Scale e campane rotte

La volta che mi sono sentita molto Rocky Balboa solo perché stavo salendo una rampa di scale ero a Philadelphia.

Philadelphia
Philadelphia.

Era la seconda tappa di un lungo viaggio della speranza che già mi aveva portata ad ammirare i memorial di Washington DC e che si sarebbe concluso a Boston. Mi trovavo quindi negli Stati Uniti, nel mezzo di una breve vacanza nella vita reale dopo mesi vissuti in quella magica bolla di fantasia che è Walt Disney World.

La seconda tappa era quindi Philadelphia, raggiunta da me e dal mio compagno di viaggio in mattinata, dopo un’alzataccia tremenda a Washington DC e un viaggio in bus sonnolento ma di poche ore. La stazione ferroviaria della città ci ha accolti e ospitati mentre aspettavamo che il terzo componente del gruppo vacanze ci raggiungesse dall’aeroporto, diretto da Orlando, naturalmente in after. Le ore antecedenti il pranzo ci hanno quindi visti non del tutto svegli e parzialmente ammaccati per le pos izioni assurde nelle quali avevamo cercato di recuperare minuti preziosi di sonno. Stavamo una favola.

Viale alberato, Philadelphia
Passeggiando per Philadelphia.

Nonostante lo stato semicomatoso nel quale versavano i nostri neuroni, siamo riusciti a risolvere uno spinoso problema che non avevamo previsto: dove lasciare i trolley mentre giravamo per la città in attesa del bus serale che ci avrebbe condotti a Boston? Portarseli dietro era fuori discussione, ma di certo la stazione dei treni aveva un deposito! Riservato ai possessori di biglietto ferroviario. Ed è così che i nostri tre bagagli di ridotte dimensioni hanno trovato posto nel deposito della stazione grazie a un singolo biglietto di sola andata verso la destinazione più vicina e più economica possibile. L’ingegno del viaggiatore.

Philadelphia è la città più grande della Pennsylvania, e naturalmente non ne è la capitale (cosa abbastanza frequente negli USA); è inoltre la quinta città più popolosa degli Stati Uniti, il che significa che ci vive davvero un botto di gente. La storia di Philadelphia è abbastanza lunga, ma saremo brevi.

Prima che ci arrivassero gli europei ci vivevano gli indiani Delaware, solo che poi sono arrivati coloni di diverse provenienze ma con l’unico obiettivo di battezzare la nuova colonia come New [inserire nome della madre patria qui]. La fantasia non andava tanto di moda nel ‘600. Tra una vicissitudine e una conquista, nel 1681 Re Carlo II d’Inghilterra concede a tale William Penn di fondare la Colonia della Pennsylvania; Penn fonda una città e la chiama Philadelphia. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Penn non era un fan delle creme al formaggio: il nome Philadelphia deriva infatti (scopro ora) dal greco e significa amore fraterno. Non si finisce mai d’imparare.

Philadelphia
Non ricordo cosa sia questo edificio e non sono riuscita a capire cos’è neanche con la ricerca per immagini di Google, quindi potrebbe benissimo essere frutto della mia fantasia.

Flashfowardiamo al XVIII secolo e BAM! Philadelphia ha assunto un ruolo talmente centrale per i rivoluzionari americani da ospitare il Primo Congresso Continentale (1774!), prima della Guerra d’Indipendenza Americana; il Secondo Congresso Continentale (1775!), che porta alla stesura e alla firma della Dichiarazione d’Indipendenza (1776!); e la Convenzione di Philadelphia (1787!), dopo la guerra, che porta alla nascita della Costituzione Americana. Tra il 1790 e il 1800 Philadelphia funge da capitale dei neonati Stati Uniti d’America in attesa che la capitale vera, Washington DC, venga pronta.

Dopo questo picco di importanza e rilevanza internazionale, Philadelphia comincia un lento declino, almeno fino a quando, nel ‘900, non viene scelta come luogo di nascita da Willy il Principe di Bel-Air, colorata personalità di spicco degli anni ’90 del XX secolo.

Ok, scherzi a parte. Philadelphia è oggi nota principalmente per il discreto tasso di criminalità delle sue periferie, per la crema al formaggio con la quale condivide il nome, per il film con Tom Hanks con il quale condivide il nome, per la campana rotta che si dice abbiano fatto suonare per annunciare l’Indipendenza Americana il 4 luglio 1776, per essere la città natale di Willy il Principe di Bel-Air, e per la scala sulla quale si allenava Rocky Balboa.

Pennsylvania Hall, Philadelphia
Independence Hall, dove vennero discusse la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione Americana.

A proposito di Rocky Balboa. Famigerata è La Scala protagonista della celeberrima scena in cui il nostro eroe attraversa la città di Philadelphia di corsa per poi cercare di spezzarsi le ginocchia arrampicandosi su per una scala, appunto. Uno dei miei compagni di viaggio aveva promesso che avrebbe percorso i gli stessi passi di Rocky, quindi La Scala non poteva che essere il primo stop della nostra visita.

Alla base delLa Scala c’è una statua di lui, naturalmente, di Rocky. Ed è chiaro fin da subito che le dimensioni della statua sono un tantino diverse da quelle dell’attore che ha interpretato il pugile, il non esattamente torreggiante Sylvester Stallone. La statua è infatti alta.

Ma torniamo alLa nostra Scala. La si percorre per raggiungere il Museo d’Arte di Philadelphia, che si trova in cima a una collinetta. La Scala di per sè non ha l’aria invalicabile, ma sicuramente salirla di corsa non dev’essere una gioia. Ma una promessa è una promessa, e il mio compagno di viaggio ha saputo mantenerla nel migliore dei modi: indossando una felpa grigia e urlando ADRIANAAAAA una volta arrivato in cima. Mentre io, piegata in due dal ridere, riprendevo tutto, l’altro compagno di viaggio si nascondeva dietro un furgoncino e fingeva di non conoscerci.

Scale di Rocky, Philadelphia
La Scala e il museo.

Dopo aver quindi prestato omaggio alLa Scala di Rocky (che grossomodo era il motivo principale per il quale avevamo fatto tappa a Philadelphia, oltre che per spezzare il viaggio tra Washington e Boston), ci siamo diretti verso il centro città.

Era una giornata molto bella: un sole che spaccava le pietre, temperatura ideale, neanche una nuvola in cielo. La città ci si è quindi presentata al massimo della sua bellezza. Il che dal mio punto di vista non era granché, ma è giusto il mio punto di vista. Non sono una grande fan delle tipiche città americane, preferisco quelle un po’ diverse, tipo New Orleans o San Francisco. Philadelphia non è certamente brutta; sarà che l’ho visitata dopo Washington DC e prima di Boston (che ha quindi rimosso l’intervallo a Philly): fatto sta che su di me non ha avuto un gran fascino.

Declaration House, Philadelphia
Declaration House, dove Thomas Jefferson scrisse il testo della Dichiarazione d’Indipendenza.

Una cosa che però ignoravo della città di Philadelphia (assieme a moltissime altre, a dire la verità) è la sua storia tremendamente intrecciata con la nascita degli Stati Uniti d’America. Il centro storico è infatti tempestato di placche commemorative, musei, percorsi storici, vecchi edifici dove ex presidenti hanno firmato questo, scritto quello e deciso quell’altro. Nell’arco di poche ore mi sono fatta un ripasso di storia americana che a fine giornata ho dovuto interrogare i miei due compagni di viaggio per vedere se avevano seguito attentamente (uno era ancora più preparato di me, l’altro era più da 6-).

Come ho accennato prima, è proprio a Philadelphia che, nel 1776, è stata scritta e firmata la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Ed è qui che nasce la storia della Liberty Bell, la campana rotta ora esposta al Liberty Bell Center, un edificio costruito appositamente per custodirla e mostrarla al pubblico.

La storia della Liberty Bell è molto divertente. Per prima cosa, la campana venne costruita a Londra e spedita a Philadelphia negli anni ’50 del 1700. La prima cosa che fece quando arrivò a Philadelphia fu suonare una volta e poi rompersi. Ottima fattura, non c’è che dire. Venne riparata un paio di volte, poi iniziò la sua carriera come richiamo per i legislatori, fino a quando non entrò nella leggenda come la campana che venne suonata il 4 luglio 1776 per dichiarare l’indipendenza di 13 colonie americane dalla Corona Inglese.

Liberty Bell, Philadelphia
La Liberty Bell in tutto il suo splendore. Con la crepa.

Peccato che non andò esattamente così. La Liberty Bell venne suonata sì in occasione della Dichiarazione d’Indipendenza, ma l’8 luglio 1776, alla lettura del documento. E assieme a decine e decine di altre campane. Ma lei era la più scaltra di tutte, perché riuscì a far passare l’idea di essere stata l’unica a suonare il 4 luglio. Divenne quindi uno dei simboli dell’indipendenza americana, ruolo che plasmò la sua esistenza e la portò a venire esposta in ogni dove, permettendole di formarsi una considerevole fan base. Ora posa per centinaia di foto ogni giorno, con la famigerata crepa in bella mostra.

Dopo una simile full immersion nella storia americana, la fame ha avuto il sopravvento sia sul mio stomaco che su quelli dei miei compagni di viaggio. Era venuto finalmente il momento di assaggiare il protagonista della cucina da strada della città di Philadelphia: il Philly Cheesesteak Sandwich. Si tratta di un semplice panino imbottino con manzo tagliato a filettini, cipolla e formaggio fuso (ci sono delle varianti, ma questi tre ingredienti sono costanti). Una cosetta da nulla, leggera leggera (SARCASMO), ma sorprendentemente è stata la gioia delle mie papille gustative. A pensarci bene, non così sorprendentemente: il Philly Cheesesteak Sandwich è stato inventato a inizio ‘900 da una coppia di fratelli italoamericani migrati a Philadelphia.

Philly Cheese Steak Sandwich
Il Philly Cheesesteak Sandwich.

Dolcemente appesantiti da questo pasto frugale consumato in una via carinissima piena di bar e tavolini sui marciapiedi, abbiamo finito il nostro giro con la calma imposta dalla digestione e con tutto il tempo che il nostro autobus serale ci concedeva.

Abbiamo quindi vagato senza meta, perdendoci tra una pietra miliare della storia statunitense e l’altra, fino a tornare al Museo d’Arte per arrampicarci ancora una volta sulLa Scala di Rocky e ammirare la skyline della città al tramonto.

Ci siamo infine trascinati in stazione, dove abbiamo ritirato i nostri bagagli dal deposito per caricarli sul bus in partenza per Boston, la nostra ultima tappa. Ci aspettava qualche ora di viaggio: in teoria c’era tutto il tempo di riposarsi e recuperare le forze per il giro che ci attendeva l’indomani, ma in pratica i sedili non erano esattamente da prima classe. Su tre che eravamo, solo uno di noi è riuscito a dormire praticamente tutto il tempo, con tanto odio da parte degli insonni.

Eravamo solo a metà viaggio e avevamo già perso una media di due notti di sonno a testa. Si preannunciavano tre giorni interessanti a Boston.


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