“Tuk tuk?”

La prima volta che sono salita sul famoso tuk tuk, quella specie di risciò moderno con la motoretta davanti, ero a Phnom Penh, capitale della Cambogia. Ed era ieri.

Il viaggio per la Cambogia è stato lungo ma senza intoppi. Il primo aereo era nuovo e bello, e come mio solito mi sono immersa in una lista di film che a fine volo erano registrati nella mia mente come un solo film di dieci ore. Scalo a Bangkok e poi poco meno di un’ora di volo verso Phnom Penh. A Phnom Penh ci sono stati attimi molto seri alla dogana, seguiti da attimi un po’ nervosi al ritiro bagagli, dove io e la mia compagna di viaggio abbiamo dovuto aspettare un po’ prima di poter tirare un sospiro di sollievo alla vista dei nostri zaini intatti.

Due zaini pieni
I miei zaini pronti prima della partenza.

Fuori dall’aeroporto ci aspettava la Cambogia, e il caldo. E, naturalmente, ci aspettavano i tuk tuk.

“Excuse me! Tuk tuk?”

“No, thank you!”

L’intenzione era quella di prendere un bus che ci avrebbe portate nella zona del nostro ostello, vicino a Central Market.

“Tuk tuk?”

“No, thanks!”

Ma dopo qualcosa come quindici minuti alla ricerca di una fermata invisibile abbiamo ceduto al richiamo dei (proprietari dei) tuk tuk. Richiamo letterale, sia chiaro.

“Ladies! Tuk tuk?”

“How much to go to Central Market?”

Abbiamo quindi sperimentato le strade dissestate cambogiane a bordo di un trabiccolo e circondate da altri trabiccoli simili e da frotte e frotte di moto cariche di persone e merci varie. Il nostro autista ha prestato fede alla parola data e ci ha portate a Central Market, grosso mercato coperto che vende probabilmente di tutto, dal cibo alla bigiotteria, ai vestiti, alle scarpe spaiate.

Umidità. Caldo. Caos. Svariate ore di veglia forzata. Fuso orario. Odore di cibo. Quando siamo riuscite a raggiungere l’ostello l’aria condizionata non era nemica giurata dell’intestino, ma un’oasi di freschezza.

La giornata è stata dedicata al tentativo di non addormentarsi. Per le prime ore. Poi abbiamo ceduto alla frescura della piscina dell’ostello. Fuori dall’ostello la città brulica. Sulla strada che porta a Central Market ci sono edifici moderni accanto a case dall’aria europea​ accanto a palazzine strette e alte piene di appartamenti. A livello della strada un mare di tuk tuk e stormi di motorette. E negozi di elettronica a basso costo, accessori per cellulari, baracchini ambulanti che vendono banane, noci di cocco e dei grani che sembrano un qualche tipo di frutta secca.

Camion/bus in Cambogia
Mezzi di trasporto alternativi cambogiani.

L’itinerario che abbiamo pensato per i prossimi giorni è fitto di mete e piuttosto impegnativo, ma riusciremo a sopravvivere. Forse.

  • I primi due giorni sono a Phnom Penh;
  • Il terzo giorno il terzo membro del gruppo ci raggiunge dall’Australia in tempo per il bus verso Siem Reap;
  • A Siem Reap saranno dedicati due giorni pieni, anche se dicono che Angkor Wat da solo ne meriti anche di più;
  • Il sesto giorno è la volta del viaggio suicida di tredici ore in bus da Siem Reap a Ho Chi Minh City, Vietnam. Lasciamo la Cambogia, se il Vietnam ci fa entrare (non è necessario un visto di ingresso se si resta meno di 15 giorni);
  • Se saremo ancora vive, potremo goderci Ho Chi Minh City per un paio di giorni, prima di prendere un volo interno verso Da Nang, sulla costa, più o meno a metà strada tra Ho Chi Minh City e Hanoi;
  • Da Nang non ci interessa, ma la vicina Hoi An con la sua città vecchia sì, eccome;
  • Esattamente come ci interessa Hue, poco più a nord, nostra quinta tappa;
  • Da Hue prenderemo un altro volo interno diretto ad Hanoi, nel nord del Vietnam;
  • Qui cercheremo di visitare la vicina e molto decantata Halong Bay;
  • Covo la segreta e folle speranza che ci avanzino tempo e forze per andare a vedere le risaie di Sapa, ma vedremo;
  • È ad Hanoi che prenderemo il volo di ritorno.
Tuol Sleng, Phnom Penh.
Tuol Sleng.

Il secondo giorno di permanenza a Phnom Penh, cioè oggi, è stato dedicato alla storia della Cambogia. Siamo infatti andate a visitare Tuol Sleng, uno delle decine di luoghi di detenzione e tortura nati sotto sotto il regime di Pol Pot e dei Khmer Rossi negli anni ’70. E non potevamo certo farci mancare il Campo della Morte di Choeung Ek, uno dei 300 (TRECENTO) campi di sterminio dove le vittime delle torture venivano portate a morire. Prima di visitare questi luoghi della memoria la mia ignoranza sul genocidio cambogiano (o meglio: autogenocidio, perché sia carnefici che vittime erano principalmente cambogiani) era abissale; ora lo è ancora, ma un po’ meno.

Tuol Sleng era nato come scuola superiore, ma quando il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi hanno preso possesso di Phnom Penh e cacciato tutti i cittadini della città, le aule dei quattro edifici scolastici sono state riadattate e trasformate in luoghi di tortura.

Si stima che dalle 17.000 alle 20.000 (VENTIMILA) persone siano state imprigionate e torturate a Tuol Sleng, per i motivi più svariati ma fondamentalmente per saziare l’ansia di essere tradito o contrastato che aveva Pol Pot. Molte vittime neanche sapevano perché si trovavano lì. Un buon numero erano bambini, figli di altre vittime che non potevano essere lasciati in vita perché, a detta di Pol Pot, “per eliminare le erbacce bisogna eliminare tutto fino alle radici”; non voleva lasciare orfani con sete di vendetta, meglio fare pulizia. Le vittime venivano torturate per estorcere informazioni su spie e affari di stato, e tutti finivano per confessare quello che i Khmer Rossi li costringevano a confessare. Alcuni venivano torturati per mesi.

Quando non servivano più, le vittime di Tuol Sleng e degli altri luoghi di detenzione e tortura venivano portate nei campi della morte, come Choeung Ek, dove venivano uccise e sepolte in grandi fosse comuni. Ancora oggi, durante la stagione delle piogge, ossa e vestiti delle vittime riaffiorano dal terreno smosso dall’acqua.

Come molti dei campi di lavoro e sterminio costruiti dai Nazisti, anche Tuol Sleng e Choeung Ek erano segreti e nascosti, protetti da occhi indiscreti. La stessa Cambogia sotto il regime di Pol Pot era chiusa e nascosta: il mondo non si è accorto del genocidio che stava avvenendo. O forse diceva di non sapere, perché in effetti non credere a certe atrocità ci fa sentire più a posto con la nostra coscienza.

Teschi nello Stupa di Choueng Ek, Phnom Penh
I teschi di alcune delle migliaia di vittime sepolte a Choueng Ek, ora custoditi in uno Stupa, struttura buddhista per la conservazione delle reliquie.

Si pensa che sotto il regime di Pol Pot e dei Khmer Rossi siano morti circa 2 milioni su circa 7 milioni di cambogiani. Probabilmente il numero esatto non lo sapremo mai.

Visitare questi luoghi è stato, per usare un termine inglese​ che calza a pennello, disturbing. Disturbante. Angosciante, inquietante.

La giornata ha però avuto i suoi momenti di ilarità, soprattutto quando abbiamo assistito alla scena di un signore che metteva in moto uno scooter rosa. Dentro la bettola dove stavamo pranzando. E poi è uscito dalla porta, dando gas sul suo scooter di Hello Kitty. E noi lì a mangiare noodles e gas tossici. Non dimenticherò mai la faccia della mia compagna di viaggio quando le ho detto: “Alla tua sinistra!” e lei si è voltata per vedersi sorpassare da uno scooter rosa.

Domani ci raggiungerà il terzo componente del gruppo, al momento nel pieno del suo scalo di dodici ore all’aeroporto di Kuala Lumpur. Gli scali di dodici ore non dovrebbero neanche esistere, per dire. Comunque, scali o non scali, dodici ore o non dodici ore, domani lasceremo Phnom Penh e andremo a Siem Reap. In bus. Sei ore soltanto, e che sarà mai? Guarderemo un sacco di panorama.


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