A tu per tu coi quokka

La volta che ho largamente sopravvalutato la mia forma fisica e sottovalutato la grandezza di un’isola ero a Rottnest Island, nel Western Australia.

Costa e passeggiata a Rottnest Island, WA
Non che mi lamenti dell’isola.

Il Western Australia occupa la parte occidentale dell’Australia. Naturalmente. Un paio di dati utili direttamente da Wikipedia: il WA è grande un terzo dell’intera Australia ma è abitato da appena l’11% della popolazione Aussie. L’unica grande città è Perth, che è tipo una delle metropoli più isolate del globo.

Rottnest Island si trova proprio di fronte a Perth, a pochi chilometri, ed è infatti facilmente raggiungibile dalla terraferma tramite il battello da Freemantle. L’isola è grande 19 km quadrati e ha solo un centinaio di abitanti fissi, ma è visitata ogni anno da migliaia di turisti.

Il mezzo di trasporto più diffuso su Rottnest Island è la bicicletta. Ci sono degli autobus e mi pare di aver visto una linea ferroviaria (un po’ scalcagnata, quindi probabilmente in disuso; anche perché nemmeno il sito ufficiale dell’isola ne parla), ma la maggior parte delle persone si muove in bici. Soprattutto i turisti: esistono diversi dealspacchetti che comprendono il biglietto del battello e il noleggio bici, proprio per invogliare chiunque visiti l’isola a esplorarla su due ruote.

Mappa di Rottnest Island
Giuro che 19 km quadrati sono TANTI.

Io ho fatto esattamente così, ho prenotato battello e bicicletta assieme e mi sono sentita pronta per l’avventura. Armata di mappa, ho inforcato la mia bici e sono partita alla scoperta di quell’isola (apparentemente) selvaggia. Non ero nemmeno arrivata al primo promontorio e già cominciavo a dare segni di cedimento.

Facciamo una premessa: non ero del tutto allenata. Sì, ok, durante il mio mese ad Adelaide avevo sfruttato diverse volte il servizio di noleggio gratuito di bici per farmi qualche giretto, ma Adelaide è piatta come una tavola. Rottnest Island, nonostante sia una lingua di arenaria che si è staccata dalla costa del Western Australia praticamente l’altro ieri, vanta almeno un paio di alture con conseguenti strade in salita, e vi assicuro che non sono esattamente pendenze da rampa che sale sul marciapiede.

Oltre a questo, il mio biglietto di ritorno era per il battello delle 16, che era anche l’ultimo della giornata. Se lo perdevo ero spacciata.

La mia piccola ansia da ‘riuscirò a fare il giro di tutta l’isola entro l’orario prestabilito?’ è però sorta solo dopo aver percorso più o meno metà tragitto. Ho infatti pedalato lungo tutta la costa sud dell’isola con una certa calma. Arrancando, ma con calma. Ho pure trovato il tempo di perdermi un paio di volte (convinta di imboccare scorciatoie e finendo di fronte a edifici abbandonati perfetti come luoghi di delitti efferati) e di fare una sosta in praticamente ogni posto anche solo vagamente panoramico. Cioè ogni venti metri.

L’isola di per sé è magnifica. All’inizio del mio giro condividevo la strada con molti altri ciclisti, ma man mano che si pedalava ci si perdeva inevitabilmente di vista, finché non mi sono ritrovata sola in mezzo all’unica strada, un paesaggio verde e collinare (per rimarcare il fatto che c’erano svariate salite) a destra e la costa a sinistra. Il rumore della natura era rotto solo da quello delle ruote della bici sull’asfalto e da quello che faceva la mia gola mentre arrancavo.

Strada a Rottnest Island
Le svariate salite di cui parlo sono ovviamente tutte alle mie spalle.

Onestamente non pensavo che mi sarebbe piaciuto così tanto. Non l’isola in sé, di quella avevo visto qualche foto ed ero sicura che mi avrebbe entusiasmata. Parlo del girarla in bici da sola. Pensavo che avrei sentito il bisogno di commentare ogni panorama con qualcuno, che mi sarei annoiata a pedalare per i fatti miei senza poter chiacchierare. A parte che non sarei riuscita a chiacchierare granché mentre pedalavo. E a parte che in effetti ogni tanto qualche commento con turisti random lo scambiavo.

Però davvero, non pensavo che pedalare in mezzo al nulla, con tutto quel paesaggio attorno, mi sarebbe piaciuto così tanto.

Dopo aver percorso con tranquillità la costa sud dell’isola sono arrivata al promontorio che si trova sull’estremità ovest. Dando un’occhiata alla mappa e un’altra all’orologio ho cominciato ad avvertire la famosa punta d’ansia. Ero più o meno a metà strada ma mi restavano poche ore per tornare al porto: c’era la necessità di tagliare qualche sosta panoramica.

Consapevole del tempo che scorreva, mi sono fermata per mangiare. Sul ciglio della strada ho trovato un piccolo monumento dedicato a non ricordo bene cosa, e dietro, nascosto nella boscaglia, l’inizio di un sentiero. Ho lasciato la bici al monumento e mi sono addentrata nei due metri di bosco che mi separavano dalla costa e da un fantastico balconcino con vista mozzafiato sulla spiaggia. C’era pure un tavolo in sasso. Era praticamente un invito a consumare lì il lauto pasto che mi ero preparata in ostello quella mattina: tramezzini.

Ero tipo a metà del mio pranzo, assorta nella contemplazione del paesaggio e nei miei pensieri circa una cena a base di qualcosa di buono, una volta tanto, quando un rumore sospetto alle mie spalle mi ha quasi fatto andare il pancarré di traverso. Chi mi spiava?

Quokka a Rottnest Island, WA
Lui.

Un quokka, naturalmente.

Praticamente una nutria col marsupio, il quokka è tipico del Western Australia, in particolar modo di Rottnest Island. Si materializza non appena sente rumore/odore/sentore di cibo facile ed è noto per essere la creatura più fotogenica del regno animale.

I quokka che mi sono ritrovata davanti erano naturalmente a caccia di cibo, non di selfie. Ma io avevo letto bene la guida di Rottnest Island e sapevo che non era una buona idea dare da mangiare ai quokka, dal momento che il loro stomaco non è fatto per digerire le stesse cose che mangiamo noi (il lievito del pane, per esempio). Quindi, onde evitare di procurare mal di pancia a una famiglia di nutrie australiane, ho tenuto duro e non ho sganciato neanche una briciola di tramezzino.

A un certo punto ho dovuto però abbandonare il balconcino, il panorama e i simpaticissimi quokka (che non mi hanno mollata neanche a piangere, convinti che prima o poi avrei ceduto e li avrei sfamati; illusi). Sono tornata alla bici e mi sono rimessa in marcia.

Scale e spiaggia a Rottnest Island, WA
Il richiamo della natura.

In fondo al promontorio che si trova all’estremità ovest di Rottnest Island c’era un panorama favoloso. Ma la mia ansia di non farcela in tempo per l’ultimo battello si faceva sentire, e non mi sono fermata più del necessario ad ammirare l’oceano e le sue onde che si infrangevano sugli scogli (poesia!).

Il ritorno è stato abbastanza massacrante, perché non mi sono fermata quasi mai e soprattutto perché ho pedalato come una dannata, cosa della quale le mie gambe non sono state particolarmente felici. Tra una pedalata e l’altra ho però trovato il tempo di ammirare il panorama, scambiare qualche chiacchiera con ciclisti di passaggio e dare il mio insostituibile contributo allo sterminio della fauna locale. Un numero spropositato di serpenti neri che prendevano il sole sulla strada era evidentemente in attesa di ruote sotto le quali gettarsi; io rallentavo, deviavo, inchiodavo: era tutto inutile.

Alla fine sono riuscita ad arrivare al porto ben un’ora prima della partenza del mio battello, quindi le cose erano due: o ero Flash e non lo sapevo, o avevo calcolato male i tempi. Dato che, oltre ad aver sottovalutato il mio livello di allenamento, avevo anche portato meno acqua di quanta ne avrei voluta bere, è molto probabile che la mia incapacità matematica mi avesse portata anche a calcolare male i tempi di percorso.

Scala e faro di Rottnest Island, WA
Uno dei due fari.

L’ultima tratta del giro è stata comunque emozionante, nonostante tutto: io, la bici, la borraccia vuota, le mie gambe che mi insultavano, il nulla, e nel nulla i laghi salati che si trovano nell’entroterra di Rottnest Island. Un’esperienza catartica in pratica.

Prima di imbarcarmi per tornare sulla terraferma ho avuto modo di constatare che i quokka erano talmente ovunque e talmente morti di fame e aspiranti ciccioni da popolare anche il centro del paesino del porto alla ricerca di cibo. Oh, e sono anche andata a vedere uno dei due fari.

Dopodiché mi sono imbarcata e sono tornata in ostello, dove ho continuato la mia opera di sterminio della fauna locale infierendo sullo scarafaggio trovato in cucina.

La morale di questa storia è semplice: se ti capita un quokka sotto mano, evita di cibarlo e fatti un irresistibile selfie con lui! Io non l’ho fatto e mi mangio ancora le mani.


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