Transverberazione

Il mio secondo giornoRoma mi sveglio incredibilmente presto, nonostante le poche ore di sonno, e decido di uscire subito e sfruttare il breve momento di caldo sopportabile prima del sole a picco di mezzogiorno.

Colosseo, Roma
Il Colosseo, per rimarcare che sono a Roma.

L’idea è di andare a visitare il Convento dei Cappuccini, dove una mia amica mi ha consigliato di vedere la cripta decorata con migliaia e migliaia di ossa umane. Una roba allegra insomma. Ovviamente all’ingresso del museo vengo rimbalzata perché i miei pantaloni e il maglione lungo che ho indossato apposta per dare un certo senso di coprenza sono comunque troppo corti. Mi viene però offerto di noleggiare qualcosa per coprirmi lì al prezzo di 1€. Io sono tirchia, ma soprattutto mi piace pensare che la gente lucri su tutto e che io possa fermare i suoi piani malvagi di arricchimento sulle spalle altrui, quindi rifiuto gentilmente e mi prometto di tornarci coi pantaloni lunghi. Altro che Don Chisciotte e i mulini a vento.

Tergiverso un attimo, indecisa su dove andare, poi vedo un’indicazione per Piazza di Spagna. È così che la mattinata procede più o meno come il giorno prima: dai, Piazza di Spagna è qua dietro, andiamoci!; per poi scoprire che oh, guarda, Piazza del Popolo è praticamente a due passi, vuoi non andare? Ed è così che i chilometri vengono macinati uno dopo l’altro.

A mezzogiorno mi ritrovo a sedermi su una panchina di marmo all’ombra degli alberi che ricoprono il Pincio, colle che si trova dietro Piazza del Popolo e dal quale si gode di una stupenda vista sulla città. La panchina di marmo merita una menzione d’onore, perché dopo aver camminato nell’afa e nel caldo e nel sole, poter appoggiare le cosce su qualcosa di indicibilmente e deliziosamente fresco sembra un po’ un assaggio di paradiso. Sono fortemente tentata di spendere lì il mio pomeriggio, spalmata su una panchina e circondata da famiglie che tentano il suicidio pilotando risciò dall’aria decisamente poco stabile.

Trinità dei Monti, Roma
Trinità dei Monti: zero sfilate per un po’ causa restauro scalinata.

Ho però intenzione di vedere un sacco di cose, e non posso farlo se mi fossilizzo su una panchina di marmo. A malincuore lascio quella deliziosa frescura e mi incammino verso Trinità dei Monti, dove per prendere la metropolitana sono costretta a scendere in Piazza di Spagna. Purtroppo non mi è permesso sfilare giù per la scalinata, perché è in restauro, quindi mi accontento di una delle scalette laterali.

C’è una cosa che mi piace molto della metropolitana di Roma, ed è la voce che in stazione annuncia l’arrivo del treno e che sul treno annuncia la prossima fermata. In realtà sembrerebbero due voci ben distinte. Quella in stazione è molto placida, quasi annoiata, come se non vedesse l’ora della fine del turno; all’inizio pensavo ci fosse una persona vera ad annunciare ogni singolo treno, e non una registrazione: “Treno in arrivo diretto a Rebibbia…”; il pathos è indescrivibile. La voce che si sente sui treni e annuncia la prossima stazione e il lato di discesa è diversa, decisamente più entusiasta, soprattutto sul lato di discesa: “Prossima fermata: Termini. Uscita lato… destro!”. E poi la gente mi guarda con perplessità quando rido.

Piramide Cestia, Roma
L’ho detto, che era bellissima.

L’aria un po’ cadente della stazione Piramide, sulla linea B, non mi fa ridere molto a dire la verità. Sono qui per visitare il cimitero acattolico, nel quartiere Testaccio. Anche il cimitero acattolico mi è stato suggerito da un’amica, e da appassionata di cimiteri quale sono (vedi New Orleans e Sydney, per citarne due) non potevo certo non visitarlo. Ci metto un po’ a trovare l’ingresso, perché l’enorme Piramide Cestia che gli sta accanto non fa che insinuarsi nel mio campo visivo e confondermi le idee. La Piramide Cestia è del 12 a.C. Ripeto: 12 a.C. A prima occhiata (da parte di una che di architettura ci capisce meno che di lingua cinese; per davvero) sembra una costruzione di inizio ‘900. Le sue pareti sono lisce e belle, la punta non è per niente smussata: pare nuova! Bellissima.

Il cimitero acattolico mi piace molto: è pieno di alberi che fanno ombra e gatti che dormono nell’ombra fatta dagli alberi. La colonia di gatti che abita il cimitero è accudita e nutrita da un gruppo di volontari, che quando arrivo stanno proprio servendo il pasto pomeridiano all’ombra della Piramide Cestia, per la gioia dei felini, sì, ma anche degli umani che assistono.

Mi prendo il mio tempo per girare il cimitero, nato nel ‘700 come luogo di sepoltura per coloro i quali, non essendo cattolici, non potevano certo aspirare a entrare in un cimitero cattolico. È infatti conosciuto anche come cimitero degli inglesi (generalmente non cattolici) e cimitero dei protestanti. Vi sono sepolti molti personaggi famosi, tra cui John Keats (poeta inglese morto a Roma di tubercolosi) e Percy Shelley (poeta inglese annegato in un naufragio nel Tirreno e cremato parzialmente intero: il cuore viene regalato alla vedova, Mary Shelley, autrice di Frankenstein; da cui si deduce come possano aver pensato di regalarle il cuore del marito defunto). Entrambi i poeti muoiono a inizio 1800: ne risulta che Roma e l’Italia in generale all’epoca non portavano esattamente fortuna ai poeti inglesi.

Serratura, Piazza dei Cavalieri di Malta, Roma
Il mio cellulare fa quello che può.

Non vado a caccia di tombe celebri. Mi basta vagare sotto i cipressi e godere della frescura e della tranquillità del luogo. Finisco praticamente per caso di fronte alla lapide di Antonio Gramsci, dopodiché il cimitero finisce e mi ritrovo sulla via verso l’uscita.

So già dove andare dopo aver visitato il cimitero acattolico: ho in testa un percorso che mi riporterà lentamente verso il Colosseo. Mi incammino quindi su per l’Aventino, dove faccio tappa alla Piazza dei Cavalieri di Malta che si trova appena fuori dal portone d’ingresso della Villa del Priorato di Malta. Non mi ci vuole molto a capire qual è il portone che sto cercando: c’è la coda davanti. Tutti in attesa del proprio turno per poter sbirciare nel buco della serratura del portone, dal quale il proprio sguardo può attraversare due o tre stati (a seconda della versione).

Quando è il mio turno di guardare nel buco della serratura, sbircio e vedo un viale alberato, e in fondo una terrazza. Oltre la terrazza, a distanza di qualche chilometro eppure con l’aria di essere vicinissima, c’è la cupola di San Pietro. Il mio sguardo parte quindi dall’Italia, attraversa una serratura e finisce nello Stato del Vaticano. Se però voglio fare finta che la Villa del Priorato di Malta, che ospita l’ambasciata dell’Ordine di Malta, sia territorio maltese, posso dire che il mio sguardo attraversa ben tre stati, più una serratura.

Lascio tre stati, serratura, portone e piazza alla coda di gente dietro di me e mi incammino verso il Giardino degli Aranci, che dista veramente pochissimo. Ed è bello, molto bello. Ne avevo solo sentito parlare e non avevo mai visto foto né niente, quindi per me è una piacevole sorpresa. La vista sulla città è stupenda, spendo almeno cinque minuti buoni a cercare di fare una foto decente, ma nulla riesce a rendere giustizia alla skyline di Roma.

Roma
La vista. La vista! E il Vittoriano.

Skyline sempre caratterizzata da quella gigantesca cosa che è l’Altare della Patria. Da qualsiasi punto si guardi Roma, il Vittoriano è lì, onnipresente come una macchia sulla lente degli occhiali, invadente come il vicino di posto su un volo intercontinentale in economy class. Non c’è albero né palazzo che riesca a nasconderlo alla vista. Ogni volta che mi volto a rimirare il panorama, c’è anche il Vittoriano, ogni volta che alzo lo sguardo verso l’orizzonte, c’è anche il Vittoriano.

Non che non mi piaccia: è bello. Però è ovunque. Come quei tormentoni estivi che ascolti alla radio in primavera e pensi “Carina questa!”, ma ora di agosto ne hai le orecchie piene.

Dopo aver lasciato quasi a malincuore il Giardino degli Aranci, mi incammino con calma verso il Circo Massimo e la Bocca della Verità, che ho già visto da piccola ma vederla ancora non fa male. Ovviamente c’è da pagare un biglietto per fare la coda e farsi fotografare mentre si infila una mano nella bocca del disco-facciona. Ovviamente io vado sulla fiducia: non ho bisogno del test della Bocca della Verità, passiamo oltre. Faccio un salto a vedere l’Isola Tiberina dal Lungotevere, poi torno al Circo Massimo, che detto in tutta sincerità (per dimostrare che non ho bisogno del test della Bocca della Verità), non mi piace granché. Ha l’aria di essere un po’ abbandonato a se stesso. Povero Circo Massimo.

Circo Massimo, Roma
Il Circo Massimo. Massimo! Massimo! Massimo!

Sulla strada verso il Colosseo succede una cosa buffa. Nei luoghi di Roma più frequentati dai turisti è nato un fiorente commercio di bottigliette d’acqua gelida a 1€. Fa caldo, c’è afa, il sole picchia: bisogna mantenersi idratati, quindi è necessario cercare di bere in continuazione. Ma basta guardarsi attorno un attimo per vedere un folto numero di simpatiche personcine che vagano cariche di bottigliette da vendere. Sto quindi camminando verso il Colosseo quando vengo investita da un nugolo di queste personcine, cariche di bottigliette e dirette nella direzione opposta alla mia. La loro nonchalance mal dissimula una certa fretta. Sto giusto chiedendomi il perché di tale fretta quando, appena qualche metro dietro di loro, ecco arrivare un poliziotto. Grasse risate.

Quando raggiungo il Colosseo e il Foro mi trovo in uno stato pietoso (no, non sto parlando dell’Italia). La stanchezza rallenta le sinapsi tra i miei neuroni, tanto che fatico a mettere in fila due frasi di senso compiuto che c’entrino qualcosa l’una con l’altra. Mi trascino in metro e torno in ostello. Solo lì controllo il cellulare e scopro che Google Fit ha contato 17 km percorsi. Penso che me la tirerò molto per questo (ok, l’anno scorso a Expo ne percorrevo in media 15 al giorno, però non sottolineiamo questo mio calo di forma fisica).

Mosè di Michelangelo, San Pietro in Vincoli, Roma
Ingegno made in Italy.

Il giorno dopo me la prendo decisamente più comoda. Mi trovo con un’amica americana e sua madre, una signora che certamente non vorrà camminare troppo, mi dico. Infatti di chilometri ne percorriamo appena una decina. Che sarà mai.

Ho però l’occasione di vedere il Mosè di Michelangelo nella basilica di San Pietro in Vincoli. Parte di un complesso statuario che sarebbe diventato la tomba di Papa Giulio II, il Mosè è una delle opere più famose di Michelangelo. Non è difficile capire perché, basta guardarlo e sentirsi piccoli e impotenti. Pare che originariamente il Mosè guardasse dritto davanti a sé, e che solo in seguito Michelangelo decise di voltarlo, in modo che non guardasse più verso l’abside della basilica.

Una cosa che salta subito all’occhio sono le corna. Il Mosè di Michelangelo (non solo lui, a dire la verità, ma grosso modo tutti i Mosè della storia dell’arte) ha le corna. No, non c’entra sua moglie. Le corna di Mosè nascono da un errore di traduzione del Libro dell’Esodo. Nel tradurlo dall’ebraico al latino, un termine che originariamente stava a indicare due raggi di luce sulla fronte di Mosé al ritorno dal Monte Sinai con le Tavole della Legge si è ritrovato a venir confuso con un termine simile ma dal significato ben diverso: è così che Mosè, dall’essere raggiante, è diventato cornuto. Le corna sono naturalmente entrate nell’iconografia del personaggio, perché chiaramente mettere in discussione la Bibbia non era contemplato. E ora ci ritroviamo con una valanga di Mosè con le corna, compreso quello di Michelangelo.

Il potere della traduzione.

Sull’onda dell’entusiasmo per l’arte e la scultura, la giornata prosegue visitando chiese poco affollate, ammirando mosaici del V secolo (roba nuova insomma) e passeggiando placidamente verso un posto dove rifocillarsi a colpi di piatti di pasta (nel mio caso, ravioli speck e noci: una ricetta chiaramente locale). Il tutto si conclude ancora una volta a San Pietro, dove varco la Porta Santa e mi chiedo se l’assoluzione dei peccati è una cosa automatica o se c’è da fare un test o cosa.

Estasi di Santa Teresa, Santa Maria della Vittoria, Roma
È questa, per intenderci.

Prima di tornare in ostello e dichiarare ufficialmente terminata la giornata culturale (in seguito avrà inizio la serata ignorante a base di aperitivo) c’è però il tempo di una capatina alla chiesa di Santa Maria della Vittoria (di fronte alla quale c’è una fontana con un Mosè cornuto, tra l’altro). Perché proprio qui? Ma per ammirare l’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini, naturalmente. Conosciamo tutti questa scultura, c’è su tutti i libri di storia dell’arte. Dai, è quella dove c’è lei sospesa su una specie di nuvola, gli occhi rivolti al cielo e un’espressione di pura estasi (appunto), e accanto un angelo che sembra stia per trafiggerla con una freccia dorata.

Si intuisce facilmente il motivo per cui questa opera del Bernini venne a suo tempo criticata (oltre che osannata, perché parliamoci chiaro: è stupenda!): l’estasi della Santa può apparire molto più come un orgasmo che come una dimostrazione dell’amore di Dio. E leggendo il brano tratto dall’autobiografia di Santa Teresa che descrive il momento della sua estasi il dubbio sorge più che spontaneo.

La cosa che mi esalta dell’opera non è tanto l’espressione di Santa Teresa, né il drappeggio della veste (è fatto di marmo? Sul serio?) o la nuvola che sembra sospesa a mezz’aria. La cosa che mi esalta è il nome dell’opera. Sì, è più nota come Estasi di Santa Teresa d’Avila, ma il nome originario è Transverberazione di Santa Teresa d’Avila. Transverberazione. Una parola stupenda che significa la trafittura del cuore con un oggetto affilato (freccia o lancia), da parte di una creatura angelica o di Cristo stesso (Wikipedia).

Insomma, io sono lì che ammiro l’opera e mi passo sulla lingua la parola transverberazione, quando decido di guardarmi attorno e nella cappella di fronte a quella che ospita l’Estasi, no, la Transverberazione di Santa Teresa d’Avila trovo questa.

Santa Maria della Vittoria, Roma
Cioè.

Non so cosa sia. Scopro che è il corpo di una martire, una statua di cera che contiene delle ossa. Non mi è dato sapere di chi, ma sono troppo pietrificata dai denti che si intravedono nella bocca socchiusa per pormi domande.

Quando torno a guardare l’opera del Bernini, quasi a chiederle perché, mi cade l’occhio sul pavimento della cappella e vedo questo.

Scheletro, Santa Maria della Vittoria, Roma
Uno scheletro in adorazione dell’Estasi, no della Transverberazione di Santa Teresa d’Avila.

Il potere della transverberazione.

Dopo questo la giornata può dirsi conclusa. Il seguito alla prossima puntata.


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2 Commenti

  1. Quanto è bella Roma! Non mi stanca mai e ogni volta che torno faccio nuove scoperte.
    Sono andata a vedere la scultura di Santa Teresa proprio pochi mesi fa e ne son rimasta affascinata.. ma non mi chiedere di pronunciare transverberazione 😀

    1. Sono perfettamente d’accordo con te, Roma non stanca mai! La Transverberazione di Santa Teresa è un’opera stupenda; pensa che l’ho vista solo poche ore dopo aver visto il Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli: non riuscivo a decidermi su quale fosse la più bella! 😱

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