Idee un po’ macabre per la decorazione d’interni

La mattina del mio quarto giorno a Roma mi sento cadere sulle spalle tutta la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Quindi dico no all’alzarsi presto e sì al restare a letto ancora un po’.

Colosseo, Roma
Ormai è tradizione cominciare gli articoli su Roma con una foto del Colosseo.

Quando finalmente decido di alzarmi, prepararmi con calma e uscire, mi accorgo che il cielo fuori dall’ostello non promette esattamente un’abbronzatura da paura. Ma io sono temeraria ed esco comunque totalmente priva di ombrello e scarpe adatte ad affrontare un eventuale acquazzone. Temerarietà o incoscienza? Più che altro assenza di ombrelli o scarpe nel mio trolley.

Il programma della giornata non è comunque fitto di impegni, stavolta ho davvero intenzione di prendermela comoda. Niente decine di chilometri da macinare, nessun ma è qui dietro. Oggi vado a vedere il Quartiere Coppedè e me lo visito con tutta la calma del mondo.

Almeno finché non si mette a piovere.

La visita al Quartiere Coppedè mi è stata consigliata da un’altra delle mie meravigliose amiche che conoscono bene Roma. Si tratta di una manciata di viuzze che di per sé non costituiscono un vero e proprio quartiere, ma sono parte del quartiere Trieste, un po’ a nord rispetto al centro storico. Ci arrivo con la metro (Policlinico) e il tram (il numero 3 in direzione Buenos Aires), dalla fermata del quale scorgo quasi subito l’ingresso al quartiere.

Quartiere Coppedè, Roma
L’ingresso al Quartiere Coppedè.

Perché lo si chiama Quartiere Coppedè anche se non è un quartiere? Perché il suo creatore, l’architetto Gino Coppedè, ha deciso di dare questo nome all’agglomerato di circa trentacinque edifici dall’architettura piuttosto bizzarra da lui progettati. Coppedè non è però riuscito a vedere la sua opera completata, visto che è morto prima del termine dei lavori, proseguiti da suo cognato Paolo Emilio André (giusto per tenere tutto in famiglia). Era l’inizio del ‘900.

L’ingresso al Quartiere Coppedè è un arco tra due palazzi. Lo riconosco subito, ho visto delle foto. Sotto l’arco è appeso un enorme lampadario in ferro battuto. Mi fermo a fare due foto e mi accorgo che il cielo dietro i palazzi comincia ad avere un colorino per niente simpatico. Ottimo.

Passo sotto l’arco e raggiungo una piazzetta, Piazza Mincio, con una fontana nel mezzo. Attorno alla fontana, auto parcheggiate come se quella non fosse una rotonda. Mi viene il dubbio: vuoi vedere che non è una rotonda?

Noto le auto perché mi rovinano la vista dei palazzi lì attorno, non per altro. Avevo visto delle foto, ma camminarci in mezzo è davvero come fare due passi sul set di uno strano film, o come passeggiare in una fiaba.

Quartiere Coppedè, Roma
Mica male.

Non sto a descrivere lo stile dei palazzi, non ho le basi di architettura per farlo. Non posso neanche descrivere la mia incalcolabile invidia nei confronti delle persone che hanno la fortuna di abitare tra quelle pareti. Ogni edificio è diverso dagli altri, per una cosa o per l’altra, ma sono tutti bellissimi e stranissimi. Davanti al Villino delle Fate la punta d’invidia che sento fa quasi male, tanto mi piacerebbe poter vivere lì.

Ammirando e invidiando, mi rendo conto solo marginalmente del vento che comincia ad alzarsi. Il cielo è sempre più grigio e antipatico, e mi sembra di sentire tuoni in lontananza, ma sicuramente mi sbaglio. O no?

Villino delle Fate, Quartiere Coppedè, Roma
Il Villino delle Fate.

Passeggio fino a quando non ho la netta sensazione di trovarmi in uno dei film che Dario Argento ha girato qui (e che io non ho visto, ma l’ho letto su Wikipedia; però conosco il genere, e tutto questo calo di luce e aumento di aria e foglie secche svolazzanti è un’ambientazione perfetta). Dopodiché faccio dietrofront e torno verso la fermata del tram. In cielo si comincia a scorgere qualche lampo. Va sempre meglio.

Il lampadario in ferro battuto all’ingresso del quartiere si scuote sopra la mia testa come se non ci fosse un domani. In strada comincio a sentire le prime gocce di pioggia. A pochi metri dalla fermata del tram una folata di vento particolarmente sadica mi butta in faccia tutto lo schifo che c’è sul marciapiede davanti a me. Metà della polvere della zona finisce nei miei occhi, per la gioia delle mie lenti a contatto. Sto ancora cercando di capire come attraversare la strada a occhi chiusi e lacrimanti quando le nuvole cominciano a riversarmi addosso una quantità d’acqua che la metà basterebbe, grazie.

Quando salgo finalmente sul tram, dieci (se non di più) lunghissimi minuti dopo, si sta ancora scatenando l’inferno, ma il peggio sembra essere passato. Non prima di avermi inzuppata che neanche se mi fossi lanciata in piscina vestita. Un signore sul tram fa molto il simpatico: “Signorina, piove?”. Due gocce due, guardi. Di bel tempo.

Torno in ostello prendendo la metro e sperando che non sia già allagata (giusto ieri sera dei miei amici romani mi hanno raccontato di come le bombe d’acqua, così le si chiama, allaghino in media il 50% delle stazioni della metropolitana; gioia). Ovviamente ora che arrivo in ostello ha già smesso di piovere; ma io sono talmente zuppa e infreddolita che il mio piano per buona parte di quello che resta della giornata comprende due cose: doccia e letto.

Harry Potter and the Philosopher's/Sorcerer's Stone
Signore e signori, Harry Potter e la Pietra Filosofale nelle due lingue principali: inglese americano (a sinistra) e inglese britannico (a destra). Perché?

Nel pomeriggio, dopo aver poltrito per una soddisfacente quantità di tempo, faccio un giro per le librerie nei dintorni di Termini, dopodiché vado in stazione a prendere il treno per Frascati, dove mi vedrò con una coppia di amici conosciuti a Sydney.

Arrivo in stazione con il giusto anticipo, compro il biglietto e mi incammino verso il binario segnato sul tabellone delle partenze, il 18. Cammino. Binario 15, binario 16, binario 17, binario 19. Un momento. Binario 15, 16, 17, 19. No, devo essermelo perso, com’è che su questa banchina ci sia il binario 17 da un lato e il 19 dall’altro? E che in mezzo ci sia solo un muro? Aspetta un attimo.

Non c’è dubbio: devo attraversare il muro, come a King’s Cross per raggiungere il binario 9 e 3/4! No?

No. C’è infatti un cartello che indica: Binario 18 a 400 metri. Raggiungo il treno in tempo per la partenza, ma resto convinta di essere diretta a Hogwarts.

Arrivo invece a Frascati, dove scopro una cittadina molto viva, piena di gente che passeggia per le strade e si trova per la sera. La vista sulla pianura al tramonto è davvero bella, e mi perdo a fissare l’orizzonte per un bel po’ di tempo prima che i miei amici mi raggiungano e si dia inizio al momento revival.

Tramonto, Frascati
Tramonto a Frascati.

Il giorno dopo è il giorno buono per andare a visitare il Convento dei Cappuccini dal quale sono stata rimbalzata qualche giorno fa per via dei miei pantaloni troppo corti. Stavolta mi sono attrezzata e mi sono messa dei pantaloni lunghi, quindi tra quelli e il maglione sono coperta dal collo alle caviglie. Inutile dire che una volta dentro il museo trovo ragazze più svestite di com’ero io quando mi sono presentata qui la prima volta, ma vabè.

Il Convento dei Cappuccini si trova a due passi dalla fermata Barberini della linea A della metro, e accanto alla chiesa di Santa Maria Immacolata. Per entrare si paga un biglietto di €8.50, che comprende un bel museo sulla storia del convento e sull’ordine dei Cappuccini e la visita alla famosa cripta.

Il museo è interessante, ma la cripta è assolutamente unica. Dopo aver visitato il Cimitero delle Fontanelle di Napoli, una grotta piena di teschi e ossa umane, pensavo che una cripta decorata con scheletri umani non potesse impressionarmi più di tanto. Quanto mi sbagliavo.

La cripta è composta da sei cappelle decorate con le ossa di circa 4000 frati Cappuccini. Non si sa con precisione quando la cripta è stata decorata così, ma si pensa sia accaduto nel XIX secolo. Il tutto potrebbe sembrare macabro, ma la sorpresa iniziale viene subito rimpiazzata da ammirazione per la maestria con la quale tutte quelle ossa sono state posizionate in modo da creare disegni e decorazioni su ogni singola parete. Ci sono scheletri interi, alcuni vestiti da Cappuccini, e migliaia e migliaia di vertebre, costole, scapole, teschi, femori, tibie. Dopo qualche minuto di contemplazione smetto di vedere ossa: sono elementi decorativi, parti di disegni più grandi e bellissimi.

Nella prima delle sei cappelle c’è una placca sul pavimento:

Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete.

Leggermente angosciante, ma rende l’idea.

Putroppo non mi è permesso scattare fotografie, ma penso che mi sarà difficile dimenticare quelle stanze. Per farsi un’idea: c’è qualche foto nella pagina Wikipedia in italiano, ma anche in quella in inglese; basta altrimenti fare una ricerca per immagini su Google).

Fontana di Trevi, Roma
La gente alla Fontana di Trevi.

Dopo la visita alla cripta mi trovo di fronte a una scelta: devo incontrarmi per pranzo con degli amici in zona Musei Vaticani, però è presto per prendere la metro ora. Facciamo due passi? La Fontana di Trevi è qua dietro e ancora non ci sono passata. E poi non sono ancora stata a Campo de’ Fiori, e tanto ho tempo, andamoci a piedi. Una volta a Campo de’ Fiori: prendo il bus per andare a San Pietro? Google Maps dice che in bus ci metto 25 minuti, mentre a piedi solo dieci minuti in più. Ho davvero voglia di fare un altro viaggio inscatolata come una sardina? No, grazie. E a piedi sia. Morale: ancora una volta, chilometri e chilometri sotto il sole. Ma Roma è talmente bella che quasi non te ne accorgi.

Dopo pranzo decido di fare un giretto veloce in zona Colosseo, giusto per salutarlo prima di tornare a casa, e poi mi viene in mente di andare a Rebibbia a vedere il murales di Zerocalcare (sappiamo tutti chi è, vero?), quello con il mammut: prendo la metro, vado al capolinea, esco dalla stazione, scatto qualche foto al murales, rientro in stazione, torno in centro giusto in tempo per recuperare il trolley dall’ostello e andare a prendere il treno per Milano.

Murales di Zerocalcare, Rebibbia, Roma
Welcome to Rebibbia.

Si torna a casa! E a quanto pare tutti i passeggeri sulla mia carrozza non vedevano l’ora di tornare a Milano, visto che si alzano in piedi e cominciano ad accalcarsi all’uscita quando siamo ancora a Milano Rogoredo, quindi a una decina di minuti da Centrale. Mistero della folla.

Io me ne sto tranquilla nel mio sedile e guardo fuori. Milano mi piace. Anche Roma mi piace. È unica al mondo, non c’è niente di simile. Però non ci vivrei mai. In questi giorni mi sono ritrovata spesso a paragonarla a Milano, sentendomi una vera Milanese Imbruttita (che non sono, visto che neanche sono di Milano). Non ha senso paragonare le due città, sono molto diverse. Però una cosa è certa: a Milano ci vivrei (e ci ho vissuto), mentre a Roma no. Roma sembra in mano ai turisti. A Milano (per ovvi motivi) di turisti ce n’è considerevolmente meno, con il risultato che si trovano molti più milanesi che si godono la città e se la vivono. A Roma non ho incrociato molti romani in centro; certo, le ferie: sono tutti via.

Rimugino tutto questo mentre prendo la metro milanese e apprezzo la sua aria condizionata funzionante. Certo però che a questa metro manca una cosa: la voce entustiasta della metro di Roma!

Prossima fermata: Colosseo. Uscita lato… destro!


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