Tifoni taoisti

La volta che mi sono ritrovata nella coda di un tifone (che culo!) ero in Cina e stavo cercando di combattere il caldo a colpi di tè verde rovente.

Lago di Xihu, Zhengzhou
Sulle rive del Lago dell’Ovest.

A sud di Shanghai c’è la provincia del Zhejiang, il cui capoluogo, Hangzhou, è famoso in Cina come meta per vacanze rilassanti e relativamente immerse nel verde. Calcolando che i cinesi che vivono in città generalmente non possono dire di aver mai visto il cielo azzurro, il fatto che ad Hangzhou ogni tanto si scorga qualcosa oltre la coltre di smog è segno di immersione nel verde e contatto con la natura. Poi certo, la natura la si vede appena fuori città, però c’è ed è abbastanza verde.

Mi trovavo ad Hangzhou non in vacanza, ahimè, ma per un corso di lingua e cultura cinesi presso la Zhejiang Daxue, l’Università del Zhejiang. Assieme a buona parte della mia classe di cinese dell’Università (italiana); quindi ok, era una vacanza studio. Una specie di Erasmus compresso in un mese. Allo scadere dei trenta giorni avevo accumulato talmente tante ore di sonno arretrato da poter dormire una settimana.

Tempio taoista, Hangzhou
Al tempio taoista di Baopu.

Era luglio. Luglio nel sud della Cina significa solitamente caldo afoso con possibilità di scioglimento, almeno nelle città. Un po’ è il clima continentale/tropicale/assassino, un po’ è la cappa di smog che copre i grossi centri abitati e impedisce all’aria di circolare. Fatto sta che uscire dall’aeroporto di Shanghai dopo aver attraversato l’Asia è un po’ come entrare in un bagno turco, con la differenza che i pori della pelle invece di liberarsi si ostruiscono. È catartico non riuscire a respirare perché ci si deve abituare all’umidità.

Hangzhou è una bella città, che era piaciua tanto anche a Marco Polo, che l’aveva addirittura soprannominata la Venezia dell’Est. Appena fuori dal centro cittadino c’è il Lago dell’Ovest, Xi Hu, attorno al quale si affacciano parchi, passeggiate, musei e giardini. In mezzo al lago ci sono tre lanterne in pietra che sono addirittura finite sul retro della banconota da 1 yuan (davanti c’è il faccione sorridente di Mao). Le lanterne vengono accese di sera per dare l’illusione di tre lune che si specchiano nel lago.

Hangzhou è famosa per la lavorazione della seta e per la produzione di un tipo pregiato di tè verde chiamato Longjin. Viene coltivato nelle verdissime valli attorno alla città ed esportato in tutta la Cina e all’estero. Sa di spinaci e prezzemolo ma è molto dissetante. È più buono se bevuto in loco; sarà l’atmosfera.

Porta tonda e Dao, Hangzhou
Per la Via, di qua.

Appena fuori dalla città ci sono due complessi di templi: uno è buddhista, l’altro taoista. Sono bellissimi e diversi tra loro. Il giorno del tifone io e i miei compagni di avventure stavamo visitando il tempio taoista di Baopu.

Dal momento che i taoisti sono sempre stati un po’ strani (capelloni, indovini, alchimisti, occasionali bevitori di mercurio), i loro templi si trovano generalmente un po’ fuori mano. Quello di Hangzhou è in cima a una collina. Passeggiata molto piacevole, piena di scalini in mezzo ai boschi; ma con un’umidità dell’85% risulta faticoso pure salire sul marciapiede, figuriamoci scalare una piccola montagna.

Lo scopo del tempio non è comunque quello di stare nascosto e mimetizzato, altrimenti non l’avrebbero interamente dipinto di giallo canarino. Stiloso, no?

Il tempio taoista di Baopu resta fuori dal casino e dal rumore della città ed è immerso nella pace. Fuori sarà pure giallo canarino, ma anche dentro non scherza in fatto di colori. La prima cosa che ho pensato di fronte a tutto quell’arcobaleno di accostamenti è stata: “Quanto è kitsch.”

In realtà, una volta superato l’abbaglio iniziale, si riesce a gustare fino in fondo l’atmosfera vivace del posto. Soprattutto se nel mentre sorseggiamo una bella tazzona fumante di tè verde.

Tempio taoista di Baopu, Hangzhou.
Una cosa sobria.

Eravamo proprio sulla terrazza del tempio a bere la nostra dose giornaliera di Longjin, una classe di studenti italiani aspiranti sinologi col loro professore lanciatissimo nel pieno di una lezione sulla storia millenaria del Taoismo, la città di Hangzhou ai nostri piedi e la cappa di smog sulle nostre teste, quando la signora che ci aveva servito il tè ci ha consigliato senza troppi convenevoli di levare le tende. Indicava la cappa di smog, che effettivamente era molto più nera e minacciosa del solito. A ben pensarci potevano essere nuvoloni.

Abbiamo quindi finito il tè (sacrificando le nostre papille gustative, brutalmente bruciate dai troppi gradi dell’acqua) e ci siamo affrettati a uscire dal tempio.

Ricorderò sempre il rumore del portone del tempio che si chiudeva alle nostre spalle. Molto finale. Non preannunciava nulla di buono.

Il tempio taoista di Baopu ad Hangzhou.
Giallo, molto giallo.

Ci eravamo infatti appena incamminati sul sentiero per scendere dalla collina quando il cielo sopra le nostre teste si è aperto tutto d’un botto e ha preso a scaricare secchiate di pioggia a profusione. Persino nel folto della boscaglia non c’era scampo dall’acquazzone, talmente fitto da inzupparci nell’arco di pochi minuti.

Il tempo di scendere dalla collina (rischiando le caviglie e la vita sugli occasionali gradini scivolosi) e ci si poteva strizzare. In strada l’acqua mi arrivava alle ginocchia, ma i servizi pubblici funzionavano lo stesso! E così funzionava (fin troppo bene direi) pure l’aria condizionata sul bus che abbiamo preso per tornare al campus dell’Università dove alloggiavamo.

Quella specie di fine del mondo che poi abbiamo scoperto essere solo la coda di un tifone se ne è andata con la stessa rapidità con la quale era cominciata. Grati di essere ancora vivi, ci siamo stupiti di come attorno a noi la gente non sembrasse poi così scossa dall’accaduto. Fatalismo cinese?

Il nostro simpatico professore ha aspettato di arrivare al campus prima di sganciare la bomba: “Ragazzi, lavatevi bene che forse abbiamo preso l’epatite.”

Naturalmente scherzava. Forse.


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