Montagne volanti e caratteri cinesi

La volta che ho seguito una lezione sul Buddhismo all’ombra di una pagoda tra statue e statue di Buddha vari scolpite nella roccia ero ad Hangzhou, in Cina.

Altare, tempio di Lingyin
Sobrietà.

Era la mia prima volta nel Regno di Mezzo (dai, ormai lo sappiamo tutti: 中国 Zhōngguó, Cina, letteralmente significa Regno di Mezzo), imbarcata nella difficilissima missione di studiare la lingua cinese e la cultura cinese, cercando di non farmi distrarre dalla letale combo caldo terrificante + umidità da paura e dal prezzo irrisorio di praticamente tutto: dal cibo, ai souvenir, all’alcol. Non era facile.

Ero partita dall’Italia assieme a parte della mia classe di cinese dell’università: un gruppo di studenti che mai avevano messo piede in Cina guidati da un professore che della Cina si era perdutamente innamorato. Ed era proprio il nostro professore di cinese che si era preso l’incarico di portarci a visitare la città di Hangzhou tra una lezione e l’altra.

Data l’amena temperatura sempre più vicina al rovente con poche speranze di sopravvivenza che all’ancora abbastanza sopportabile, e dato il livello di umidità impostato costantemente sul non riesco a respirare, la sensazione era quella di essersi chiusi per sbaglio in un bagno turco infinito e senza via d’uscita. La faccenda aveva indiscutibilmente i suoi pro: pelle liscissima a causa della continua sudorazione, capelli molto vaporosi; era però innegabile che ci fossero anche svariati contro: eterno colorito paonazzo, lucidità della fronte, affanno per compiere qualsiasi sforzo fisico, aria stravolta in ogni singola foto. Senza dimenticare i disagi provocati dall’estrema escursione termica che si subiva nell’entrare e uscire da qualsiasi luogo: difficile abituarsi ai drastici cali di temperatura causati da un uso troppo entusiasta dell’aria condizionata.

Ingresso al tempio di Lingyin
Prepariamoci all’illuminazione.

Il clima era deliziosamente appiccicoso anche il giorno in cui il nostro instancabile professore ha deciso di portarci a visitare il tempio buddhista di Lingyin. Non solo: pareva ci fosse una non trascurabile quantità di strada da percorrere a piedi per raggiungere tale tempio. Con quel caldo. Con quella umidità. Solo l’idea era spossante.

Ma il prof. era così tremendamente fomentato all’idea di portarci a visitare questo tempio, e il suo entusiasmo era così contagioso; e soprattutto era lui che avrebbe deciso le sorti dei nostri esami di cinese degli anni universitari a seguire, e non era tanto il caso di contrariarlo. Inoltre, c’era sempre la possibilità di ricevere una qualche illuminazione.

Quella caldissima giornata cinese vedeva quindi un gruppo di sudatissimi studenti italiani che arrancavano alle spalle di un professore lanciatissimo verso una lezione sul Buddhismo. Ancora prima di arrivare a metà strada avevamo cambiato idea sul voto minimo che avremmo accettato all’esame di cinese. Tutto sommato anche un 18 ha il suo fascino, no?

Fortunatamente per noi, l’arsura aveva i minuti contati. È bastato entrare nella piccola valle che ospita il tempio di Lingyin per tornare a respirare in modo normale. Da un lato pagode e padiglioni dall’inconfondibile stile cinese, dall’altro la roccia fresca della montagna e una freschissima pozza d’acqua. Frescura; nel caso in cui non fosse chiaro.

Pozza d'acqua, tempio di Lingyin
Frescuuuuuura!

Leggenda narra che il tempio buddhista di Lingyin sia stato fondato da un monaco buddhista indiano, tale Huili (nome cinese), le cui ceneri sono ancora conservate in un’apposita pagoda. Nonostante i suoi quasi duemila anni, gli edifici che compongono il tempio risalgono appena alla dinastia Qing (l’ultima a regnare, tra il 1644 e gli anni ’10 del XX secolo). I cinesi hanno una vera passione per il buttar giù e ricostruire, e la lunga storia del tempio narra di saccheggi e numerose ricostruzioni. Il ‘900 però è andato abbastanza liscio, considerando che se non fosse stato per la protezione del capo di governo Zhou Enlai, le Guardie Rosse avrebbero potuto causare molti più danni durante la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong.

Il tempio ha però sempre goduto di ricchezza, fama e prestigio, ed è ancora oggi meta di tantissimi tra visitatori e pellegrini.

Di fronte al tempio, sull’altro lato della piccola valle, si erge una montagna dall’evocativo nome (come molti nomi cinesi, del resto) di Feilai Feng, che significa letteralmente il picco che ha volato fin qua. Il nome ne narra quindi la (ipotetica) storia: alla fondazione del tempio, la montagna ha volato fino ad Hangzhou da nientepopodimeno che l’India. Il tutto di notte, naturalmente, per dimostrare quanto siano fighi e soprannaturali i poteri del buddhismo. Se il buddhista non va alla montagna, è la montagna che va al… no?

Questo per dare una spiegazione al fatto che Feilai Feng sia l’unica montagna della zona a essere fatta di roccia calcarea. Roccia calcarea oggi scolpita e abitata da decine e decine di statue del Buddha e di altre figure buddhiste, tra cui Guanyin, il bodhisattva della compassione, pezzo grosso tra le (facciamo finta di poterle chiamare così) divinità buddhiste venerate in Cina. Guanyin è anche la versione femminile e cinese di una figura buddhista indiana dal nome impronunciabile: Avalokiteśvara (che avrei poi ritrovato in Cambogia).

Buddha nella roccia, tempio di Lingyin
Va com’è felice questo Buddha!

Rimiravo tutte queste figure scolpite nella roccia e anelavo alla frescura che sembravano emanare; e mi rigiravo sulla lingua diverse storpiature del nome Avalokiteśvara, che cercavo di ricordare da giorni. Il tutto dall’ombra dei padiglioni e delle pagode che io e i miei compagni di classe, avventure e consumo spropositato di acqua e deodorante ci apprestavamo a visitare.

Non abbiamo potuto visitare tutti gli edifici del tempio: alcuni erano riservati ai pellegrini, altri ai monaci. Di ciò che abbiamo visto mi sono rimasti impressi i colori sgargianti e i poeticissimi nomi delle figure rappresentate. Non capendoci io molto di Buddhismo, ed essendo il Buddhismo una materia parecchio vasta e ricca, ed essendo inoltre quella la mia prima visita a un tempio buddhista, ho visto tutto con occhi letteralmente nuovi. Un vero e proprio primo incontro con una cultura nuova.

Io e i miei compagni di viaggio non avremo visitato tutto il tempio, però siamo riusciti ad assistere a qualche minuto di una funzione buddhista a me (naturalmente) ignota. Abbiamo quindi fissato ammaliati una sfilza di monaci pelati e vestiti di arancione intenti a pregare come se avessero una voce sola.

Preghiera, tempio di Lingyin
Sono talmente brava a fotografare persone che fotografo anche le persone che le fotografano!

Dopo essere usciti dalla catarsi regalataci dai monaci arancioni in preghiera, il fato ha deciso di metterci alla prova colpendoci con la proverbiale batosta, e ha infatti posto sulla nostra strada una gigantesca parete piena di caratteri cinesi; belli, ordinati in file verticali, da leggere da destra a sinistra e dall’alto verso il basso. Peccato che ne sapessimo leggere circa la metà, se andava bene. La via dello studente di cinese è lunga, impervia, in salita e molto probabilmente hai sbagliato all’ultimo bivio.

Per addolcire il nostro sgomento è bastato abbandonare il lato della valle abitato dal tempio e arrampicarci sul fianco della montagna volante, Feilai Feng, per rimirare da vicino le sculture dei Buddha. Ma soprattutto per tornare a respirare e bearci della tanto agognata frescura (ancora più godibile all’ombra della montagna di quanto non fosse tra le mura dei padiglioni del tempio).

È qui, all’ombra della montagna che ha volato dall’India fino in Cina nell’arco di una notte e con davanti agli occhi la vista suggestiva del tempio di Lingyin, che io e i miei compagni di avventure abbiamo assistito a una lezione sul Buddhismo senza precedenti. Senza precedenti era anche il senso di assopimento che sembrava accomunare un po’ tutti, facendo ciondolare teste e cascare menti. Il caldo, la stanchezza, i ritmi serrati ai quali ci costringevano quelle quattro ore di lezione tutti i giorni e quei lunghi pomeriggi passati a visitare cose stavano infine avendo la meglio sulle nostre menti solitamente attente e vigili.

Parete con caratteri cinesi, tempio di Lingyin
“Duo, xin, passo, passo, passo, bu, passo…”

Al nostro risveglio, al termine della lezione, abbiamo percorso il dedalo di sentieri tagliati nella roccia per poter ammirare i visi tondi e sorridenti dei Buddha, siamo entrati nella grotta dedicata a Guanyin e abbiamo salutato le pagode e i padiglioni prima di dirigerci verso l’uscita.

Sulla via del ritorno, mentre cercavo di non sciogliermi sull’asfalto, continuavo a farmi rotolare sulla lingua il nome indiano del bodhisattva Guanyin: Avar… Avalos… Avalokiteśvara!

Ecco l’illuminazione!


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