Il wombat e altre amenità

La volta che ho pensato che andare a fare sandboarding al tramonto fosse una buona idea ero in Tasmania, più precisamente dalle parti di Strahan, sulla costa occidentale dell’isola.

Panorama su Strahan, Tasmania
La notte che avanza.

Strahan non era esattamente la nostra meta. La giornata a Cradle Mountain era stata lunga, e ancora più lunga la notte precedente col suo rischio di ipotermia. Dopo la montagna ci saremmo avvicinate al mare, ma ci saremmo fermate a qualche chilometro dalla costa, a Queenstown, una cittadina che condivide il nome con la più celebre capitale neozelandese degli sport estremi.

Nella Queenstown tasmana c’era solo un campeggio disponibile, ma quando l’abbiamo raggiunto la nostra volontà di passare lì la notte ha un tantinello vacillato. La città in sé aveva un che di deserto, e il campeggio sembrava in tutto e per tutto chiuso o abbandonato. Io e la mia compagna di viaggio, l’insostituibile cugina, ci siamo guardate un attimo negli occhi e abbiamo messo subito mano alla mitica mappa dell’autonoleggio. Appena una quarantina di chilometri poco più in là, proprio sulla costa, c’era Strahan. Era ancora giorno, avremmo fatto in tempo a raggiungerla. La strada era pure tutta asfaltata, quindi sarebbe stato un gioco da ragazzi!

Canguro
In mancanza di foto di Queenstown e di Strahan, ecco un wallaby in completo relax.

Strahan non è certo una delle principali mete turistiche della Tasmania, quindi la nostra sorpresa nel trovare alla reception del campeggio una signora che parlava abbastanza bene italiano è giustificata. Oltre a proporci un giro turistico della cittadina, la signora italo-australiana ci ha indicato un punto sulla mappa: poco fuori Strahan, tornando verso l’entroterra, c’era un posto dove era possibile fare sandboarding, una specie di snowboard sulla sabbia.

Stava per calare il sole, ma la tentazione di provare uno sport mai visto prima se non in TV era forte. Ci siamo quindi fatte prestare due tavole (che poi tanto tavole non erano; più delle specie di slittini un po’ piatti in plastica) e ci siamo rimesse in marcia. Il posto che ci aveva indicato la signora si trovava oltre un boschetto, dove abbiamo lasciato l’auto per poi proseguire a piedi. A pochi metri dalla vegetazione c’era una serie di dune di sabbia. Dalla cima si potevano vedere il mare e il cielo all’orizzonte che si scuriva dopo il tramonto.

Chiariamo una cosa: fare sandbowarding non è per niente come fare snowboard. La sabbia non ha esattamente la stessa consistenza della neve, quindi anche usando le nostre tavole come slittini abbiamo fatto una fatica boia a scivolare giù da quella dannata duna. Non sapevamo quale fosse la tecnica migliore, quindi la nostra discesa è stata piuttosto sgraziata e scomoda. Solo una volta giunte alla base della duna ci siamo rese conto di quanto fosse tardi. Il boschetto dove avevamo parcheggiato l’auto e che era stato grazioso fino a poco fa era ora una macchia di buio piena di rumori minacciosi e possibili creature assassine. Per niente carino.

La nostra reazione da adolescenti terrorizzate con conseguente corsa folle nella boscaglia è stata quindi più che lecita.

Mappa della Tasmania
Quelle rosse sono le strade, le uniche strade. Notare come il sud-ovest dell’isola sia completamente selvaggio.

L’indomani ci aspettava la traversata del nulla che è il sud-ovest della Tasmania. Partendo dalla ridente Strahan avremmo percorso la strada che divide il Cradle Mountain National Park dal Franklin-Gordon Wild Rivers National Park e saremmo tornate in zona Hobart. Progettavamo di fermarci a qualche chilometro dalla capitale, a New Norfolk.

Il nulla è stato come al solito stupendo. In certe parti di mondo l’assenza di cose e persone ha del magnifico. Le foreste si sprecavano, gli animali morti sul ciglio della strada pure. I chilometri di strada deserta anche. Bonus momento epico: stop benzina e snack in uno di quegli agglomeratini di case fuori dal tempo e dallo spazio; sole del pomeriggio, luce calda; io e la cugina scendiamo dal nostro bolide, infiliamo gli occhiali da sole e attraversiamo la strada che sembriamo il trailer di Thelma e Louise. Perché naturalmente non c’era nessuno a vederci, altrimenti ci avrebbero scritturate per il remake.

Al termine del nulla è ricominciata la civiltà. Un po’ a macchia di leopardo ma c’era. E New Norfolk si è rivelata essere una cittadina adorabile, da telefilm americano. Una strada, due file di negozi, case sparpagliate; in fondo alla strada il comune, e la chiesa, e dietro il piccolo e immancabile Info Point tenuto da deliziose pensionate volontarie. Avevano una quantità impossibile di mappe, guide, volantini, oltre a una vera perla: una piccola guida della città scritta da loro. C’erano percorsi storici in centro, passeggiate nel verde, punti di interesse, tutto. Tipo che se facessimo una cosa così per ogni centro abitato italiano avremmo una letteratura di viaggio da far paura.

Koala
Non parleremo di Koala perché già ci sono troppe bestie in questo articolo. Tanto i koala sono troppo scialli per prendersela.

Il nostro ultimo giorno tasmano l’abbiamo speso tornando verso Hobart per visitare il Bonorong Wildlife Sanctuary di Brighton.

Si tratta di un centro di accoglienza per animali selvatici trovati feriti. Infatti più della metà delle creature che ospita è mezza ammaccata, depressa o troppo vecchia per essere rilasciata nella natura selvaggia. Almeno questa è stata la nostra prima impressione. Tra un roditore senza denti, un pappagallo senza piume e un koala spelacchiato sembrava proprio di visitare un ospedale da campo. C’era addirittura un’intera e vasta area dedicata all’ospizio dei diavoli della Tasmania. Ebbene sì, lì siamo finalmente riuscite a vederne di vivi; ancora per poco, ma se non altro respiravano. E ci siamo rese conto che non è che siano tanto belli, a essere sinceri.

Al termine del nostro giro (durante il quale abbiamo sfamato gli insaziabili canguri) abbiamo potuto seguire la visita guidata fissata per un determinato orario del pomeriggio e del tutto inclusa nel prezzo del biglietto. Dire che è stato interessante è dire poco. La guida era una delle persone che si occupavano direttamente degli animali. Ci ha spiegato perché era importante accudire le bestiole, perché molte di loro erano a rischio di estinzione (diavolo della Tasmania in testa), quando e come sarebbe stato possibile rilasciare alcune di loro in natura e, cosa più importante di tutte, ci ha presentato la creatura più adorabile che esista sulla faccia della terra: il wombat.

Sarò schematica, così si fa prima. Motivi per i quali il wombat è appena diventato il vostro animale preferito:

Wombat
Prego.
  1. il nome;
  2. fa la cacca a cubetti;
  3. ha la schiena e il sedere ricoperti da una calotta di cartilagine durissima in grado di frantumare le ossa di una mano o il cranio di un cane;
  4. lo farebbe con una culata;
  5. è una specie di carro armato, una volta che attacca a correre conviene scappare;
  6. è un marsupiale ma ha il marsupio al contrario;
  7. quando il cucciolo è abbastanza grande da staccarsi dalla madre attraversa una vera e propria adolescenza e la contraddice su ogni cosa;
  8. è fatto così (vedere foto).

Nonostante sia uno dei predatori del wombat, è bene ricordare che il diavolo della Tasmania è una creatura in serio pericolo di estinzione. Che poi, povera creatura, l’hanno chiamata diavolo perché ha un verso agghiacciante, ma in realtà non vede a cinque metri dal proprio naso e ha paura persino della sua ombra. Ah, e mangia carogne (ed eventuali cuccioli di wombat). Insomma, se proprio vogliamo dirla tutta come predatore è un po’ fuffa.

Momento Quark. Sigla.

Il diavolo della Tasmania è una creatura ben poco spaventosa, a differenza di come vorrebbe farci credere il suo nome. Il motivo per il quale si trova attualmente a rischio estinzione è molto semplice: l’uomo è stupido.
Tanto tempo fa, più o meno un centinaio e qualcosa di anni, i primi coloni inglesi cominciarono a insediarsi in Australia, la colonia penale nuova fiammante del Commonwealth. Naturalmente portarono con sé molte cose nuove: armi, malattie, piante, animali che mai avrebbero messo zampa su quella gigantesca isola proprio per il semplice fatto che era un’isola e per questo un territorio ancora vergine e con un ecosistema che funzionava che era una meraviglia. Funzionava. Prima che ci sbarcassero cani e gatti e altre creature del tutto estranee a quell’ambiente e che loro malgrado divennero nuove minacce per la fauna locale, la quale si ritrovò con dei predatori mai visti prima e dai quali non sapeva come difendersi.
Il diavolo della Tasmania si è guadagnato la seconda parte del proprio nome solo dopo essersi estinto nel resto dell’Australia.
Morale: occhio a cosa si mette in valigia quando si vuole andare Down Under, perché gli australiani hanno imparato la lezione e la dogana ha regole ferree circa cosa può entrare e cosa non può.

Titoli di coda.


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