Il primo viaggio non si scorda mai

La prima volta che ho preso l’aereo è stato per andare a New York. Avevo un anno e mezzo, quindi ricordo poco. Veramente poco. Praticamente nulla.

I miei non si sono fatti problemi a scarrozzarmi per aeroporti e aerei, a viaggiare con biberon e pannolini, a cambiarmi nelle sale d’attesa. Dopo che anche il La Guardia di New York (o il JFK, non ricordo bene) ha avuto l’onore di sincerarsi del corretto funzionamento del tuo intestino da bimbo, nulla può fermarti.

Lo scopo della vacanza era di andare a trovare degli amici che vivevano poco fuori New York. Avevano una casa grande e americanissima e un cagnolino giocattolo che abbaiava e faceva le capriole. Ricordo solo il cagnolino su una moquette spessa come minimo due dita, nient’altro.

Non ricordo di essere scoppiata in lacrime alla vista del terzo aereo e non ricordo il sole della California, nostra seconda tappa. Mia zia e mio cugino di sei anni ci aspettavano lì.

A Santa Monica ho visto per la prima volta il mare, a Los Angeles ho imparato la mia prima parola inglese (grapes, uva) e ho incontrato il sorcio più famoso del mondo: Mickey Mouse. Ho una foto fantastica di mia zia che mi tiene da sotto le ascelle, mentre sullo sfondo Topolino fa pat pat sulla testa a un bambino più grande, non cagandomi di striscio. La mia espressione perplessa è epica.

Mi piace pensare che questo mio primo viaggio intercontinentale abbia segnato il mio destino come viaggiatrice.

Viaggiare è un’esperienza unica e irripetibile. Ogni viaggio è diverso dal precedente e da quello successivo; ogni volta impariamo qualcosa di nuovo e aggiungiamo qualcosa alla persona che siamo. Partire comporta il desiderio di tornare e tornare comporta il desiderio di ripartire. È un circolo vizioso, non c’è scampo.

La cosa migliore da fare è lasciarsi andare alla scelta della prossima meta, alla prenotazione del prossimo volo, alla pianificazione della prossima avventura (ma anche senza pianificare, altrimenti che avventura è?). Il mondo è in realtà molto più piccolo di quanto non sembri, ed è ricco di luoghi e persone e storie che aspettano solo di essere scoperti. Sarebbe un vero spreco passare tutta la propria vita sempre nello stesso posto, no?

Vogliamo poi mettere la disperazione di amici e parenti quando, al ritorno dai nostri viaggi, abbiamo centinaia di foto e video da mostrare e ore di aneddoti da raccontare? Le loro espressioni da coma etilico dopo l’ennesima diapositiva dello scoiattolo di Central Park che mangia ghiande? I loro sospiri esasperati quando stiamo per parlare ancora di quella volta che abbiamo viaggiato su un carretto trainato da cavalli anoressici per andare a vedere un cenote messicano?

Se non vogliamo viaggiare per noi stessi e per la nostra ricchezza personale, dovremmo almeno farlo per poi sfinire le persone che ci circondano fino a spingerle a compiere l’atto estremo: partire loro stesse.


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