Come farsi fregare da Google Maps e camminare moltissimo a Parigi

La volta che mi sono ripetutamente fatta fregare da Google Maps e ho percorso innumerevoli chilometri perché tanto era tutto vicino mi trovavo a Parigi. E non era vero che tanto era tutto vicino.

La mia opinione di Parigi non è molto popolare. La trovo una bella città, ma non mi ha mai convinta fino in fondo; non mi ha mai rapita come sembra fare con praticamente tutti quelli che ci mettono piede. Non sono una fan della Torre Eiffel, né dell’Arco di Trionfo, nei dei vialoni bordati di negozi d’alta moda.

Quindi perché tornarci? Ma per vedere amici, naturalmente!

Esterno Notre-Dame, Parigi
E per il pane.

La mia coinquilina messicana della Florida aveva in programma un viaggio in Europa lungo il quale avrebbe vergognosamente evitato l’Italia. Potendola raggiungere solo nei week-end, ho optato per la scelta più economica. E sì, Parigi era meno economica di Amsterdam. E poi ad Amsterdam ci ero appena stata, mentre Parigi non la vedevo da un po’. Magari questa volta sarei riuscita a farmela stare simpatica!

Una vacanza mi ci voleva. Avevo bisogno di staccare e rilassarmi un po’.

Il rilassamento è cominciato con la scelta del volo di andata: un EasyJet alle civilissime 6.30 del venerdì mattina. Sveglia alle 3.30, naturalmente.

Alle 8.00 atterravo a Parigi Charles de Gaulle, alle 8.30 vagavo alla ricerca della stazione dei treni, interrogandomi su dove volessi andare prima. Non avevo pianificato molto: avevo giusto una lista di cose imperdibili stilata dalla mia amica che a Parigi ci ha fatto l’Erasmus; e poi avevo la prenotazione per l’ostello, venerdì sera. Il sabato mi sarei riunita con la mia amica messicana e le sue compagne di viaggio e avrei provato per la prima volta l’ebbrezza di stare in un appartamento affittato con Airbnb.

Esterno Institut du Monde Arabe, Parigi
L’Institut du Monde Arabe.

Ero quindi alla stazione RER dell’aeroporto con davanti un’intera giornata solo per me.

Ho preso un biglietto per Parigi e sono salita sul primo treno in direzione Gare du Nord, dove ho cambiato treno per finire a Gare de Lyon. A Gare de Lyon ho speso parecchio tempo a cercare l’uscita, ma poi mi sono trovata fuori, tra le strade di Parigi, sotto un cielo azzurrissimo e un sole caldissimo e ho respirato a pieni polmoni… e l’aria puzzava. E puzzava peggio di Edimburgo, che mi aveva dato l’impressione di avere un po’ un aroma da bagno pubblico; Parigi non mi dava nessuna impressione: puzzava proprio.

Ho storto il naso e ho proseguito, alla ricerca del viadotto che ospita la Promenade Plantée (primo nome, per me impronunciabile: Coulée verte René-Dumont). Trovarlo non è stato difficile, dista davvero pochi minuti da Gare de Lyon. Un po’ più complicato è stato trovare un punto di accesso, una scala che mi portasse al livello del percorso pedonale verde appoggiato sulla schiena del viadotto, al posto di una linea della metropolitana che non ha mai visto la luce.

Ma una volta trovata una rampa di scale e raggiunta la cima… meraviglia! Un giardino sospeso dal quale ammirare ancora più da vicino gli abbaini degli elegantissimi e francesissimi palazzi che accostano la Promenade. Alberi, piante, panchine, frotte di gente che correva, un gruppetto di turisti davanti a me; e io dietro a fotografare ogni cosa che fotografava quello con la macchina fotografica professionale.

Ho passeggiato lungo la Promenade Plantée per un po’, almeno fino a quando il mio stomaco me lo ha permesso. Poi sono scesa alla prima scala disponibile e sono andata a caccia di un posto dove fare colazione. Sono capitata in mezzo a quello che aveva tutta l’aria di essere un mercato di quartere, ho quasi incrociato quelli che avevano tutta l’aria di essere due modelli nel pieno di un photoshoot con conseguente troupe al seguito, ho scartato due o tre café che avevano tutta l’aria di non avere neanche un posto per sedersi e bersi una tazza di tè.

Quando mi sono finalmente seduta a fare colazione erano le 11 passate, ma io l’ho capito solo dall’aria confusa della cameriera alla mia richiesta di cibo: era rimasto solo del pane e la cucina non era ancora aperta. Pane, burro e marmellata sia.

Con la pancia un po’ più piena e i piedi un po’ più riposati, ho dato un’occhiata a Google Maps e sono caduta nella trappola in cui cado ogni volta: non sembra così lontano, posso andare a piedi!

Mi sono quindi mossa in direzione Senna, che ho attraversato per finire davanti al cancello del giardino botanico. Ho attraversato il giardino botanico con estrema calma, prendendomi il tempo di fermarmi all’ombra degli alberi che orlano i due vialoni laterali. Ho vagato tra alcuni dei vari giardini tematici, come il giardino degli iris, quello delle rose e quello alpino; ho adocchiato le gigantesche e verdissime foglie delle piante da foresta pluviale attraverso i vetri della serra.

Quando sono uscita sull’altro lato del giardino, mi sono trovata davanti a una delle mie mete del giorno: la Grande Mosqueée. A dirla proprio tutta, non avevo intenzione di visitare la moschea: io puntavo al tè alla menta della sala da tè.

E quindi ero lì, seduta all’ombra del cortiletto d’ingresso alla sala da tè della moschea, con un bicchiere di zuccheratissimo tè alla menta e un dolcetto alle mandorle appoggiati sulle piastrelle bianche e blu del mio tavolino, un gatto circospetto sotto la sedia e l’e-reader tra le mani. Ed ero talmente prossima al Nirvana che non mi sarei mai voluta alzare. Ma dovevo vedere cose, non potevo arenarmi così.

Visto che non pubblico mai foto di cibo. #lagrandemosquéedeparis #allourwrongtodays

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Quindi sono ripartita. Occhiata a Google Maps: ma sì, è vicino!

Dopo una manciata di minuti ero al cospetto dell’Institut du Monde Arabe, di cui avevo letto in un libro in prima liceo (Il teorema del pappagallo, per i fan della matematica; mi chiedo tuttora cosa mi abbia dato la forza di arrivare a finirlo). E al cospetto dell’Institut du Monde Arabe mi sono innamorata dei motivi geometrici dei famosi ingranaggi alle finestre, che muovendosi permettono alla luce di entrare solo in certi momenti del giorno e solo in certe zone dell’edificio.

Sono entrata per salire sul terrazzo all’ultimo piano, dove avevo letto (qui, per la precisione, su Travelstories.it) esserci un ristorante con sala da tè. L’idea era di bere effettivamente un altro tè, ma ero troppo distratta dalla vista ravvicinata degli ingranaggi delle finestre per decidermi di imboccare la porta d’ingresso alla sala da tè.

Dopo aver lasciato a malincuore le meravigliose finestre dell’Institut du Monde Arabe, ho continuato a commettere il solito errore: guardiamo Google Maps… non sembra lontano!

Sono arrivata a Notre-Dame, dove ho scrutato le guglie e gli archi rampanti alla ricerca di Quasimodo, pur sapendo che era stato falciato dallo straripante senso dell’umorismo di Victor Hugo. Ho girato attorno alla cattedrale, camminando in praticamente tutti i selfie che venivano scattati attorno a me, fino ad arrivare nella piazza, occupata per metà dalla fila di gente che sperava di entrare in chiesa e per metà da un tendone dall’aria invitante. Il mio francese essenziale si è rivelato ottimo, dato che mi ha permesso di capire cosa fosse scritto sul poster all’ingresso del tendone: dopo dieci minuti uscivo stringendo tra le mani una baguette.

Con lo stomaco piacevolemente pieno di pane e i piedi ancora del tutto ignari di quanto avrebbero dovuto camminare ancora, ho dato l’ennesima occhiata a Google Maps e sono caduta per l’ennesima volta nel tranello: dai, Montparnasse non sembra così lontano, faccio in tempo a farci un salto prima di andare in ostello!

Direzione sud quindi, con tappa a vedere almeno la facciata del Pantheon perché ma è qui dietro, non posso non passare, e attraversamento del Giardino del Lussemburgo, pieno di gente cotta a puntino dai raggi del sole.

A Montparnasse mi premeva vedere una cosa: il cimitero. E poi mi piaceva troppo il nome Montparnasse per non andare a dare almeno un’occhiata. Ma una volta bevuto un tè ristoratore e passeggiato tra i viali del cimitero alla ricerca delle tombe di Samuel Beckett, Camille Saint-Saëns e Charles Baudelaire, ho capito che era giunto il momento di dirigermi verso Montmartre e verso l’ostello.

Cimitero di Montparnasse, Parigi
A me piacciono i cimiteri.

L’ostello che avevo prenotato, Le Village Hostel, si trova in posizione strategica a pochi metri dalla fermata della metro Anvers e a pochi metri dalla base delle scale che portano all’impronunciabile chiesa del Sacré-Cœur. Dalla finestra della camera che condividevo con altre tre persone si vedeva la chiesa in tutto il suo splendore.

Mentre ammiravo il panorama, dopo aver fatto quattro piani di scale a piedi e sentendomi un po’ in colpa nei confronti delle mie coinquiline perché avevo la netta sensazione di puzzare, mi sono trovata di fronte a un bivio: fare la doccia e porre fine al mio disagio ma conseguentemente crollare a letto o dare il colpo di grazia ai miei piedi e scalare la collina per andare a procacciarmi del cibo per la cena?

Le Sacré-Cœur mi fissava e mi chiamava: non potevo non accettare il suo invito.

Dieci minuti dopo, mentre mi inerpicavo su per l’infinita scalinata gremita di gente in attesa del tramonto, mi ero già quasi pentita di aver ceduto. Ma dopo la galette salata presa per cena sul ciglio della strada a Montmartre ho cominciato a essere soddisfatta della scelta presa. Nel mentre, il sole calava su Parigi.

Sacré-Cœur, Parigi. ~ Partendo dal presupposto che io il nome di questa chiesa non imparerò mai a pronunciarlo correttamente. Google Fit mi dice che oggi ho percorso circa 18km. I miei piedi confermano. Le scarpe della Decathlon prendono aria su un davanzale vista chiesa impronunciabile. La mia cena è stata una gallette di quelle salate, con il formaggio e il prosciutto, a occhio e croce direi troppo cara ma oh, avevo fame. E intanto, sulla scalinata che porta alla chiesa impronunciabile, una valanga di gente in apparente attesa di non ho capito bene cosa, gli occhi fissi sull'orizzonte. Il meteo dice che domani piove. . #paris #france #sacrécoeur #sacrecoeur #montmartre #lavoltache #raccontidiviaggio #blogdiviaggi

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Chilometri percorsi a piedi: 18.

Cibo consumato: poco.

Ed era solo l’inizio.


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