Ostelli del terrore e arte moderna

La volta che mi sono sentita sia un genio incompreso che una pezzente nell’arco di una giornata sola ero a New York City.

In quel periodo lavoravo a Walt Disney World, in Florida. Io e la mia compagna di viaggio eravamo riuscite ad avere quattro giorni liberi consecutivi ed eravamo intenzionate a farli fruttare.

Il volo partiva ancora prima dell’alba da Orlando e arrivava a New York in prima mattinata. C’era così tutto il tempo per fare il check-in in ostello e poi andare al MOMA.

Dal John Fitzgerald Kennedy (l’aeroporto dove siamo atterrate) è semplicissimo raggiungere Manhattan, basta prendere il treno interno dell’aeroporto e poi la metro. La metro a Manhattan ti porta ovunque. Non è esattamente in ottimo stato, ma funziona. Ed è piena di gente di tutti i tipi! Vale quindi la pena fare un biglietto per più giorni, è decisamente utile.

L’ho detto io che era una topaia.

Il nostro ostello era in zona Chinatown, nel Lower East Side. Ed era una topaia. Ci siamo subito pentite della scelta dettata dal bisogno di fare economia (“Ok, le opzioni sono due: prenotiamo una camera in questo albergo dove sono state le altre e hanno detto che è carino o spendiamo la metà e andiamo in questo ostello che sarà sicuramente fuffa?” Pausa di riflessione di dieci secondi. Sguardo d’intesa. “Ostello fuffa sia.”).

Speravamo in meglio però. Invece eravamo finite in un vero e proprio ostello del terrore.

Il mio letto era grande abbastanza per me (e io sono un Hobbit, quindi non oso immaginare una persona di media statura come avrebbe dovuto dormire). La camera stessa riusciva a malapena a contenere noi con i trolley, ma mai in piedi contemporaneamente. C’era una presa della corrente per tutto il piano. I bagni non comincio neanche a descriverli. Nel mio materasso viveva una colonia di cimici (i cosiddetti bed bugs, che ti mordicchiano mentre dormi e poi ti prude tutto). Però era relativamente economico e noi eravamo povere, quindi abbiamo buttato tutto sul ridere (e abbiamo riso tanto) e ce lo siamo fatto andare bene. Adesso lo uso come metro di paragone in fatto di ostelli e topaie.

Il meteo per il primo giorno non era il massimo, quindi avevamo già deciso di visitare il MOMA, il Museo di Arte Moderna. Avevamo acquistato i biglietti online, così non avremmo dovuto fare coda alla biglietteria.

Il MOMA è molto grande, sviluppato su diversi piani che accolgono mostre di arte moderna e contemporanea e collezioni sempre in esposizione. Noi abbiamo cominciato a visitarlo dal piano terra, e man mano che si saliva la perplessità cresceva.

Premetto che l’arte contemporanea non è mai stata il mio forte, ma penso che chiunque si farebbe qualche domanda davanti ad un’opera d’arte intitolata ‘Cacca di Coniglio’. Sorpresa: era una piccola scultura di un coniglio fatta appunto di cacca di coniglio. Lo scambio di battute tra me e la mia compagna di viaggio di fronte a una qualsiasi di queste opere illuminanti era generalmente così:

“Questa cosa sembra banana ammuffita. Cosa dice la targhetta?”
“Senza titolo. Banana, muffa.”
“Ah.”
Pausa pregna di perplessità.
“Ma secondo te se io sputassi su un foglio e dicessi che è arte…”

Le Ninfee di Monet al MOMA di New York.
Adorazione.

A un certo punto, tra stanchezza e perplessità (e il pensiero fisso dell’ostello del terrore che ci aspettava), abbiamo cominciato a studiare con aria critica anche gli altri visitatori, chiedendoci come facessero a restare impassibili e terribilmente seriosi di fronte a lastre di ferro senza titolo né forma e a tele totalmente nere (il titolo c’era! ‘Nero’).

Ma poi siamo arrivate sul piano dedicato all’arte moderna della prima metà del ‘900 e abbiamo smesso di sghignazzare istericamente per le muffe e la roba in stato di decomposizione in generale. C’era Picasso, c’era Van Gogh, c’era un’intera sala con metri e metri di ninfee di Monet, talmente belle che nessuno lì dentro osava fiatare. E quell’ora passata a sgomitare tra la folla per mezzo minuto di contemplazione davanti a ogni tela è valsa totalmente il prezzo del biglietto e la perplessità dei piani precedenti.

Dopo il MOMA abbiamo pensato bene di fare un giro sulla Fifth Avenue, dove si affacciano molti luoghi di interesse, tra i quali l’Empire State Building, la biblioteca, il Rockfeller Center, la St Patrick’s Cathedral.

Il Rockfeller Center è quel grattacielo di fronte al quale ogni anno viene addobbato uno degli alberi di Natale più famosi al mondo. Viene anche allestita una grossa pista di pattinaggio su ghiaccio. Durante il resto dell’anno c’è solo una grossa statua dorata di un angelo dalla faccia abbastanza bruttina. È però possibile entrare nell’atrio del palazzo e girare tra i negozi del piano terra. Si può anche prendere l’ascensore e salire sulla terrazza per vedere il panorama, ma bisogna pagare il biglietto.

Scarpe da Saks Fifth Avenue, New York
Quel divanetto ha l’aria comoda.

Di fianco alla cattedrale e a pochi metri dal Rockfeller Center c’è Saks Fifth Avenue, un super negozio di extra lusso su più piani. Un po’ come la Rinascente di Milano, solo molto più di lusso. Ci sono tutte le grandi firme dell’alta moda. Non potevamo perdere l’occasione di fingere di essere ricche sfondate e di poterci permettere un paio di scarpe da 1000$.

Quando si è comuni mortali fa uno strano effetto girare tra vestiti che costano più di tutti i propri averi messi assieme. A un certo punto ci si comincia a fare delle domande.

“Ma secondo te quando strisci la carta di credito per comprare qualcosa qua, senti un rumore tipo risucchio?”
“E dopo la carta è grande la metà?”

Un simpatico commesso ha cercato di venderci delle scarpe che stavamo provando di nascosto nella zona dei saldi (ah! Saldi), ma in tutta onestà avremmo potuto permetterci forse solo la destra o la sinistra. Il paio completo era troppo caro.

Dopo aver quindi sghignazzato sulla nostra incomprensione della necessità di un cappotto più caro di una piccola auto, abbiamo aspettato che le nostre Converse di tela da 40$ si asciugassero e siamo tornate all’ostello del terrore.

L’indomani ci aspettava la visita a Ground Zero.


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2 Commenti

  1. Ah ah ah … credo che in una città come New York ci sia di tutto e di più! Mi hai fatto venire in mente la mia disavventura fiorentina dello scorso mese: ho trovato un ostello super economico perché se no avrei dovuto rimetterci lo stipendio e ancora adesso non so come sono riuscita a starci (per fortuna solo due notti!! e una della ragazza con la quale condividevo la stanza, mi ha scambiato sotto gli occhi la macchina sua fotografica – identica alla mia – perché la sua aveva la batteria che non funzionava … quindi immagina girare per Firenze con una macchina fotografica in stato perenne di batteria scarica!).
    PS: da storica dell’arte: l’arte contemporanea dal secondo dopoguerra in poi è difficile da capire anche per noi! All’università sono stati gli esami più difficili e dubbiosi di tutti … non so ancora come sia riusciti a passarli! 🙂

    1. Gli ostelli del terrore si nascondono ovunque! E spesso i coinquilini contribuiscono grandemente a renderli ancora più terrificanti, come hai potuto sperimentare a Firenze (voglio sperare che quel genio del crimine della tua compagna di stanza ti abbia poi restituito la macchina fotografica!).
      Sull’arte contemporanea mi sono definitivamente arresa davanti alla banana ammuffita del MOMA. Non la capirò mai, non ci posso proprio arrivare.

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