Riferimenti letterari come se piovesse

Il mattino del mio quinto giorno a Plymouth mi sveglio con la pioggia, ma nemmeno le condizioni atmosferiche avverse mi distolgono dal mio intento di prendere il treno per percorrere la Tamar Valley Line.

Calstock Viaduct, Cornovaglia
Il Calstock Viaduct: sull’altro lato del River Tamar c’è il Devon, su questo lato la Cornovaglia.

La Tamar Valley Line è una linea ferroviaria che collega Plymouth, nel Devon, a Gunnislake, in Cornovaglia. Segue il corso del fiume Tamar per la maggior parte del viaggio, arrivando ad attraversarlo appena prima della fermata di Calstock.

Ed è proprio a Calstock che sono diretta, dove l’intenzione sarebbe di fare una passeggiata, tempo permettendo, e magari visitare tale Cotehele House, un’abitazione medievale che è anche in stile Tudor, giusto per non farsi mancare nulla.

Cotehele House, Cornovaglia
Cotehele House.

Prendo il treno dalla stazione di Plymouth dopo aver acquistato un biglietto andata e ritorno per Gunnislake al modico prezzo di £5.60. Il biglietto è di tipo Off-Peak, quindi non potrò utilizzarlo in quei momenti della giornata in cui il treno è più pieno. Oltre a questo, pare che sia possibile scendere e risalire a piacimento utilizzando lo stesso biglietto (hop off, hop on). Cosa che magari è comune anche in Italia, ma non ho mai avuto l’occasione di verificarlo.

Il treno ha due carrozze e secondo Wikipedia non è elettrificato ma va a diesel. Ma io non ci faccio caso perché tra due carrozze sono salita su quella scelta anche da una classe di pre-school (la nostra scuola materna). I bambini sono accompagnati da un nutrito gruppo di insegnanti e indossano dei gilet ad alta visibilità talmente gialli da essere quasi dolorosi e talmente abbondanti da coprirli quasi del tutto. Noto una cosa: i bambini biondi da queste parti hanno i capelli quasi bianchi.

Tamar Valley Line, Devon
Nel frattempo, la vista fuori dal finestrino è questa.

Il treno parte in orario e si lascia presto Plymouth alle spalle, cominciando a costeggiare la baia. Più ci si allontana dalla città e più il verde è protagonista del panorama che c’è fuori dal finestrino. I bambini della pre-school sono adorabilmente tranquilli.

Inizialmente l’idea era di seguire il Tamar Valley Line Ale Rail Trail, ovvero: prendere il treno e scendere a ogni fermata per assaggiare la birra locale in uno dei pub indicati dalla guida e raccogliere un timbro per ognuno di essi; al raggiungimento di dieci timbri si vince una maglietta! L’idea è epica perché comprende la birra, naturalmente, ma dal momento che mi trovo a fare questo percorso da sola ho il timore che da Ale Rail Trail diventi un po’ troppo Alcolizzata Rail Trail, quindi decido di rimandare a un’altra volta.

Calstock Viaduct e River Tamar, Cornovaglia
Panorama.

Calstock è la penultima fermata, ma è anche la prima a trovarsi in Cornovaglia. Il treno, attraversando il fiume Tamar, attraversa infatti anche il confine tra le due contee. Per farlo si arrampica su un ponte che personalmente non vedo l’ora di vedere perché mi ricorda un sacco quello che nei film di Harry Potter viene attraversato dall’Hogwarts Express. Sì, sono nel Regno Unito e non faccio che pensare a Harry Potter e al Signore degli Anelli. E al cibo.

Quando però scendo dal treno a Calstock e lascio la stazione per raggiungere la strada, mi ricordo di essermi dimenticata di fare caso al ponte. Non che avessi potuto vedere molto: è largo abbastanza da far passare un trenino.

Cortile di Cotehele House, Cornovaglia
Il cortile. Il glicine.

Ho però modo di ammirare il Calstock Viaduct (così si chiama il ponte) in tutta la sua bellezza e arcosità sulla strada verso Cotehele House. Mi perdo un paio di volte ma dopo qualche tentativo riesco a mettermi sulla via giusta e costeggio il fiume per un bel po’, senza scollare gli occhi dal bellissimo panorama.

Sono fortunata: il cielo ha deciso di aprirsi e il sole splende. Ed è maledettamente caldo.

Quando il fiume curva e la strada si perde tra casette che si perdono nella vegetazione, una signora alla quale chiedo informazioni mi indica un sentiero nel bosco che a detta sua è a bit uphill, but a nice walk. Io e la signora abbiamo due idee diverse del concetto di a bit uphill. O forse sono meno giovane e sportiva di quanto creda. Ma non sto pensando a questo mentre raggiungo Cotehele House: sono troppo occupata a risparmiare il fiato e ad attivare ogni angolo del mio naso per capire bene da dove viene quel delizioso profumo di pie che posso sentire nell’aria. Sì, ancora cibo.

Cotehele House Hall, Cornovaglia
A ripensarci, ci starebbe bene anche una puntata di Game of Thrones.

Scopro comunque che Cotehele House si trova in cima a una collinetta (che tanto collinetta non è, precisiamolo per il bene della mia reputazione), che è circondata da un giardino, che ha un ristorante, che è gestita dal National Trust (organizzazione dedicata a preservare il retaggio culturale di una particolare regione) e che tale National Trust chiede la straripante bellezza di £11.00 per visitarla.

Mi convinco che sia una cifra ragionevole, rifiuto le offerte della signora alla cassa di fare il season pass annuale ai siti del National Trust e acquisto un biglietto che mi permette di girare liberamente sia per le stanze della casa che per il suo giardino. Covo la folle speranza di trovare, nel suddetto giardino, una porticina nascosta in una siepe e un giardino segreto nascosto dietro di essa. Sorprendentemente, per una volta non si tratta né di Harry Potter, nè del Signore degli Anelli. Né di cibo.

Cotehele House era una della case di famiglia degli Edgcumbe, una grossa e importante famiglia della zona, piena di Sir e, dal 1700 in poi, anche piena di Baroni e Conti. Non sono esattamente un’esperta di titoli nobiliari inglesi, ma a giudicare da Cotehele House oserei dire che la famiglia Edgcumbe non se la passava troppo male. Dopo essere passata di generazione in generazione e dopo aver mantenuto attraverso i secoli il suo stile Tudor, la casa è ora gestita dal National Trust, appunto.

Arazzo, Cotehele House, Cornovaglia
Il simpatico gioco chiamato Fart in the Face. Serve la traduzione?

Non so bene cosa aspettarmi da questa visita, quindi resto piacevolmente sorpresa dal cortile e dal bellissimo glicine che ricopre la parete della porta d’ingresso. La prima sala che visito, la hall, è il salone dove la famiglia mangiava: ha l’aria un po’ medievale, con tutti quei trofei di caccia appesi alle pareti e quel soffitto con le travi a vista. Quasi vedo Sir Ector, il patrigno di Semola nel film Disney La Spada nella Roccia, intento a mangiare cosce di pollo a un lato del lungo tavolo accanto al gigantesco camino.

Non ci sono guide turistiche vere e proprie, solo una squadra di volontari, uno o due per ogni stanza, del tutto disponibili a rispondere a qualsiasi domanda. Oltre a loro, nella hall c’è un tavolino colmo di schede illustrative e quaderni con percorsi suggeriti. Ne prendo uno e comincio una visita auto-guidata a tema arazzi.

Nonostante la cucina mi dia la vaga impressione di trovarmi in una puntata di Downton Abbey, scopro subito che la casa ha l’aria più di un castello che di una reggia di inizio ‘900. Naturalmente: i primi lavori di costruzione sembrano risalire al 1300. Le stanze che visito sono piccine e scure, e i colori cupi di certi arazzi non aiutano granché a rendere l’ambiente meno pesante e oppressivo. Si tratta comunque di un giro interessante, se non altro per il senso dell’umorismo di certi arazzi o di chi li ha tagliati per lasciare spazio a porte e porticine.

Giardino di Cotehele House, Cornovaglia
No, non è quello che speravo che fosse.

Quando esco sono ben contenta di tornare alla luce del sole, anche se il tempo non sembra essersi del tutto convinto sull’essere totalmente sereno. Perdo circa dieci minuti a cercare di fare una foto decente alla parete ricoperta di glicine del cortile, perché le persone evidentemente non capiscono che preferirei non includerle nella foto e non fanno che passeggiare fastidiosamente davanti all’obbiettivo. Mi sento molto nella metro di Milano, quando hai fretta perché il tuo treno sta per partire e la gente decide di passeggiare sulle scale mobili.

Lasciandomi la casa alle spalle mi addentro nel giardino, dove ho modo di ammirare angolini idilliaci e piante in fiore. Mi siedo cinque minuti nel frutteto, su una panchina circondata da ciliegi in fiore (o erano peschi?), e mi sento molto Mulan. Non trovo però un solo straccio di porticina nascosta con conseguente giardino segreto, quindi me ne vado piuttosto delusa.

Scendo verso il quay (sì, ancora lui), dove trovo una piccola tea room dove sarebbe veramente delizioso mangiare degli scones con burro e marmellata e una tazza di tè. La mia fame però reclama qualcosa di più sostanzioso, quindi faccio sparire un panino al salmone affumicato e prometto al mio stomaco che gli scones sono solo rimandati alla prossima fermata: Gunnislake.

Calstock Viaduct, Cornovaglia
Il Calstock Viaduct visto da sopra.

Gunnislake è il capolinea. Non so bene cosa ci sia: il sito dedicato alla Tamar Valley Line quando parla di questa cittadina suggerisce una bella passeggiata di tre miglia per tornare a Calstock. Questo dovrebbe farmi capire che a Gunnislake non deve esserci molto, o almeno farmi venire qualche dubbio su quanto valga effettivamente la pena andarci.

Prima cosa che scopro dopo essere scesa dal treno: la stazione di Gunnislake non è a Gunnislake. Si trova infatti a Drakewalls, il paesino accanto. Io però mi sono messa in testa che devo andare a Gunnislake a mangiare scones e tè inglese, quindi rido in faccia al mezzo miglio segnato sul cartello che indica la direzione e mi incammino.

Seconda cosa che scopro dopo essere scesa dal treno: mezzo miglio è un po’ più di mezzo chilometro. Per la precisione sono circa 800 metri, ma secondo me il cartello mentiva e la distanza tra Gunnislake e Drakewalls è di almeno un miglio e qualcosa. O forse è la mia somma delusione nello scoprire che a Gunnislake non c’è niente che fa sembrare la strada percorsa ancora più lunga e inutile.

Sarà il giorno infrasettimanale, sarà l’ora pomeridiana: Gunislake ha tutta l’aria di essere una cittadina deserta. Due strade, due (credo) inn un po’ depressi, un ufficio postale, una fermata del bus e un semaforo. Auto che passano ce ne sono, ma a fermarsi nessuno. E io che vago alla disperata ricerca di scones e tè inglese.

Stazione di Gunnislake, Cornovaglia
La stazione di Gunnislake che però non si trova a Gunnislake. Bugiardi.

Il mio stomaco non si rassegna, quindi torno a Drakewalls, che però sembra ancora più piccola di Gunnislake. Ripiego su un tubo piccolo di Pringles, un Kinder Bueno e una bottiglietta d’acqua recuperati al piccolo store del benzinaio e torno in stazione, dove mi siedo sulla solitaria panchina accanto al binario e aspetto il primo treno per Plymouth.

Il ritorno verso la città è comunque molto piacevole, perché il sole ha finalmente deciso di farsi largo tra le nuvole e dipinge di un verde assurdo la campagna fuori dal finestrino del treno. Tornare a Plymouth sa un po’ di grigio, dopo tutta quella rigogliosità di verdura, ma poter sprofondare in una poltrona e riposare piedi e gambe non ha veramente prezzo.

Il giorno dopo mi alzo all’alba per prendere il bus diretto all’aeroporto di Bristol. Il mio soggiorno a Plymouth volge al termine, ma il Regno Unito sembra non volermi lasciare andare (not yet!), visto che il mio volo per Bergamo continua ad accumulare ritardo. Ne risulta una lunga permanenza sui divanetti più comodi delle partenze, rigorosamente in prossimità di una connessione Wi-Fi gratis. Molti voli sono in ritardo, quindi molta gente sbuffa davanti agli schermi delle partenze e scatta non appena vede apparire le informazioni sul gate.

Brochure, cartoline e mappe
I miei tentativi falliti di foto degne di Instagram.

Quando arrivo a Bergamo piove. Che bello.

Momento conclusione.

Cosa ho imparato da questo viaggio?

  1. Che mai e poi mai potrò mimetizzarmi decentemente tra gli inglesi, in quanto sarò sempre riconoscibile dai tre stati di vestiti in più.
  2. Che le Cornish Pasties sono buone ma una ogni qualche mese è più che sufficiente.
  3. Che controllare approfonditamente gli orari dei bus prima di mettersi in strada è cosa buona e giusta.
  4. Che pure il Frustacani aveva un lavoro e magari sarebbe anche andato in pensione.
  5. Che vivo meno in mezzo al nulla di quello che pensavo.
  6. Che ho scelto un itinerario da ultrasessantenni, vista l’età media delle persone che ho incrociato sulla mia strada.
  7. Che forse la barbabietola non è troppo malvagia.
  8. Che Il Mastino dei Baskerville è ambientato a Dartmoor.
  9. Che la mia dipendenza dalla connessione a Internet è patologica e che scrivere interi post di blog dal cellulare è massacrante per i miei poveri pollici.
  10. Che se non fosse stato per l’indispensabile amico (grazie Luca!) che mi ha ospitata, difficilmente sarei finita a Plymouth e in tutti i bellissimi posti che ho avuto l’occasione di vedere.

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