Trip da bubble tea e tessere della biblioteca negate

La volta che ho desiderato ardentemente di poter vivere in una biblioteca ero nella Biblioteca Pubblica di New York.

Palazzo tricolore a Little Italy, New York.
Poco italiani mi dicono.

Il mio quarto e ultimo giorno a Manhattan è cominciato col sollievo di non dover più dormire in quell’ostello. La prossima doccia l’avrei fatta nel mio appartamento di Orlando, Florida; solo questo pensiero bastava a mettermi di buon umore. Per il resto, l’idea di lasciare la Grande Mela per tornare al caldo appiccicoso della Florida centrale rischiava di gettarmi nella depressione più nera. Avevano ragione i R.E.M. quando dicevano che lasciare New York non è mai facile.

Quel mattino tanto per cambiare pioveva, ma la poggia non avrebbe fermato me e la mia compagna di viaggio nemmeno questa volta. C’erano posti da vedere e strane bevande cinesi e potenzialmente velenose da assaggiare. L’intossicazione alimentare ci attendeva.

Bubble Tea.
Roba strana.

Prima di andare a Chinatown ci stava una bella capatina a Little Italy. È una tradizione inossidabile tutta italiana quella di andare a mangiare nel ristorante italiano all’estero di turno per potersi poi divertire un mondo a criticare la cottura della pasta e la scelta del vino. Un classico! Noi avevamo un intero quartiere italiano a nostra disposizione, potevamo forse lasciarcelo scappare?

Little Italy è abbastanza pittoresca e tricolore (più tricolore dell’Italia stessa, a essere sinceri; il che è grave: se gli italoamericani di quindicesima generazione che mai hanno visto il Belpaese se non in cartolina riescono a essere più patriottici di noi nati e cresciuti su suolo italico, significa che forse ci siamo persi un passaggio). Ci sono ristoranti italiani e pizzerie ogni due metri e negozi di alimentari tipici. Carina, ma non mi ha fatta impazzire. Sarà che pioveva e faceva freddino e avevamo fame e non c’era in giro un cane. O forse erano tutti quei tricolori ai quali non sono abituata. Non saprei.

Accanto a Little Italy c’è Chinatown, che non è grande come quella di San Francisco ma è comunque caruccia. Ha un piccolo parco e una simpatica statua di Confucio alla quale credo di aver scattato una ventina di foto prima che la signora che sostava tra me e il Maestro si decidesse a traslocare qualche metro più in là.

Flatiron Building, New York.
Inconfondibile forma a ferro da stiro.

È proprio a Chinatown che io e la mia compagna di viaggi, sventure e da quel giorno in poi anche sostanze abbiamo scoperto il màgggico mondo dei bubble tea cinesi. Che adesso ci sono anche in Italia a quanto pare, ma noi un beverone colorato con dentro delle strane bacche gommose non l’avevamo mai visto. Siamo state ancora una volta impavide e abbiamo rischiato di dover ricorrere a una lavanda gastrica investendo i nostri risparmi in una di queste meraviglie. Non credo di essere riuscita ad arrivare in fondo al bicchiere. E verso la fine ho cominciato a ricordare di aver già assaggiato una roba simile in Cina. Ma forse erano solo allucinazioni.

Rinvigorite dalla strabiliante bevanda, ci siamo finalmente dirette verso il luogo dove stavo aspettando di mettere piede. No, non il bagno, bensì la New York Public Library, la biblioteca pubblica.

Lungo la strada abbiamo deciso di fare una capatina al Flatiron Building, ovvero il Palazzo Ferro da Stiro, famoso per la sua forma appunto da ferro da stiro e uno dei simboli di New York, nonché uno dei primissimi grattacieli costruiti a Manhattan (nel 1902!). In origine aveva un altro nome, ma poi hanno cominciato tutti a dargli del ferro da stiro e adesso nessuno si ricorda più come si chiamava (solo Wikipedia lo sa).

New York Public Library.
Foto artistica.

Ma passiamo alla New York Public Library. Dico solo che volevo perdermici e non essere mai più trovata, mai più.

Per prima cosa, all’ingresso ci sono un cafè e un adorabile gift shop nel quale avrei volentieri speso tutti i miei averi perché, nonostante il mio disprezzo per certe basse trovate commerciali, la metà delle volte me le presentano così bene che ci casco come una pera. E quella trovata commerciale era presentata inesorabilmente bene; piena di citazioni tratte dai grandi classici e stampate su praticamente ogni superficie possibile e immaginabile, e piccole perle come il libro del dinosauro che è rimasto senza amici perché sono tutti morti (con il suo mirabolante seguito: i suoi amici sono ancora tutti morti).

La New York Public Library è enorme e piena di quelle lampadine verdi sui tavoli che vediamo sempre nei film. C’è un sacco di gente che studia, ci sono un sacco di libri e ho cercato di farmi fare la tessera ma non potevo perché non ero residente della città di New York. Ci sono rimasta male.

Era pomeriggio e fuori pioveva ancora. Si stava avvicinando l’ora di prendere la metro per ventordici fermate e poi un bus verso l’aeroporto La Guardia, quindi abbiamo detto addio (“Lasciami qui, racconta a tutti che sono stata investita da un taxi e lasciami qui!”) alla biblioteca e ai libri e alle citazioni letterarie del gift shop e ci siamo recate coi nostri trolley alla Stazione Centrale di New York.

Statua di Confucio a Chinatown, New York.
Non avevo una foto decente della Central Station, quindi eccone una di quel mattacchione di Confucio!

A parte il caos della gente che viene, va, parte, resta, passeggia, corre, scippa e via dicendo, la New York Central Station merita una visita anche solo per il soffitto della grande sala. È blu notte con dipinte le costellazioni. È fighissimo! Mi era piaciuto quando l’avevo visto da piccola e mi è piaciuto anche quando l’ho rivisto da (leggermente più) grande. Non è la Cappella Sistina, sia chiaro, però ha il suo perché.

È stato dalla New York Central Station che abbiamo salutato la Grande Mela. Raggiungere il La Guardia è stata una mezza odissea, quasi che la città che non dorme mai non volesse lasciarci andare.

Dall’aereo ho cercato di scorgere quella skyline familiare e mi sono ripromessa di tornarci almeno un’altra volta.

Se non altro per diventare residente e fare la tessera della biblioteca.


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