Provare l’haggis e sopravvivere per raccontarlo

La volta che ho trovato gradevole un piatto a base di interiora di pecora ero a Edimburgo, in Scozia.

Ebbene sì, ho avuto il coraggio di provare uno dei cibi tradizionali della cucina scozzese solo alla mia seconda visita nella sua capitale, Edimburgo. E l’ho provato solo perché ho potuto rubare un boccone dal piatto della mia compagna di viaggio Elena, ben più temeraria di me perché nello stesso giorno è riuscita a mangiare haggis a pranzo e a cena. Poi ha detto di non volerne più sentir parlare, ma mentre lo mangiava lo gradiva moltissimo. Nonostante fosse fatto di interiora di pecora.

Dal Castello di Edimburgo verso il Royal Mile.

Ma facciamo un passetto indietro.

Alla mia prima visita, Edimburgo mi aveva colpita per il suo caratteristico odore e per le sue infinite sfumature di grigio in realtà tendente al miele. Com’è stato invece tornare a Edimburgo?

Bello, naturalmente. Sono arrivata in città con il solito bus dall’aeroporto e già appena scesa dall’aereo avevo potuto notare non senza una certa sorpresa che la temperatura era straordinariamente gradevole e il cielo incredibilmente limpido e il sole sorprendentemente non nascosto da nuvole.

Rinvigorita da tale inaspettato accenno di primavera nonostante fosse l’inizio di marzo, ho poco saggiamente deciso di lasciare cappello e guanti in ostello e sono partita subito alla riscoperta del Royal Mile. Errore. Ho cominciato a preoccuparmi non appena ho visto che alcuni scozzesi sfoderavano guanti e cappelli all’uscita dall’ufficio. Prima del tramondo le mie dita minacciavano di deperire e staccarsi, morse dal vento gelido; dopo il tramonto, l’ipotermia smetteva di essere una minaccia e cominciava a diventare una realtà molto molto concreta.

Mai fidarsi di un accenno di primavera in Scozia. Quello che ho incontrato io era veramente giusto un accenno, probabilmente passato per caso e subito direttosi altrove non appena ha capito di trovarsi così a nord e così in Scozia. Più di uno scozzese mi ha detto che l’inverno era finito e che quella era la primavera scozzese, ma devo dire di non aver creduto molto a nessuno di loro.

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Il Castello di Edimburgo in cima al suo sperone di roccia.

Edimburgo si difende comunque bene contro le tipiche condizioni atmosferiche scozzesi: i café spuntano come funghi e offrono una scelta di bevande calde e alimenti a base di burro di quelli che fanno venire il colesterolo solo a leggere i nomi sul menù. Il freddo, la pioggerellina, il vento e la presenza di un café nel raggio di dieci metri indipendentemente da dove ci si trovi sono dei più che ottimi motivi per sfondarsi di shortbread e scones.

Prima di partire ero vagamente preoccupata di non riuscire a soddisfare la mia quotidiana dose di tè o tisana, che solitamente ammonta a un paio di litri quando non ci vado pesante. Dimenticavo che nel Regno Unito è perfettamente normale ordinare tre tazze di tè di fila. Cosa che naturalmente abbiamo fatto io e la mia compare di bevute un pomeriggio sul Royal Mile, sedute a un tavolino del piacevolmente caldo Deacon’s House Café. Ci servivano liquidi per stimolare la digestione del cream tea appena consumato, e tanto fuori piovigginava e faceva freddino.

Nonostante il clima non fosse dei più gioiosi, io ed Elena non ci siamo fatte mancare nulla. Free Walking Tour con visita al cimitero e storia strappalacrime del cane del custode: fatta, con tanto di guida armata di unicorno, animale simbolo della Scozia. Scottish National Gallery a ingresso gratuito per vedere Tiziano e il Tintoretto e altri amici loro: check, nonostante l’illuminazione antipatica. Due passi sul lungocanale di Leith: sì, ma speravamo in qualcosa di più. Pranzo all’Elephant House, dove JK Rowling ha cominciato a scrivere la saga di Harry Potter: fatto, e la mia compagna di viaggio ha pure ordinato l’haggis, ma ci torno più tardi. Visita al Castello di Edimburgo, mezzo mangiato dalla nebbia spettrale che sembrava del tutto intenzionata a reclamarlo per sè: ovviamente, anche se ci ero già stata.

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Greyfriars Kirkyard.

Le condizioni atmosferiche non proprio gioiose non ci hanno quindi impedito di esplorare la città, ma hanno certamente stimolato un certo appetito. A Edimburgo c’è una densità di pub che supera quella dei café, quindi c’era solo l’imbarazzo della scelta: pub lungo il Royal Mile, pub nei vicoletti chiamati close che scivolano giù dalla collina della Old Town, pub nel Grassmarket dove un tempo giustiziavano la gente, pub nella New Town che di new ha relativamente poco.

E con cosa si può pasteggiare a Edimburgo se non con una steak and ale pie fumante, con del sano e strafritto fish and chips, con del salmone affumicato magari a colazione o con lui, il piatto principe della cucina scozzese, il temuto e lodato haggis?

La mia indomita compagna di viaggio ha ordinato il suo primo haggis per pranzo all’Elephant House. È arrivato al tavolo sotto forma di cupoletta scura, affiancata da altre due cupolette di purè di patate e purè di rapa (tatties and neeps). L’ho guardato con sospetto per un paio di lunghi minuti prima di cedere alla curiosità; poi l’ho assaggiato e non l’ho trovato neanche troppo male. Per essere fatto di interiora di pecora. Sì, perché per fare l’haggis bisogna prendere cuore, polmone e fegato di una pecora e mescolarli assieme a farina d’avena, spezie, grasso di rognone e cipolla; il tutto va poi infilato nello stomaco della pecora e fatto bollire per tre ore. Da leccarsi i baffi!

O forse no. Almeno questo è quanto ho dedotto dall’espressione di Elena dopo averla vista spazzolare un piatto di haggis, tatties and neeps anche a cena. O forse era l’importante odore di fritto che aleggiava nel pub a nausearla?

A ogni modo, tra una pie e una pinta di stout, un biscotto shortbread e una tazza di lapsang souchong (un tè deliziosamente affumicato: da provare!), io e la mia compare di avventure e degustazioni culinarie abbiamo deciso di allontanarci dalla Old Town di Edimburgo e da Edimburgo stessa per andare a esplorare un po’ le Lowlands scozzesi, le terre a sud, vicino al confine con l’Inghilterra. In mancanza di un’auto abbiamo dovuto aggregarci a un tour guidato e popolato prevalentemente da portoghesi con una concezione degli orari ancora più flessibile della nostra.

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Panorama sulle Lowlands scozzesi.

Il tour ci ha però permesso di dare un’occhiata alle verdi campagne scozzesi a sud di Edimburgo, e soprattutto di visitare la Rosslyn Chapel, una chiesetta del XV secolo che fino a pochi decenni fa versava in condizioni di degrado piuttosto tristi. Per sua fortuna, e per la fortuna del proprietario, il Conte di Rosslyn, la cappella ha svolto un ruolo nel Codice da Vinci di Dan Brown; con la trasposizione cinematografica del romanzo, la Rosslyn Chapel è stata catapultata dalla quasi totale indifferenza alla fama di nascondiglio del Sacro Graal, cosa che l’ha inevitabilmente resa una popolare meta turistica.

La chiesetta è ora completamente restaurata, munita di biglietteria con annesso café e piccolo visitors centre e corredata di gatto: William the Cat, il quale dispone del suo personalissimo merchandise acquistabile presso il negozietto in biglietteria. Devo dire che entrare nella Rosslyn Chapel dopo aver corso sotto la pioggerellina scozzese e sedersi su una panca accanto a un acciambellato e ronfante gattone nero coi baffi bianchi ha il suo fascino.

Una cosa bellissima della Rosslyn Chapel—come anche di altre chiese britanniche—è senza dubbio il senso dell’umorismo degli scalpellini che si sono occupati delle ricchissime decorazioni di soffitti, colonne e pareti. L’apprendista scalpellino scolpisce una colonna fighissima ed elaboratissima in assenza del maestro, il quale una volta tornato se ne risente quel tanto che basta da ucciderlo in una fitta d’ira? Ma allora bisogna assolutamente scolpire la faccia del maestro sulla parete opposta all’elaboratissima e bellissima colonna dell’apprendista, così che possa ammirarla per l’eternità; e già che si è all’opera, perché non scolpire anche la faccia del povero apprendista e quella della sua povera madre? British humor at its best.

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Le rovine di Melrose Abbey.

La tappa successiva alla Rosslyn Chapel era Melrose Abbey, monastero cistercense del XII secolo del quale sono rimaste solo alcune rovine e che per sua sfortuna non è riuscito a superare il casting per Il Codice da Vinci. Le rovine hanno un’aria affascinante, anche nella pioggerellina scozzese, ma per una volta il mio stomaco ha avuto la meglio e ha ceduto al richiamo del salmone fresco, che viene pescato proprio nel fiume che attraversa la cittadina di Melrose, il fiume Tweed. Si chiama davvero Tweed come il tessuto lanoso tipico della Scozia, non sto scherzando.

Prima di rientrare a Edimburgo, il tour prevedeva uno dei motivi per i quali io ed Elena l’avevamo scelto: una fermata con tanto di degustazione in una distilleria di whisky, la distilleria di Glenkinchie. Bastava l’odore di malto a frastornare—non perché fosse alcolico, ma per la sua prepotenza—però anche gli assaggi di whisky a fine tour non scherzavano, e sono stati apprezzati anche da una non esattamente amante del whisky come me. Ma dopo averne conosciuto i processi di lavorazione e averne seguito la storia è difficile dire di no a un assaggio, giusto?

La mattina del quinto giorno a Edimburgo mi alzavo con la netta sensazione di aver trasformato un viaggetto culturale in una specie di maratona all’insegna del cibo grasso e dell’alcol. Dopo aver salutato la mia compagna di viaggio, in partenza per il ritorno a casa, e dopo aver guardato un’ultima volta il Royal Mile, i grattacieli della Old Town e il profilo del Castello, ho salutato anche Edimburgo per prendere il treno. Ovviamente si trattava di un arrivederci, perché con Elena era già stato deciso praticamente alla prima pie e alla prima pinta di birra che sarebbe stato necessario tornare munite di auto per esplorare anche il nord della Scozia. Chissà com’è l’haggis nelle Highlands…

Ci avrei pensato in futuro, ora mia aspettava un treno per York.

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La distilleria di Glenkinchie.

Luoghi in cui ho mangiato e che mi sento di consigliare vivamente

  • Deacon’s House Café—per il cream tea, una tazza di tè o anche solo un biscotto shortbread; gli scones e la clotted cream sono strepitosi;
  • The Elephant House—per gli amanti di Harry Potter, ma anche per bere una tazza di tè con vista sul Greyfriars Kirkyard;
  • Southern Cross Café—per una colazione dei campioni a base di salmone affumicato e uova, o per una vera colazione scozzese (che io non ho avuto il coraggio di provare, magari la prossima volta);
  • The Abbotsford—per una birra, una pie, una bistecca o un bicchiere di whisky al pub.

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3 Commenti

  1. Ho assaggiato lo haggis una sola volta nella vita, durante un Natale passato a Parigi insieme a, tra gli altri, lo scozzese che ce lo ha preparato. Mai nella vita ho provato un maggior senso di repulsione e rigetto dopo solo un boccone, mentre gli altri (non italiani) lo gustavano appagati! 😀 Complimenti alla tua amica! 😀

    1. Io sono rimasta molto colpita dal mio stomaco che non solo non ha rigettato subito il primo boccone di haggis, ma l’ha pure gradito! Finché si è trattato di un paio di bocconi tutto bene comunque, dopo il terzo ha iniziato ad avere dei ripensamenti anche lui. La mia amica è diventata il mio eroe personale, però anche lei dopo il secondo haggis ha cominciato a cambiare idea…

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