fino a marzo. L’unica cosa che faceva tacere il cervello e calmare lo stomaco era il pensiero di poter prenotare un volo per due giorni dopo e preparare la valigia.

Cos’era più difficile? Accettare di voler lasciare una cosa a metà? Ascoltare finalmente i segnali che il mio corpo mi mandava da settimane? Ammettere con famiglia e amici a casa che non mi trovavo bene (nonostante l’avessero ormai capito già tutti)? Non mi importava di quello che avrebbero pensato gli altri, e sapevo che famiglia e amici sarebbero stati solo felici di vedermi tornare prima. I messaggi del mio corpo li avevo colti quasi subito; avevo semplicemente deciso di ignorarli ancora per un po’. E in realtà l’idea di lasciare il corso a metà mi turbava solo in parte. Il pensiero di poter tornare a casa in ogni momento era sempre caldo e accogliente, e mi girava nella testa con la voce di chi me l’aveva detto con estrema semplicità poche settimane prima della mia partenza. Puoi tornare quando vuoi. Posso tornare quando voglio.

La cosa più difficile era lasciar andare quell’idea sgargiante della me del futuro. Avevo passato anni a essere convinta di voler vivere all’estero, e adesso volevo cambiare idea? La me nomade non sapeva più che pesci pigliare, e si dimenava e cercava di farsi sentire; ma la me sedentaria la invitava a calmarsi un attimo e riflettere. Si può cambiare: tutto cambia, quindi è normale che cambiamo anche noi. Certo, avrei dovuto costruirmi un’altra idea della me del futuro, e questo non è mai facile.

Pensavo di essere già uscita dalla zona di comfort: l’avevo fatto quando avevo deciso di mollare tutto e partire, no? La zona di comfort dalla quale stavo uscendo ora era diversa. Era più profonda, era più simile ai limiti che avevo già incontrato facendo teatro e mettendomi in gioco. Era una zona di comfort meno fisica, meno geografica; era una zona di comfort più interna e intima, più vicina al nocciolo della me che pensavo di conoscere.

Un mercoledì mattina di inizio gennaio, meno di due mesi dopo il mio arrivo a Taiwan, mi sono alzata e ho prenotato un volo di sola andata verso Milano per il martedì successivo. E mi sono sentita subito molto più leggera.

Mollare tutto e tornare

“Ho scelto per me.”

Nei miei ultimi giorni a Taipei me la sono presa comoda: sono andata a salutare i compagni di classe e l’insegnante del corso, ho spiegato alla segreteria dell’università che avrei lasciato gli studi prima della fine del trimestre; ho salutato le persone con cui avevo stretto un qualche rapporto di amicizia, anche se brevemente. Sono andata sulla terrazza panoramica della Taipei 101. Mentre guardavo la città dall’alto e scattavo innumerevoli foto, ho cominciato a ricevere i primi messaggi da casa: la notizia del mio ritorno stava circolando abbastanza rapidamente e tutti sembravano felici. Ero felice anche io.

Non era stato facile prendere la decisione di mollare tutto e tornare, nonostante sapessi bene che tornare a casa fosse quello che volevo. Quello che temevo era di tornare per poi pentirmi di averlo fatto—però l’idea di costringermi a restare contro la mia volontà mi sembrava ancora più degna di pentimento. Allo stesso tempo, nonostante il senso di solitudine che mi accompagnava a Taipei, la decisione di mollare tutto e tornare non l’avevo presa da sola ma con il supporto di chi a casa leggeva i miei messaggi e rispondeva alle mie telefonate. Avere un’immagine chiara e prevedibile di cosa mi aspettava era per la prima volta più elettrizzante dell’ignoto che avevo sempre cercato al termine di un volo di sola andata.

Il viaggio di ritorno è stato ancora più lungo e pesante di quello di andata. Sonno e appetito non erano molto migliorati, e il cervello era comunque costantemente attivo e concentrato su quello che facevo e quello che accadeva attorno a me. Avevo esaurito del tutto le energie, mi tenevo in piedi per forza di volontà e voglia di tornare a casa. E per immagini luminose della me del futuro che stava prendendo nuova forma: e non assomigliava del tutto né alla me nomade né alla me sedentaria, ma era un piacevole e flessuoso mix delle due.

Per settimane dopo il mio ritorno a casa mi sono sentita stanca e affaticata. Però non mi sono ancora pentita della scelta di mollare tutto e tornare. Esattamente come non mi sono pentita della scelta di mollare tutto e partire.

Se non fossi partita per Taiwan, non sarei potuta tornare da Taiwan.

Come mio solito, ho dovuto mettere me stessa in una situazione scomoda e difficile—dall’orlo della mia zona di comfort ho visto cosa c’era poco più avanti e sono riuscita a raggiungere quella nuova consapevolezza di me che altrimenti non avrei potuto nemmeno toccare.

Sulla terrazza panoramica della Taipei 101.

Qualche mese dopo essere tornata a casa, ho avuto l’occasione di scrivere un testo teatrale per un lavoro di drammaturgia. E io ho scritto questo.

Quella volta che inizialmente non volevo fare una cosa è questa.
Non so voi, ma io in genere funziono così: se qualcuno mi dice
(devi fare questa cosa)
allora io non voglio farla. Mi passa la voglia, mi pesa tantissimo, è praticamente inutile costringermi. Magari finisco per farla, ma difficilmente mi piacerà farla. Però se qualcuno mi dice
(se vuoi puoi fare questa cosa)
allora un po’ di voglia di fare quella cosa c’è. Ma soprattutto, se qualcuno mi dice
(non puoi fare questa cosa)
ecco che io allora la voglio fare, e la metà delle volte la faccio, se penso che sia assurdo impedirmi di farla.
Un po’ come quell’altra volta che tutti mi dicevano
(non lasciare le cose a metà)
che è sempre brutto lasciare le cose a metà, sono d’accordo, ma
(sarebbe un peccato)
vero anche questo, però io
(poi decidi tu)
che è esattamente quello che sto cercando di fare e ho intenzione di fare
(però)
però
(sarebbe un peccato)
tutti mi dicono di non farlo, di non mollare
(prova)
cioè, chiaramente non tutti
(non vuoi pentirtene dopo, no?)
possiamo dire che un po’ me lo sto dicendo io stessa, no?
(no?)
(…)
Alla fine ho fatto di testa mia
(il contrario di quello che molti dicevano)
e ho lasciato a metà quella cosa.
Non che sia sbagliato lasciare a metà le cose, questo l’ho capito bene. A volte è anzi meglio lasciarle a metà. A volte le cose sono da interrompere
(un’abitudine che ci fa male)
(una relazione che non funziona)
(un’amicizia che non c’è più)
(un lavoro che non ci piace)
(un progetto che non va da nessuna parte)
e in fondo non c’è nulla di male.
(anzi, il più delle volte ci sarebbe di male a non interromperle, certe cose, a non lasciarle a metà. Perché se una cosa ti fa male fai bene a mollare tutto, fai bene a piantarla lì, perché mai dovresti costringerti a portarla avanti; solo perché ormai è iniziata allora bisogna per forza arrivare alla fine, a vedere come va a finire?)
(i libri che non ho finito)
(i film che ho lasciato a metà)
(le serie TV abbandonate alla seconda puntata)
(le canzoni mollate prima ancora del ritornello)
(mia madre i libri li legge dal fondo)
(vabè, lo diceva anche Pennac che i libri si leggono come si vuole, no?)
Anche questa cosa, per dire, alla fine ho deciso di farla nonostante all’inizio non volessi farla.
(però potrei lasciarla a metà)
Potrei decidere di lasciarla a metà.
(non è una cattiva idea)
Però potrei anche decidere di finirla.
(non è una cattiva idea)
Non sta scritto da nessuna parte che le cose devono essere finite.
(e visto che se mi dici di fare una cosa io automaticamente non la voglio fare)
(chiaramente se mi dici di finire una cosa io automaticamente non la voglio finire)
(non è una cattiva idea)
(il ragionamento non fa una piega)
Secondo me questo ragionamento non fa una piega.
(però ho già pensato a un finale così bello)
(perché pensare al finale prima ancora di arrivarci?)
(come fai a pensare al finale senza prendere in considerazione quello che c’è in mezzo?)
(il processo è importante tanto quanto il risultato)
È che siamo fissati con le fini, con i finali, con i risultati. Tutto deve portare a qualcosa.
(tutto deve avere uno scopo)
Anche quando diciamo
(deve per forza esserci uno scopo?)
(non posso fare questa cosa semplicemente per farla?)
(e non per arrivare da qualche parte?)
in realtà le parole stesse ci impediscono di non dare uno scopo a una cosa qualsiasi che facciamo.
(lo faccio solo per il gusto di farlo)
(lo faccio per)
(per)
(lo faccio per)
(lo faccio solo per il gusto di farlo)
Quindi ogni cosa ha un suo scopo e ogni cosa che facciamo deve dare un risultato
(e ogni cosa deve arrivare alla sua fine)
e ogni cosa deve arrivare alla sua fine.
(abbiamo difficoltà ad accettare l’indefinitezza delle cose)
(indefinitezza)
(suona bene)
(indefinito)
(infinito)
(infinità)
(abbiamo difficoltà ad accettare l’infinità delle cose)
(di spazio)
(di tempo)
(di probabilità)
(di possibilità)
(di mondi)
La nostra necessità di avere una fine è talmente radicata che se
(se adesso interrompessi questo ragionamento così, a metà, senza dargli una conclusione)
(senza dargli una fine degna di questo nome)
(senza portare a un risultato)
(se adesso interrompessi questo ragionamento così)
(senza un punto)
(senza chiudere una parentesi)
(se adesso interrompessi questo ragiona


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6 Comments

  1. Silvia Xiwei

    Cavolo Marta, io me l’ero proprio chiesta, come mai eri tornata. Mi era sembrato strano. Grazie per averlo spiegato. Ma in realtà è esattamente quello che ho fatto io più di tre anni fa. Non stavo bene in Senegal, non amavo la vita lì o il mio lavoro. Ho mollato tutto e sono tornata. Ma io sono la regina del lasciare le cose a metà. Salto proprio di palo in frasca. In questo esatto momento, muoio dalla voglia di lasciare a metà il mio lavoro, di mollare tutto di nuovo e ricominciare da capo. Ci sarà mai un modo per far andare d’accordo il nostro “io” nomade e il nostro “io” sedentario?

    1. Grazie a te Silvia, per aver letto e per avermi lasciato un commento con la tua esperienza!
      Non so se troveremo mai un modo per far andare davvero d’accordo i nostri io, nomade e sedentario; però cercare una convivenza pacifica tra i due è una buona strada secondo me.
      E se muori dalla voglia di ricominciare da capo… forse è quello che il tuo cuore vuole!

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