Ode agli ostelli

Ode agli ostelli che ci accolgono dopo un lungo viaggio spalmato possibilmente su tre mezzi di trasporto differenti e un consistente numero di ore. Alla reception c’è sempre qualcuno pronto ad allungarci bigliettini per i free drink al bar. Al piano di sopra c’è sempre la porta di un dormitorio che aspetta solo di essere aperta e porre fine alle nostre ansie sulle condizioni igieniche della camera.

Ostello
A proposito di ansie e condizioni igieniche: un ostello a New York.

Anche se il problema di solito non è tanto la camera. Non sono le scalette assassine aggrappate ai letti a castello cigolanti; non è il pavimento inesistente sotto strati e strati di vestiti, scarpe e zaini; non è l’armadietto sempre troppo piccolo per il nostro zaino (questo spiega il pavimento); e non è neanche il condizionatore, inesorabilmente acceso quando fa freddo e inesorabilmente spento quando fa caldo.

Il problema sono i coinquilini.

Quindi ode ai coinquilini dell’ostello, coloro che per qualche ora o per qualche giorno condivideranno con noi gioie e dolori, ma soprattutto odori. E l’inevitabile insonnia, perché qualcuno che russa come un trattore c’è sempre.

Old Mount Gambier Gaol, Mount Gambier
Alcune camere sono delle vere e proprie celle, come alla Old Mount Gambier Gaol, in Australia.

Ode ai coinquilini ingombranti, quelli con un inspiegabile carico di bagagli che finisce per occupare tutto lo spazio disponibile; ai coinquilini fantasma, quelli che non abbiamo mai visto ma supponiamo esistano, perché le loro cose stanno lì e il letto sembra ospitare qualcuno durante la notte; ai coinquilini chiacchieroni, quelli che ci fanno pentire di avergli rivolto la parola circa mezzo secondo dopo averlo fatto, ma che sotto sotto sono simpatici (e non lo dico solo perché io sono una di loro). Ode anche ai coinquilini maleducati, quelli che pensano sia una buona idea preparare lo zaino alle 4 del mattino, svegliando mezzo dormitorio facendo cadere oggetti e accartocciando sacchetti di plastica; quelli che tornano ubriachi dopo una festa e si dimenticano delle altre persone con cui condividono gli spazi vitali; quelli che sembrano non avere ancora capito dove si trovano il bagno e la doccia.

Ode quindi ai bagni dell’ostello. Spesso comuni al piano, a volte divisi per uomini e donne; a volte ci va di lusso e ce ne troviamo uno in camera (si spera non nel dormitorio da 18 persone). Il bagno è l’unico luogo dell’ostello in cui possiamo trovare una parvenza di privacy. Parvenza. Perché di fatto, se mentre facciamo la doccia possiamo ballare sulle note della canzone che sta cantando la ragazza nella doccia accanto, è proprio perché la privacy in ostello non ci ha mai messo piede. Ma non l’ha mai visto neanche da lontano, un ostello.

Capsule Hostel, Siem Reap
“Che figata il capsule hostel!”

I bagni dell’ostello restano comunque quel magico luogo in cui possiamo veramente renderci conto dei vari modi di approcciarsi al momento della doccia. C’è chi fa la doccia al mattino, chi la fa la sera, chi la fa di notte, chi la fa durante il giorno, chi vorrebbe farla proprio mentre stanno pulendo i bagni. Disgraziatamente, c’è anche chi non la fa proprio. C’è chi passa ere geologiche davanti allo specchio, chi allaga il bagno, chi resta nella doccia oltre ogni umana sopportazione, chi utilizza gli spesso esausti phon sul muro e chi invece sforna dallo zaino il proprio phon personale (e tutti a chiedersi come ha fatto a farcelo stare).

Ode alla cucina dell’ostello, altro luogo di confronto tra culture e modi di fare diversi. La cucina è dove possiamo riconoscere un connazionale semplicemente da uno sguardo alla dispensa e da un’occhiata al modo in cui si prepara il pranzo. Ode al frigorigero sempre pieno di cibo non nostro (il nostro latte dov’è finito? Era qui l’ultima volta), ai bigliettini con indicati nome, camera e data del check-out per far capire che il cibo ci serve ancora. Un po’ meno ode all’odore di certi frigoriferi, quelli che capiamo subito quando qualcuno li ha aperti anche se siamo nella stanza accanto.

Clink 78, Londra
Alcune aree comuni sono più strane di altre, come al Clink 78 di Londra.

Ode alle areee comuni degli ostelli, a volte piccole, a volte grandi, spesso accoglienti, quasi sempre piene. Ai divani mezzi sfondati, alle postazioni PC che nessuno guarda mai, agli scaffali di libri in attesa del prossimo lettore. Al televisore sempre acceso, agli stessi tre DVD che vengono messi nel lettore, alla lavagna con il calendario degli eventi (cibo gratis!) e le offerte sui tour nei dintorni.

Le sale comuni degli ostelli sono il luogo in cui, dopo qualche giorno, rischiamo di cominciare a sentirci a casa.

Ode agli ostelli perché bastano pochi giorni per cominciare a costruirsi delle nuove abitudini da incastrare nell’ambiente nuovo. E dopo un altro po’ queste abitudini si scollano dall’ambiente e ci si cuciono addosso, tanto che quando cambiamo ostello ce le ritroviamo nello zaino tra il sacco lenzuolo e le infradito, pronte per essere srotolate e appicciate alle pareti del nuovo dormitorio.

Castle Rock, Edimburgo
Solo in Scozia. Castle Rock, Edimburgo.

Ode agli ostelli perché ovunque ci troveremo, finché abbiamo un letto a castello assassino, un armadietto troppo piccolo e un bagno comune ci sentiremo comunque a casa.


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